L'uomo nuovo fascista Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
  L'uomo  nuovo fascista
 L’ideale dell’ “uomo nuovo”, tipico dei totalitarismi novecenteschi, non sarebbe comprensibile al di fuori di una concezione religiosa della nazione considerata come una specie di divinità, e quindi della patria intesa  come entità sacra a cui i singoli cittadini sono tenuti a offrire la loro fedeltà, la loro obbedienza assoluta e, qualora essa lo richiedesse, il sacrificio supremo della vita. Da questo culto della patria e della nazione, elaborato soprattutto in Francia nella seconda metà del Settecento, e, in seguito, nell’età del Romanticismo, deriva la concezione etico-pedagogica e religiosa dello Stato nazionale come educatore del popolo alla   fede civile e alla dedizione di tutti e di ciascuno al bene comune.


 Il concetto di religione civile in senso moderno è stato enunciato da Jean-Jaques Rousseau nel penultimo capitolo del quarto e ultimo libro del Contratto sociale (1762), quello dedicato ai “mezzi per rafforzare la costituzione dello Stato”. Ora, siccome questo concetto verrà ripreso nel corso dell’Ottocento da patrioti, pensatori e politici del nostro Risorgimento come Vincenzo Gioberti, Massimo D’Azeglio (“Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani”), e soprattutto Giuseppe Mazzini; e poi, nel Novecento, lo ritroviamo in Gabriele D’Annunzio, in Giovanni Gentile, in Benito Mussolini e nei suoi “mistici” seguaci (per limitarci alla storia italiana), credo opportuno citare l’intero passo in cui Rousseau tratta questo fondamentale tema, in modo che risultino chiare le differenze tra il maestro e i suoi non sempre fedeli discepoli, a cominciare dal più famoso di essi, l’inventore del culto dell’Essere Supremo Maximilien-François-Marie-Isidore  de Robespierre:

 “La religione pensata in rapporto alla società, che è generale e particolare, può anch’essa distinguersi in due tipi: la religione dell’uomo e quella del cittadino; la prima, senza templi, senza altari, senza riti, limitata al culto puramente interiore del Dio supremo e ai doveri eterni della morale, è la pura e semplice religione del Vangelo, il vero teismo e ciò che si può chiamare il diritto divino naturale. L’altra, propria di un solo paese, gli fornisce i suoi dei, i suoi patroni particolari e tutelari, ha i suoi dogmi, i suoi riti, il suo culto esterno prescritto da leggi; al di fuori della sola nazione che la segue, tutto per essa è infedele, straniero, barbaro; essa estende i doveri e i diritti dell’uomo solo fin dove giungono i suoi altari.

Tali furono tutte le religioni dei primi popoli, alle quali si può dare il nome di diritto divino civile o positivo.


 Vi è una terza specie di religione, più bizzarra, che, dando agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie li sottopone a doveri contraddittori e impedisce loro di poter essere insieme dei fedeli e dei cittadini. Tale è la religione dei Lama e quella dei Giapponesi; tale è il cristianesimo romano. Essa può essere chiamata la religione del prete e da essa risulta una sorta di diritto misto e asociale cui non si può dare alcun nome.

Ora, se consideriamo queste tre religioni da un punto di vista politico, esse hanno tutte i loro difetti. La terza è così evidentemente cattiva che sarebbe una perdita di tempo divertirsi a dimostrarlo. Tutto ciò che rompe l’unità sociale è nocivo, tutte le istituzioni che pongono l’uomo in contraddizione con se stesso sono nocive.

La seconda è buona in quanto essa riunisce il culto divino e l’amore per le leggi, e perché, facendo della patria l’oggetto dell’adorazione dei cittadini, insegna loro che servire lo Stato significa servirne il dio tutelare. E’ una specie di teocrazia in cui non si deve avere altro pontefice che il principe, né altri sacerdoti che non siano magistrati. Allora, morire per il proprio paese vuol dire andare al martirio, violarne le leggi significa essere empio, e sottoporre un colpevole alla pubblica esecrazione è votarlo al corruccio degli dei: Sacer estod . Ma questa religione è cattiva in quanto, essendo fondata sull’errore e sulla menzogna, essa inganna gli uomini, li rende creduli, superstiziosi e affoga il vero culto della divinità in un vano cerimoniale. E’ cattiva inoltre  quando, divenuta  esclusiva e tirannica, rende un popolo sanguinario e intollerante sì che esso respiri soltanto delitti e massacri e creda di compiere un’azione santa uccidendo chiunque non ammetta i suoi dei.

Ciò pone un tale popolo in uno stato naturale di guerra contro tutti gli altri, stato assai nocivo per la sua stessa sicurezza”. Rousseau prosegue spiegando come nemmeno la religione dell’uomo, cioè il cristianesimo originario, quello del Vangelo, non quello odierno dei preti, pur nella sua santità e verità, considerando sua vera patria il Regno di Dio e non il mondo in cui viviamo, allontana i cittadini dallo Stato ed è insensibile allo spirito sociale e all’amore per la patria terrena. “Perché la società potesse essere tranquilla e in essa potesse regnare l’armonia, bisognerebbe che tutti i cittadini senza eccezione fossero ugualmente buoni cristiani.

Ma se disgraziatamente vi fosse un solo ambizioso, un solo ipocrita, un Catilina, per esempio, un Cromwell, costui certamente avrà buon gioco sui suoi compatrioti”. L’unica religione, quindi, adatta a rafforzare la costituzione dello Stato sarà quella che Rousseau chiama civile: “Vi è dunque una professione di fede puramente civile, della quale spetta al sovrano fissare gli articoli, non già precisamente come dogmi religiosi, bensì come sentimenti di socialità, senza dei quali è impossibile essere buon cittadino o suddito fedele.

Senza poter obbligare nessuno a credere in essi, il sovrano può bandire dallo Stato chiunque non vi creda; può bandirlo non come empio, ma come asociale, come incapace di amare sinceramente le leggi, la giustizia, e di sacrificare all’occorrenza la propria vita al proprio dovere. Se qualcuno, dopo aver pubblicamente riconosciuto questi stessi dogmi, si comporta come se non vi credesse, costui deve essere punito con la morte: egli ha infatti commesso il più grave dei delitti, poiché ha mentito dinanzi alle leggi”. La religione civile ha dunque i suoi dogmi, distinti in positivi e negativi; i dogmi positivi sono: “L’esistenza della divinità potente, intelligente, benefica, previdente e provvidente, la vita futura, la felicità dei giusti, il castigo dei malvagi, la santità del contratto sociale e delle leggi. Tali sono i dogmi positivi. In quanto ai dogmi negativi, li limito a uno solo: l’intolleranza, la quale è propria dei dogmi che abbiamo esclusi”. Rousseau, in conclusione, respinge nettamente la distinzione tra intolleranza civile e intolleranza teologica: “Questi due tipi di intolleranza sono inseparabili. E’ impossibile vivere in pace con persone che si credono dannate; amarle significherebbe odiare Dio che le punisce; per cui è assolutamente necessario convertirle e tormentarle. Ovunque è ammessa l’intolleranza teologica, è impossibile che essa non abbia qualche effetto civile: e non appena ne ha, il sovrano non è più tale, nemmeno in rapporto alle cose temporali: da quel momento i sacerdoti sono i veri padroni e i re si riducono ad essere i loro ministri”.


La riunificazione del potere politico e di quello religioso è alla base anche della “teocrazia democratica” di Mazzini, la cui “Giovine Italia” era  una nuova religione politica che imponeva la dedizione di tutto il proprio essere alla  patria, e  di concepire la vita come apostolato e azione rivoluzionaria che prevedeva il martirio, il sacrificio della vita individuale perché potesse nascere, anzi, risorgere la nuova Italia. Per Mazzini“ lo Stato nazionale doveva essere la creazione di una rivoluzione politica e religiosa, compiuta dagli italiani rigenerati dalla nuova fede della patria. La Terza Italia, unita in repubblica, nell’ideale disegno di Mazzini, si configura come una teocrazia democratica, fondata su una concezione mistica e religiosa della nazione e sull’unità di fede del popolo. Per Mazzini, infatti, non poteva esserci vera unità politica senza unità morale, e non poteva darsi unità morale senza fede comune e senza coscienza di una missione. Dio e popolo erano i capisaldi di questa teologia politica: il Dio mazziniano era un ‘Dio politico’ (cfr F. De Sanctis, La scuola liberale e la scuola democratica, Bari, 1953); il popolo da lui idealizzato era una associazione concepita come una comunità mistica di credenti, uniti nel culto della religione della patria. Alla Terza Italia, Mazzini assegnava la missione di preparare l’avvento di una umanità di nazioni libere, affratellate in una armonia universale, che avrebbe avuto il suo centro sacro in Roma, culla della civiltà e luogo dove periodicamente la civiltà si rinnovava. Redenta dall’assolutismo papale e divenuta capitale dell’Italia unita, Roma sarebbe stata sede di un concilio delle nazioni, che avrebbe fondato la nuova unità religiosa dell’Europa” (Emilio Gentile, Il culto del littorio, Laterza, 1993). La religione civile del regime fascista non nasce dunque dal nulla: anche nel culto del littorio ritroviamo la sacralizzazione della politica, la divinizzazione dello Stato nazionale e la sua funzione di educatore del popolo, il mito della rinascita a nuova vita della patria, il popolo inteso come comunità di credenti con, in aggiunta, la coreografia dei riti collettivi e le grandi celebrazioni corali in cui i sin goli fedeli-cittadini si fondono in una specie di unione mistica. Gli stessi termini ricorrenti nella religione civile in cui il regime vorrebbe formare, o meglio, plasmare il nuovo italiano, l’uomo nuovo fascista, sono presi in prestito dalla religione tradizionale: fede, obbedienza, sacrificio, missione, amore, culto, purificazione, santità, liturgia, devozione…”Dopo aver posto il suo potere su solide basi, il fascismo continuò a dedicarsi alla elaborazione di una liturgia nazionale, coerente con le sue idee sui miti, sui riti e sui simboli, come parte fondamentale del suo progetto totalitario di creazione dell’’ italiano nuovo’ “ (Id.).

Un rito particolarmente significativo e suggestivo per la gioventù fascista era quello del giuramento di fedeltà al Duce, secondo la formula che leggiamo all’ Art. 9 dello Statuto del Partito  Nazionale Fascista, redatto nel 1932: “Il Fascista presta giuramento nelle mani del Segretario politico del Fascio di combattimento con la formula: Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista”. Anche il Dio dei fascisti, dunque, era un Dio politico e patriottico, nel cui nome si giurava fedeltà non alla Chiesa cattolica romana ma al Duce; il fascismo si autorappresenta quindi come una religione civile i cui fedeli erano tenuti a vivere secondo le regole dettate in prima persona da Mussolini o, in sua vece, dal Partito Nazionale Fascista. “Il tipo ideale dell’’uomo fascista era il credente combattente di una religione, e questo modello veniva proposto fin dall’infanzia alle nuove generazioni inquadrate nelle organizzazioni del partito.


  L’ideale della pedagogia fascista era un ‘Balilla di 6 anni che giura fedeltà al Duce, che sfila inquadrato al ritmo dei tamburi, che non si aggrappa più alle gonnelle della mamma, impaurito, ma sogna di combattere e morire per la patria’. I giovani fascisti erano esortati soprattutto a credere ciecamente nel duce: ‘Abbi sempre fede. La fede te l’ha data Mussolini, perciò è sacra…Tutto quello che il Duce afferma è vero. La parola del Duce non si discute…Dopo il Credo in Dio recita, ogni mattina, il credo in Mussolini’ (Dalle Istruzioni sul libro della prima classe, cit. in T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda 1935-1941, Bologna 1978). L’organo dei Fasci giovanili proclamava nel 1932 che ‘il Fascismo è una forma di vita, e perciò è una religione: un buon fascista è un religioso. Noi crediamo in una mistica fascista, perché è una mistica che ha i suoi martiri, che ha i suoi doveri, che tiene e umilia (sic) tutto un popolo intorno a un’idea’ “ (Id.). A questo punto appare chiaro che “Il fondamento, l’essenza, e il fine dello stile di vita del militante del PNF si riassumevano nella fede, parola chiave del linguaggio politico del fascismo: ‘Bisogna accendere tutta l’anima ai focolari della Fede: bisogna credere nella Patria come si crede in Dio…bisogna divinizzare negli spiriti questa Italia nostra già tanto divina, come Dio, come Dio ce l’ha data’, proclamava il ‘Popolo d’Italia’ all’indomani delle celebrazioni del primo anniversario della marcia su Roma. Lo statuto del PNF del 1926 recava un preambolo intitolato La fede, in cui ha avuto i suoi confessori’.

La identificazione del partito con un ordine religioso militare o con una chiesa, servì anche per reprimere i dissensi all’interno del partito stesso, per espellere i ribelli come traditori della fede ed imporre l’obbedienza assoluta ai gregari” (Id.). Nihil sub sole novi, vien fatto di pensare. Va comunque riconosciuto che queste “chiamate”, “professioni di fede”, “giuramenti”, “dogmi” e conseguenti appelli al sacrificio e al martirio che caratterizzavano la religione fascista non caddero nel vuoto: molti giovani credettero in essa e fecero proprio il comandamento di “credere, obbedire, combattere” per la patria identificata in Benito Mussolini.

Tra questi spicca indubbiamente la figura di Niccolò Giani (Muggia, 1909 – Mali Scindeli, 1941), giornalista, scrittore, docente di Diritto del lavoro e di Storia e dottrina del fascismo, fondatore della Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini, pluridecorato al valor militare, sostenitore delle leggi razziali e firmatario, tra altri intellettuali antisemiti, nel 1938, del Manifesto della razza. Cadde il 14 marzo 1941, combattendo in prima linea, sul fronte greco-albanese. Nel marzo del 1936, combattente volontario in Etiopia “di fronte la linea del nemico”, scrisse una lettera al figlio appena nato la quale può considerarsi il suo testamento spirituale. Si tratta di un documento prezioso, oltre che da un punto di vista psicoanalitico, anche per le sue implicazioni pedagogiche, rivelative di una concezione della vita intesa come offerta sacrificale alla madre patria, personificata in un leader carismatico e divinizzato. Val quindi la pena di riportarla per esteso: “Caro Romolo Vittorio Africano, tu non conoscerai fazioni, non partiti, non vedrai nemici entro i confini sacri della Patria.


Solo conoscerai un nome: ‘Italia’, una cosa sola amerai: ‘Italia’, e per essa sola dovrai essere capace di tutto lasciare, tutto perdere, tutto dimenticare. Di essere odiato e vilipeso, umiliato e straziato; solo, solo per questa Italia dovrai saper morire col corpo e coll’anima; e mai, mai dovrai dimenticare che per questo nome sacro madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano a morire, mariti abbandonarono in fiera letizia le giovani spose, padri hanno orgogliosamente baciato per l’ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si son fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai. Ma, se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori ancora anche per me. E ricordati che solo quando vedrai cadere il tuo più caro amico, quello che ti è spiritualmente fratello, e tu troverai soltanto il tempo di chinarti a baciarlo, e dalla tua bocca non uscirà una sola parola di rabbia e nel tuo cervello non affiorerà un solo pensiero di imprecazione, ma tu vorrai solo andare avanti per conoscere la Vittoria, e così facendo sarai certo di vendicare l’amico caduto; allora, allora appena sarai certo di averla imparata a conoscere, sarai certo di amarla… Che i tuoi occhi non vedano che grandezza e potenza, gloria e vittoria. Figlio, nel nome che porti c’è l’auspicio del tuo tempo e della tua generazione: l’Africa dovrà essere il tuo segno e la tua via, il tuo destino e il tuo dovere, dovrà essere la tua speranza e il tuo diritto. Ora cresci, la camicia nera e la divisa kaki, che con la pietà di Cristo tua madre ti ha fatto trovare nella culla, ti dovranno essere compagne di tutta la vita. Sappile portare con onore e con fierezza. E poiché Iddio ti ha fatto nascere nel tempo di Mussolini, sii sempre degno di appartenervi; ricordati che questo è l’unico orgoglio che t’insegna tuo padre”.

 

Dunque il principio fondamentale che Niccolò Giani vuole trasmettere al figlio ancora in fasce, l’ultimo (e primo) messaggio che gli invia, immaginando di morire in combattimento lontano da casa (come poi effettivamente avvenne cinque anni dopo), e, insomma, la consegna che gli ordina di custodire fedelmente per tutta la vita è: “Sii un fascista mistico anche tu, come lo è stato tuo padre, pronto a morire per il Duce e per la Patria”. Da notare che in questo “testamento spirituale” la madre ha l’unica funzione di far trovare la camicia nera e la divisa kaki già belle e pronte per essere indossate quando il figlio diventerà un adulto predestinato a credere, obbedire e combattere per la vittoria dell’Italia fascista e imperiale (“l’Africa dovrà essere il tuo destino e il tuo dovere, la tua speranza e il tuo diritto”). Il destino e il dovere del piccolo Romolo Vittorio Africano sono già iscritti nel suo nome; anche la “pietà di Cristo” e la divina Provvidenza hanno collaborato a farlo nascere “nel tempo di Mussolini” e se questi non sono segni del destino, quali altri potrebbero esserlo? Tra i doveri che Romolo Vittorio Africano dovrà osservare c’è anche quello dell’orgoglio di essere nato nell’era fascista, l’unico orgoglio che gli insegna suo padre. Quale chiosa si può aggiungere a questo testo “mistico”? Per antitesi viene in mente la lettera che Antonio Gramsci scisse dal carcere al figlio Delio sull’importanza dello studio della storia o quella del poeta turco Nazim Hikmet che raccomanda al figlio di amare, sì, la natura ma soprattutto l’uomo; come può un padre chiedere al figlio non di vivere ma di morire in sua vece, nel caso egli non possa più farlo, per la patria?   Che perversione di valori è mai questa? Eppure a tanto ha potuto portare il culto di un capo carismatico e della bella morte per la sua gloria. Come spiega ancora Emilio Gentile nel capitolo del suo saggio sul fascismo come religione dedicato alla “Liturgia dell’ ‘armonico-collettivo’ “: “Nel progetto visionario di una ‘matanoia’ collettiva, che il regime perseguì con sempre più ostinata determinazione e intransigente fanatismo negli anni Trenta, il fascismo si presentava non più come interprete della nazione, ma come creatore di una nazione nuova: ‘Sotto il regime nasce la nazione…il Fascismo crea il costume, dal quale nasce la nazione fascista’ (Il divenire del regime, in ‘Il Legionario’, organo dei Fasci italiani all’estero, 10 settembre 1927). E tutte le organizzazioni del regime, dal partito all’Opera nazionale dopolavoro, alle organizzazioni giovanili, come l’Opera nazionale Balilla e i Fasci giovanili, fuse, nel 1937 in un’unica organizzazione, la Gioventù Italiana del Littorio, si applicarono con zelo all’opera di indottrinamento delle masse e delle nuove generazioni secondo gli ideali, i dogmi e l’etica della religione fascista per realizzare la riforma del carattere”. Come si vede si tratta di un progetto titanico tale da sfiorare la follia e da provocare la nemesi, se non degli dei, che sono da tempo fuggiti, certamente della storia. “Anche la cultura fu mobilitata per l’impresa, perché la ‘cultura fascista deve essere vita ed espressione di vita; deve creare un tipo d’uomo, l’uomo nuovo, l’uomo intero simile nella famiglia, nella società, nello Stato’. E la scuola fu, naturalmente, uno dei campi dove più intensamente e assiduamente si esercitò la ‘propaganda della fede’ attraversi l’indottrinamento catechistico della religione fascista, che impregnava di sé tutte le materie d’insegnamento, e la continua pratica liturgica per celebrare riti della patria e della rivoluzione”.

 

La scuola, effettivamente, non fu l’unico (e forse nemmeno il più efficace) dei campi in cui il regime educava la gioventù alla religione della patria e al culto del Duce, molto più attrattiva per i giovani fu, ad esempio, l’Opera nazionale Balilla per l’assistenza e per l’educazione fisica e morale della gioventù. Al vertice di questo ente, sancito dalla legge del 3 aprile 1926, Mussolini nominò un fedelissimo fascista della prima ora, Renato Ricci, il quale non deluse le aspettative: dopo una breve fase sperimentale organizzò l’ONB suddividendola in vari corpi, in base all’età e al sesso; e così si formarono cinque corpi maschili (figli della lupa, balilla, moschettieri, avanguardisti, avanguardisti moschettieri) e cinque corpi femminili (figlie della lupa, piccole italiane e giovani italiane). I suoi principi pedagogici erano quelli indicati dal Duce in veste di educatore: “L’educazione fascista è morale, fisica, sociale e militare: è rivolta a creare l’uomo armonicamente completo, cioè fascista come noi vogliamo”. Mussolini concepiva l’educazione come un’arte: così come l’artista crea la sua opera modellando la materia secondo la sua idea, anche l’educatore plasma il carattere dell’allievo in modo da renderlo atto a combattere e a morire da vero fascista per la patria (dulce et decorum est pro patria mori) e per il Duce, esempio supremo di come dovrebbe essere il nuovo italiano. Non un singolo nuovo italiano, si badi, ma tutta la collettività nazionale dovrà diventare un unico corpo di credenti nella religione fascista della patria e del Fascio littorio: “Le adunate, il popolo, lo sport di massa, la folla vivente nello stadio, il canto corale, il teatro di massa, i campeggi e le colonie sono tutte espressioni di una vita collettiva, dirette a dare alla nazione un senso di esistenza unitaria. Perché si può ritenere l’unitarismo come risultato definitivo – nazionale nel senso collettivo della vita, senso anche diretto a bruciare il regionalismo. Onde si possa costruire un arco di gente italiana, plasmata entro i confini come una sola anima e pronta ad una azione di universalità, ad un’azione d’impero” (U. Bernasconi, Vite di masse, in “Gioventù fascista”, 1° maggio 1934).


La pedagogia fascista, come vediamo, insiste ossessivamente su azioni come “costruire”, “creare”, “plasmare”, “fondere”, “unire”, “convertire”, “trasmutare”…”Con la pedagogia dell’’armonico collettivo”, fondata sul presupposto che la conversione alla fede comune nella religione fascista avrebbe unito moralmente, al di là della diversità di condizioni sociali, di possibilità economiche, di differenze di sesso e di età, tutti gli italiani, il fascismo riteneva di aver trovato la formula per risolvere, come asseriva Bottai, ‘il problema del popolo italiano…non certo in una formula economica, ma proprio nell’esaltazione delle masse affratellate e fuse in una in una sola volontà, in una sola passione, in un solo, in un Solo, altissimo scopo, e pretendeva di realizzare, sacrificando la libertà dell’individuo alla comunità totalitaria, anche ‘i sogni più affascinanti degli utopisti che immaginavano il popolo lieto nel lavoro, bello e gioioso nello svago. In una comunità siffatta, secondo la logica totalitaria fascista, rifiutava di integrarsi solo chi non credeva nella sacralità della patria e dello Stato, chi non aveva fede e non era quindi disposto a sacrificare il proprio ’partticulare’ per il bene comune: non solo, quindi, l’antifascista, ma anche il borghese dalla mentalità individualistica, scettica, materialistica. La polemica antiborghese, che aveva sempre fatto da sottofondo alla predicazione della religione fascista e che divampò nella seconda metà degli anni Trenta, trova la sua motivazione, più che in una improbabile volontà di abolizione delle differenze di classe, nell’ideale del ‘buon cittadino dello Stato fascista come ‘individuo sociale’, mentre l’’egocentrismo dell’individuo determina la sua segregazione dalla compagine dello Stato: i cattivi cittadini vanno confinati ed isolati’ “ (E. Gentile, op. cit.). Mussolini chiese anche agli artisti non di osservare i dettami di un’estetica, per così dire, statale e imposta dall’alto (come avveniva in Unione Sovietica con Stalin), ma di collaborare, ognuno con il proprio stile, alla costruzione di un’arte nazionale che potesse educare le masse e, al tempo stesso, fondersi con l’anima del popolo a cui appartiene.

 In altri termini: “Dovere dell’artista ‘in quest’ora di resurrezione nazionale’, aveva proclamato un giovane scrittore fascista nel 1924, era di penetrare ‘la coscienza e la subcoscienza delle masse, ricercare di esse lo spirito, farlo affiorare dal complesso della materia di cui per tanta vicenda di anni fu prigioniero’. Nei fautori della mobilitazione politica degli artisti ricorreva continuamente il riferimento alle masse come principali destinatarie della funzione pedagogica dell’arte” (Id.). Gli artisti che più di altri  erano consapevoli della loro funzione politica e sociale erano indubbiamente gli architetti (si pensi solo a Marcello Piacentini, a Giuseppe Terragni,  a Giovanni Michelucci, a Pier Luigi Nervi) tra questi, Emilio Gentile ricorda il caso di Giuseppe Pagano, che fu in continua polemica con il tradizionalismo romantico imperante in molta architettura  del regime; fascista dal 1920, squadrista e docente fino al 1941 nella scuola di Mistica fascista, passato all’antifascismo alla fine del 1942 e morto in un campo di concentramento  nazista dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica sociale”.


I futuristi salutarono con entusiasmo l’avvento del fascismo “perché considerarono il movimento mussoliniano un’avanguardia che realizzava, partendo dalla politica, il loro ideale di rivoluzione totale intesa come rivoluzione spirituale, per far sorgere non solo una nuova arte, ma un nuovo stile di vita, un ‘uomo nuovo’. I miti, i simboli, i riti del fascismo apparvero ad Ardengo Soffici manifestazione della nuova religiosità fascista, in cui si realizzava finalmente la religione secolare a lungo agognata per la ‘nuova Italia’ “ (Id.). Un artista che rimase fedele a Mussolini dalla prima all’ultima ora fu l’autore del Manifesto della pittura murale (1933), Mario Sironi, che cercò anche con i suoi scritti teorici di delineare un’estetica del regime fascista: “Per Sironi, il fascismo era la manifestazione aurorale di una nuova epoca di grandezza dell’arte italiana: l’arte fascista doveva ‘ricollegarsi al nostro grande passato e…riprenderne il primato’, proseguire ‘il suo grandioso svolgimento di toni giganteschi, quali quello classico, quello medievale, quello rinascimentale’, per far rinascere un nuovo stile italiano, monumentale e decorativo come la grande arte religiosa delle epoche classiche, espressione di miti e di simboli evocatori delle ‘complesse orchestrazioni della vita moderna’; e tutto ciò ridando prestigio e vigore alla funzione politica ed educativa dell’arte, che era, per Sironi, funzione tipica della tradizione classica della grande arte italiana. L’Italia, scriveva Sironi, ‘tra le altre insanzionabili benemerenze, ha in primo luogo questa immensa esperienza dell’arte, condotta attraverso e in ferrea dipendenza dagli eventi a dalla vita politica’. E poiché il fascismo inaugurava nella politica una nuova epoca della civiltà italiana, l’arte doveva vivere e interpretare questo nuovo senso della vita e propagandarlo fra le masse, attraverso ‘l’unità delle arti riconducenti pittura e scultura alla funzione mediterranea e solare, decorativa e architettonica’, nelle forme di una modernistica arcaicità adeguata ad esprimere, in un’estetica severa, drammatica ed essenziale, ‘la primitività pagana e costruttiva dell’evo moderno’ “ (Id.).E infatti nell’arte di Sironi c’è come una sintesi di antico e di moderno, di Giotto e di Fernand Léger, le sue periferie industriali e i suoi ritratti  sono dipinti con l’occhio di Masaccio e, insieme, di Boccioni; in lui tradizione  e avanguardia si fondono mirabilmente in un nuovo stile: “Un nuovo stile, spiegava Sironi, perché più che ‘mediante il soggetto’ (concezione comunista), è mediante la suggestione dell’ambiente, mediante lo stile che l’arte  fascista riuscirà a dare nuova impronta all’anima popolare’.


Le osservazioni sironiane sul problema dello stile echeggiano con perfetta sintonia il problema dello stile di vita, che ricorre in tutte le forme della liturgia pedagogica fascista” (Id.). Ma la modernità, a cominciare dall’autonomia della sfera politica da quella morale e da quella religiosa di cui discettava Machiavelli, non consiste proprio nella separazione della politica dalla religione? Dalla religione rivelata certamente, senonché alla religione dei preti, coma la chiamano Rousseau e Mazzini, è subentrata quella cosiddetta laica o civile, perché sembra proprio che senza una fede in un Dio celeste o in un dio terrestre l’uomo non possa vivere: “Sbaglia il liberalismo – affermava Thomas Mann nelle sue Considerazioni di un impolitico, scritte durante gli anni della Grande guerra – quando crede di poter sceverare la religione dalla politica. Senza la religione la politica, quella interna, vale a dire la politica sociale, a lungo andare è impossibile, giacché l’uomo è fatto in modo tale che, dopo aver perso ogni religione metafisica, traspone il fatto religioso sul piano sociale, innalza agli altari la vita sociale” (Id.). Tuttavia la religione civile (o incivile che sia) non ha, almeno finora, potuto abolire quella tradizionale, tanto che la religione laica, in Occidente, è costretta a convivere con quella confessionale. Con quali risultati? Anche san Paolo parlava di uomo vecchio e di uomo nuovo, in senso teologico, certo, ma l’umanità di oggi, nel suo insieme, non sembra molto migliorata rispetto a quella di ieri. Come si spiega? Qualcuno potrebbe pensare che il mondo starebbe meglio senza nessuna religione.

Ma, anche questa, non sarebbe un’altra forma di religione? La fede nella santità dell’uomo nuovo, senza Religione.

FULVIO SGUERSO 

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