Unde malum? (Seconda parte) Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
UNDE MALUM?
(Parte seconda)

 Nei suoi Saggi di teodicea del 1710, il filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz, per scagionare il buon Dio dall’accusa di aver creato un mondo difettoso e ingiusto in cui il male prevale sul bene, sostiene la tesi che questo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili, né potrebbe essere diversamente data l’infinita bontà del Creatore, il quale - diversamente da noi umani che possiamo vedere solo una minima parte del creato - ha una visione d’insieme e vede dall’alto (e da dentro) quello che noi, dal basso (e dal di fuori), non possiamo vedere, e cioè che, alla fine, sarà il bene a prevalere sul male, l’ordine sul disordine, l’armonia sulla disarmonia, la giustizia divina sull’ingiustizia umana, malgrado tutte le apparenze che sembrano smentire questa visione giustificazionista del male morale e anche di quello fisico (ma se questo è il migliore dei mondi possibili che il buon Dio poteva creare dal nulla - obietterebbe un libertino miscredente - figurarsi come sarebbero stati gli altri!).


Gottfried Wilhelm Leibniz

 

Certo è che, anche se in natura non ci fossero errori, nel mondo umano troppe cose non vanno per il giusto verso, prova ne sia lo stato di guerra permanente in cui si trova ancora oggi gran parte dell’umanità. Ma non c’è solo lo stato di guerra permanente a farci dubitare di vivere nel migliore dei mondi possibili, ci sono anche (anzi, direi soprattutto) le tre cause che, secondo Roberta De Monticelli (proseguo nella lettura del suo Al di qua del bene e del male), generano così il male pubblico e comune come quello privato e individuale: l’erosione dell’idealità, cioè dei valori; l’apatia civile e lo scetticismo assiologico (o relativismo etico). Queste tre cause sono strettamente correlate, vediamole una per una: in che cosa consiste l’erosione dell’idealità? Si tratta di un fenomeno dilagante la cui “profondità e vastità ci impedisce forse di prenderne veramente coscienza: perché ci nuotiamo dentro come pesci nell’acqua”.


Roberta De Monticelli

Quindi è necessario prima di tutto saltar fuori da quest’acqua alla maniera dei pesci volanti (il paragone è mio) per renderci conto che stiamo appiattendo il dover essere sull’essere, il valore sul fatto, la norma sulla pratica comune anche se abnorme, e in definitiva il diritto sul potere del più forte. Oggi è divenuto normale – osserva l’autrice – “ciò che si fa, in particolare contro le norme. Normali sono gli abusi e i soprusi, i condoni e i perdoni, gli annunci e le smentite, far promesse e non mantenerle, trafficare con le mafie e governare, la illimitata corruzione e l’infinita impunità, evadere o eludere le tasse e potersene vantare, esaltare la concorrenza e truccare le gare d’appalto, lodare la meritocrazia e promuovere soltanto parenti o propri allievi, proclamare la pari importanza di ciascun militante ed espellere i dissidenti, sedere in un Parlamento illegittimamente eletto (secondo una sentenza della Corte costituzionale) e riformare la Costituzione, prendere voti con un programma e governare con quello opposto, esaltare la bellezza del marketing turistico e distruggerla a furia di incuria e cemento…”. Come si vede, la filosofa elenca una serie (“e si potrebbe continuare a lungo”) di  situazioni di fatto chiaramente fuori norma che tuttavia sono diventate normali a causa dell’erosione dei valori, erosione, si badi, che oggi riguarda tutta l’umanità: “Riguarda tutta la sfera dell’etica pubblica, anche se gli esempi sono quelli familiari a un osservatore italiano”. Ma che cosa intende esattamente la De Monticelli con i concetti di “idealità” e di “valore”?


Pesci volanti

 

Quando diciamo che qualcosa è “ideale” intendiamo dire che ha raggiunto la sua perfezione: “è in senso stretto ciò che il reale dovrebbe essere, e il più delle volte non è”. Ma una cosa che non è quello che dovrebbe essere che cosa è? “Una cosa che non è come dovrebbe essere è un male: uno degli infiniti, piccoli, grandi o grandissimi mali di cui facciamo esperienza quotidiana – come quotidianamente facciamo esperienza anche di molti beni, dal buon caffè del mattino al privilegio di un po’ di tempo libero o di un buon lavoro”. Ora, spiega l’autrice: “Ci sono tanti beni e mali, e di tante specie, quante sono le qualità di valore positivo o negativo delle cose. Così abbiamo ricondotto la nozione di ideale a quella di valore”. Dunque, seguendo l’argomentare della de Monticelli, possiamo senz’altro identificare il concetto di ideale con quello di valore; possiamo infatti definire l’ideale di una cosa come “l’insieme di valori che una cosa realizza al suo meglio. La nozione di valore è legata a quella di ideale perché in una certa misura il valore trascende sempre il bene che lo incarna”. Ad esempio, i veri artisti conoscono per esperienza la continua insoddisfazione e la illimitata perfettibilità del loro lavoro, così come i grandi interpreti delle opere musicali, i grandi cuochi e i bravi insegnanti, a cominciare da quelli elementari per finire con i docenti universitari come la stessa professoressa De Monticelli, la quale, per spiegarsi con un esempio tratto dalla vita quotidiana, afferma che “Perfino il buon caffè che ho bevuto questa mattina non era proprio un caffè ideale”. Malgrado tutti gli esempi che si possono addurre, rimane tuttavia il fatto alquanto preoccupante che “non c’è nozione che sia oggi, e veramente sia stata in tutta la nostra modernità, meno chiarita dal pensiero filosofico e più oscurata da quello ideologico che la nozione di valore”. A che cosa è dovuta questa sorta di rimozione collettiva? Possibile che oggi la nozione di valore sia soltanto quella relativa alla borsa-valori e al costo del danaro?


Max Scheler

 

Dove sono finiti i grandi valori tradizionali come quelli dell’amor di Patria, della fedeltà a un Credo, della dedizione totale a una missione, del sacrificio di sé in nome dei propri ideali? Per questo è ancora necessario interrogarsi su “Che cosa è valore, che cosa sono i valori, come è fatta l’esperienza di valore?”. Per ridare alla nozione di valore il suo giusto peso, l’autrice parte dalla constatazione che “Forse quello che oggi è più importante è capire che la parola “valori” è stata la maggiore vittima dello scetticismo che ha tolto alle menti umane – fuori e dentro l’accademia – il respiro della filosofia”. Secondo la De Monticelli, che si rifà alla fenomenologia husserliana e, in particolare, al pensiero etico di Max Scheler, “Valore non è eredità di tradizione, e neppure è qualcosa di posto o imposto da volontà più o meno forti o dominanti, ma è dato di esperienza viva che chiede parola nuova, pensiero chiaro – o non è niente”. E aggiunge questa  sorprendente e perentoria affermazione. “non c’è esperienza  che non sia in qualche modo esperienza di valore, ma anche che non sia esperienza nuova”. Cioè viva; se infatti i valori non si incarnassero (in parte) nei beni che incontriamo quotidianamente in questo mondo insieme ai mali, non potremmo farne esperienza. Si potrebbe anche dire che sono i valori che fanno i beni, mentre i beni non fanno i valori ma ne partecipano. E qui finisce il paragrafo dedicato all’erosione dell’idealità. Rimangono da esaminare quelli che trattano dell’apatia civile e del relativismo etico. Questo sarà l’argomento della prossima e ultima puntata su Al di qua del bene e del male  dell’antinietzschiana e antinichilista  professoressa Roberta De Monticelli

FULVIO SGUERSO 

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