Unde malum? Fenomenologia del male pubblico Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
UNDE MALUM?
FENOMENOLOGIA DEL MALE PUBBLICO
(Parte prima)

 Il problema del male non riguarda solo quella parte della filosofia che Aristotele ha chiamato Etica (da ethos, ‘carattere’, ‘comportamento’, ‘costume’), il problema del male riguarda la vita di ognuno di noi, in quanto esseri senzienti e sociali dotati di volontà, di libero arbitrio e di ragione; esattamente come i compagni dell’Ulisse dantesco (ancorché vecchi e tardi),  anche noi dobbiamo considerare la nostra semenza: fatti non fummo a viver come bruti, “ma per seguir virtute e canoscenza”.


E infatti alle bestie non si chiede di essere virtuose o di esaminare criticamente i loro comportamenti, le virtù etiche e dianoetiche sono prerogative soltanto umane; eppure può accadere che, per quella che Roberta De Monticelli chiama “una misteriosa metamorfosi” (Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, 2015), l’essere umano perda il suo volto originario e si trasformi in una sorta di ibrido tra uomo e bestia: “Di questo aspetto della condizione umana ebbi una lancinante immagine visitando una mostra a Palazzo Strozzi dedicata ai due giganti del manierismo, Rosso Fiorentino e Pontormo. Fu un grande dipinto del Rosso a offrirmi quell’immagine del grande enigma su cui questo libro verte: l’origine del male pubblico”. E qui la filosofa spiega quello che avvenne in lei grazie a quel dipinto: ”Occorre, per dare il senso di quella sorta di rivelazione che certamente ho condiviso con molti visitatori della mostra, almeno un cenno alla situazione in cui si trovava quella tela del Rosso, la Deposizione del 1517.1528, proveniente dalla chiesa di San Lorenzo a Sansepolcro e composta subito dopo il sacco di Roma”.

 Roberta De Monticelli

La situazione o collocazione del dipinto non era certo casuale ma, annota significativamente l’autrice “nella penultima sala. Nell’ultima ti avvolgeva un gelo sorridente e indifferente. Alle pareti arazzi e altre decorazioni con cui la grande Maniera è arrivata alla sua ultima destinazione, al servizio del re di Francia”. In questa ultima sala della mostra si potevano ammirare: “Un paio di capolavori del nulla: una scena di dei amorosi, certamente Venere e Marte, che sembrano uscite da una fitness di lusso, di una bellezza perfetta quanto gelida, e una Passione che sembra una palestra di esercizi di torsione, dove la cosa più in vista sono i boccoli biondi, da gran coiffure barocca e cortigiana, di un improbabile san Giovanni”. Ma perché la De Monticelli si sofferma su questi particolari dei dipinti dell’ultima sala? Perché “La sapienza degli organizzatori della mostra aveva messo sotto gli occhi di tutti la repentinità dei tracolli di civiltà”. Ecco il punto: la gran Maniera degli artisti fiorentini si era ridotta ad abbellire le ricche dimore di Francesco I di Valois. Ma come possono avvenire questi tracolli valoriali? “Sono all’inizio forse solo frane improvvise e leggere nell’animo ignaro dei geni, e solo a poco a poco diventano visibili a tutti. Nella penultima sala, infatti, si trovavano in due pareti contigue la Visitazione del Pontormo, che propriamente è il quadrato della Grazia e della Bellezza (con la danza a quattro, per così dire, delle due Donne in attesa riflesse nei doppi delle due ancelle), e quella Deposizione del Rosso che è l’estremo opposto: l’immagine veramente lancinante della Bestia in cui si stravolge la Forma col subitaneo cedimento e crollo di tutto ciò che era alba di civiltà moderna: Libertà, Ragione, Humanitas. Era tutto nel volto ferino del soldato romano con la lancia: una metamorfosi ancora pienamente in atto, che si vede mentre si svolge. Una faccia umana che si sta imbestiando”.


 Queste mutazioni interiori non si sa come avvengono, ma avvengono, e sono all’origine del male così pubblico come privato; Si tratta di “Una mutazione inafferrabile sì, ma comunissima, e tale che in certi momenti diventa una sorta di epidemia senza diagnosi…”. Inutile dire che questa epidemia morale, o meglio, amorale, sta dilagando, mettendo in serio pericolo la stessa convivenza civile e le istituzioni rappresentative di una società democratica. Non per niente si parla da tempo di crisi della democrazia. Ma questa misteriosa trasformazione in che cosa consiste effettivamente? Di che malattia si tratta? Non è che possiamo rimanere così nell’incertezza e sospesi nel vuoto. “E allora conviene anzitutto precisare da cosa a cosa questa metamorfosi interiore è un passaggio, apparentemente. Ecco: non dal bene al male, almeno non consapevolmente. Del resto se vedessimo tutti chiaramente, e tutti allo stesso modo, su cosa sia bene e cosa sia male, la questione neppure si porrebbe, né sarebbe nei secoli rimasta così oscura”. Ma allora, se non si tratta di un passaggio graduale e inconsapevole dal bene al male, di che cosa si tratta? “Si tratta piuttosto di un mutamento di preferenze e di un reinvestimento di adesioni, diciamo così, dall’ideale al reale. O meglio, di un trasferimento di partecipazione, dall’incertezza di un possibile magari sognato, ‘migliore’, alla certezza di una realtà ‘vincente’”. Quindi, in definitiva “Da un’impotenza, a una partecipazione di potere.


Non importa in che forma”. La tesi qui sostenuta dell’autrice è che “La metamorfosi in questione non è una conversione al male, ma una (caratteristica) conversione alla realtà. Una conversione che avviene al buio della coscienza assiologica”. Come dire che questa conversione o appiattimento dell’ideale sul reale, del valore sul fatto, non potrebbe verificarsi alla luce della ragione; infatti “C’è un aspetto profondo dell’origine del male morale che tutta la tradizione, tanto greca quanto cristiana, ha colto in modi diversi con l’immagine del dio che acceca chi vuole perdere, oppure l’idea che il peccato appare al peccatore come una piuma, al santo come una montagna. Sono palesemente due modi di descrivere una sorta di cecità cognitiva, una cecità al disvalore, o alla sua gravità”. E infatti difficilmente chi si macchia di delitti anche efferati va spontaneamente a consegnarsi alla giustizia. Da una coscienza incosciente non ci si può aspettare che segua virtù e conoscenza.

  FULVIO SGUERSO 

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