Il seme della violenza Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
IL SEME DELLA VIOLENZA
 Neppure al più distratto e superficiale degli sguardi di un normale utente della televisione, dei giornali o di Internet non può sfuggire la vistosa e conturbante crescita del tasso di violenza, anche verbale, presente nella nostra società, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli e indifesi. Fenomeno tanto più scandaloso in quanto si manifesta in seno a una civiltà ritenuta superiore, fornita dei più sofisticati strumenti tecnologici e apparentemente ben difesa rispetto alle ricorrenti pulsioni barbariche ed autodistruttive che hanno purtroppo caratterizzato il secolo scorso, e che pensavamo (o ci illudevamo) di esserci lasciate alle spalle. Sembra proprio che, come scherzando (ma non troppo) va sostenendo il “cattivo maestro” Umberto Eco, la storia si sia stancata e invece di progredire “si riavvoltoli su se stessa”.

 Dunque sbagliavamo ritenendoci ormai al riparo da flagelli come la carestia, la peste e le guerre? Allora ha ragione l’apocalittico Guido Ceronetti a scrivere che “non c’è scampo: la violenza, in una società sempre più violenta, è un ago di bussola puntato fisso su tutto ciò che si agita sul fondo della Debolezza” e che, in un mondo siffatto, “Predicare l’amore non serve” (allusione all’enciclica sull’amore di Dio di Benedetto XVI?) perché “è molto meno presente dell’acqua potabile e si va liquefando (sic!) più in fretta dell’Antartide.” (La Stampa del 20/03/06)? Chissà, sarà forse meglio predicare l’odio (vedi il caso del giornalista Filippo Facci che su “Libero” del 28 luglio 2016 ha rivendicato il diritto di odiare l’islam), come se non ne circolasse già in abbondanza? Caso mai, più che predicare l’amore o l’odio, conviene chiederci perché l’umanità è ormai in uno stato di guerra permanente. Se lo chiedono, tra gli altri, M. Hardt e A. Negri i quali osservano anche loro come oggi “invece di muoverci verso un mondo di pace…siamo come catapultati indietro nel tempo, fino a ritrovarci nell’incubo di uno stato di guerra perpetuo e indeterminato, che provoca la sospensione del diritto internazionale e nel quale non c’è alcuna chiara distinzione tra atti di guerra e mantenimento della pace.” (Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine mondiale. Rizzoli. 2004). Per questi autori la famosa affermazione di von Clausewitz “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, va aggiornata invertendone i termini: “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”.
 
Altro che la pace perpetua vagheggiata da Immanuel Kant nel 1795! Come mai dunque il mondo assomiglia sempre più a un inferno che a un paradiso terrestre? Di chi è la colpa? Del capitalismo? Del comunismo? Del signoraggio bancario? Degli ebrei? Degli islamici? Delle migrazioni di massa? Del Manifesto di Ventotene? Dell’Europa? Degli Stati Uniti? Dei cinesi? Di Big Fharma?  Del Pci, Pds, Ds, Pd? Del gruppo Espresso- Repubblica? Di Eugenio Scalfari? Di Mario Draghi? Di Papa Francesco e della Chiesa cattolica? Del peccato di Adamo ed Eva? Dello sfruttamento indiscriminato delle risorse terrestri? Delle scie chimiche? Sta di fatto che “anche la terra soffre. Nel deserto di Mojave, in California, dove nel 1940 il generale Patton addestrava i carristi, a distanza di cinquant’anni le piste sono ancora visibili…potranno occorrere più di mille anni perché alcune parti di questa zona danneggiata tornino come prima. Chi avrebbe mai immaginato che il deserto potesse essere così fragile?” Questa è una delle interrogazioni che pone James Hillman nel suo libro (Un terribile amore per la guerra. Adelphi. 2005), il cui oggetto è proprio quel fascino così apparentemente assurdo ma indubitabile che la guerra ha sempre esercitato, al di là di ogni retorica sui buoni sentimenti, sull’animale uomo; cioè su quell’ animale “razionale” e “politico” che, almeno finora, si è dimostrato il più pericoloso per la sua stessa specie. Hillman dichiara subito l’inadeguatezza metodologica e interpretativa dei normali strumenti storiografici, sociologici o settoriali (come gli studi di tecnica e strategia militare): il fenomeno della guerra – e della sua persistenza – richiede uno “slittamento di paradigma. Se quell’ingombrante oggetto che è la guerra non cede al nostro attrezzo, allora dobbiamo cercarne un altro…E’ forse colpa della guerra se non ne abbiamo ancora colto il significato?
 
  
James Hillman e il suo libro (Un terribile amore per la guerra)
Come mai il nostro metodo di comprensione non comprende la guerra? Risposta: i problemi non possono essere risolti al medesimo livello di pensiero che li ha creati.” Hillman è persuaso che questa incomprensione sia uno degli aspetti del problema che, come si può facilmente intuire, non riguarda solo la diagnosi ma anche la terapia, ammesso che vogliamo uscire dalla spirale perversa che si riproduce appunto grazie ai nostri errori di metodo. Per questo la guerra esige “un salto immaginativo non meno straordinario e formidabile del fenomeno stesso”. Ecco perché sulla scorta della Scienza nuova di G.B. Vico, che l’autore considera addirittura un precursore della psicologia analitica junghiana, conviene scandagliare gli strati profondi della psiche; mettere da parte gli schemi e i costrutti convenzionali, sempre fuorvianti, per indagare gli “universali fantastici”, ovvero, dice Hillman nel suo linguaggio, “le strutture archetipiche dell’immaginazione”. Qui entra in campo la mitologia con tutto il suo potenziale di suggestioni poetiche e artistiche. E che la guerra sia un mito essa medesima lo abbiamo appreso sui banchi della scuola media quando – almeno così accadeva negli anni della mia adolescenza – gli eroi greci e troiani cantati nell’Iliade ci parlavano di amor patrio, di gloria e di virtù, cioè di forza. E non è certo un caso se il “poema della forza” (così lo ha definito la grande pensatrice e mistica Simone Weil) è all’origine di tutta la letteratura epica occidentale, tanto delle chançons de geste medievali quanto dei poemi epico-cavallereschi del nostro Rinascimento, e poi delle grandi descrizioni di battaglie in romanzi  come I miserabili, La Certosa di Parma, e, naturalmente, Guerra e pace. Se il mito della guerra non ha mai smesso di ispirare i poeti, i pittori e i musicisti, dalle origini ai giorni nostri, ci sarà pure una ragione.

 
Nell’istruttivo capitolo dedicato alla sublimità della guerra Hillman ricorda che, nella mitologia classica, il dio della guerra è raffigurato insieme alla dea dell’amore e della bellezza: “Marte e Venere si bilanciano in un sistema compensatorio di reciproca concordanza, in cui l’uno colma un vuoto dell’altra  e viceversa, espressa allegoricamente nella figlia nata dalla loro unione, Armonia.” E’ questa incredibile fusione di odio e amore, di coraggio e di pietà, di bellezza e di morte che rende sublime la guerra. Il nostro maggior cantore di miti guerreschi, Gabriele D’Annunzio, avrebbe sottoscritto con entusiasmo; lui che, all’inizio della guerra contro l’Austria, temeva di rimanere soltanto un “parlatore da battaglia” e che invece, grazie al nulla osta di Salandra, conosce la gioia del guerriero “che non somiglia ad alcun’altra”. E’ un sentimento di questo genere che fa pronunciare al generale Patton, nel film omonimo, mentre contempla la terra sconvolta, i carri armati bruciati, i cadaveri, dopo aver baciato un ufficiale morente, la battuta con cui si apre il libro: “Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita”. E’ chiaro che non si può comprendere la follia di questo amore se non riusciamo, per empatia, a entrarci dentro; così come non si può comprendere il sacrificio dei martiri altrimenti che partecipando alla loro fede. Il quarto e ultimo capitolo, dopo “La guerra è normale”; “La guerra è inumana”; “La guerra è sublime”, è dedicato al rapporto, anzi addirittura all’identità tra guerra e religione. Il titolo di questo arduo capitolo infatti è: “La religione è guerra”. Qui Hillman elabora una complessa teoria sul nesso che, a suo giudizio, unisce le religioni monoteistiche alla guerra; in base a questa teoria “la concentrazione univoca sull’Unico Vero Dio esige che la fede sia coesiva, organizzata. La psicologia del monoteismo cristiano , per esempio, si sforza di mantenere sia una coerenza definitoria del suo oggetto (Dio), sia una coesione fideistica tra i credenti… Poiché una psicologia monoteistica è giocoforza tesa all’unità, la sua psicopatologia è l’intolleranza della differenza”. Per comprendere adeguatamente questa tesi radicale di Hillman (oltre che, ovviamente, leggere tutto il libro) conviene collocarla nel contesto della polemica contro i neoteologi fondamentalisti americani, i quali non esitano a giustificare guerre di aggressione con la difesa del cristianesimo minacciato. A questo punto ci si potrebbe chiedere: dopo la diagnosi, quale terapia? Se la guerra non è fuori ma dentro il cuore dell’uomo, anzi, è un elemento primordiale dell’essere, secondo il pensiero di Eraclito ripreso ai giorni nostri da Emmanuel Lévinas, bisognerà cercare non di mascherarla con l’ipocrisia dei benpensanti (o dei trafficanti di armi) ma di trascenderla in un amore più forte di quello per la morte. Per esempio nell’amore per il processo del fare artistico, così simile alla Natura naturans di Benedetto Spinoza.

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