NATURA MADRE O MATRIGNA Stampa
Scritto da Fulvio Sguerso   

 

NATURA MADRE O MATRIGNA?

Chi ha scavato canali agli acquazzoni / e una strada alla nube tonante, / per far piovere sopra una terra senza uomini, / su un deserto dove non c’è nessuno, / per dissetare regioni desolate e squallide / e far germogliare erbe nella steppa?”

(Giobbe 38, 25-27)

           Ma la pioggia  che ha flagellato e devastato il Nuorese non è caduta su un deserto,  questa nuova  alluvione autunnale ha colpito un territorio densamente popolato e, in aggiunta,  dissestato dalla cementificazione selvaggia e dall’abusivismo edilizio. E ora piangiamo su queste altre povere vittime, e il vescovo di Olbia, affranto nei suoi paramenti viola in segno di lutto, benedice le bare e invita tutti a pregare, alla solidarietà e a non perdere la speranza (ma che  infinito e inconsolabile strazio quelle due piccole bare bianche!), e  piangiamo anora sulle rovine provocate da  questa “bomba d’acqua”, da questa nuova catastrofe  idrogeologica annunciata, una volta di più invano. E’ una storia che si ripete, un copione purtroppo già visto e rivisto, in Sardegna come già in Liguria e in Piemonte e  in Toscana e nel Veneto e in Sicilia…(e ora, secondo le ultime notizie,  anche a Catanzaro).  Niente di nuovo sotto il cielo del nostro bel Paese, vero? A riprova, martedì 19 novembre, presso il Tribunale di Cagliari, si è aperto il processo contro otto amministratori e funzionari, accusati di omicidio colposo e disastro ambientale, in seguito all’alluvione che colpì il  Cagliaritano nell’ottobre del 2008, in cui perirono travolte dalle acque esondate quattro persone. E oggi, come allora,  qualche amministratore e politico  locale  osa parlare di “tragica fatalità”, pur sapendo di aver contribuito al dissesto del territorio favorendo, anziché impedendo, una speculazione edilizia indiscriminata (permessi di edificare su terreni paludosi, su aree golenali, piani regolatori carenti o inesistenti, infrastrutture  malamente pianificate, noncuranza delle compatibilità ambientali, alvei ridotti senza criterio, argini troppo stretti, torrenti coperti o deviati, ecc.).

 

 E anche sull’imponderabilità e inevitabilità dei cataclismi “naturali” si potrebbe discutere; quali sono le cause, infatti, dell’aumento di queste perturbazioni così anomale e violente? “La Sardegna si trova al centro del Mediterraneo ed è il mare il vero motore anche dei cicloni extratropicali. La temperatura più elevata delle acque (dovuta al cambiamento climatico) scatena perturbazioni a carattere violento anche alle nostre latitudini, né più né meno di quanto fa il Golfo del Messico o l’Oceano Indiano per gli uragani” (Mario Tozzi, geologo, su La Stampa del 20/11/13) E questo cambiamento del clima di cui tanto si parla, a che cosa è dovuto? È un fenomeno del tutto naturale o c’entra per caso il saccheggio delle risorse terrestri, la deforestazione, l’industrializzazione, la continua immissione di monossido di carbonio e di altri venefici gas di scarico nell’atmosfera (per non parlare dei rifiuti tossici d’ogni tipo sparsi un po’ dovunque in terra e in mare),  e la progressiva desertificazione di vaste aree del Pianeta, con conseguenze difficilmente calcolabili sull’ecosistema globale? Non ci sarà qualcosa di sbagliato nel nostro “modello di sviluppo”? Non sarà che le ragioni del  profitto privato di pochi prevalgano su quelle  della salute e del bene comune di tutti? Domande retoriche quant’altre mai, eppure si ripresentano puntuali dopo ogni “emergenza”, cioè quasi di continuo. E, insieme a queste, altre domande si ripresentano, non più sulle evidenti responsabilità (dis)umane riguardo al dolore e ai lutti provocati da catastrofi naturali, ma sulle eventuali responsabilità – dirette o indirette – di Chi ha creato e gli uomini e la natura, ovviamente da parte dei credenti (o degli scettici). Perché, se è vero che il dissesto territoriale e le colpevoli omissioni in fatto di prevenzione, manutenzione e cura dell’ambiente in cui viviamo sono (o devrebbero essere) in carico a tutti noi, è pur vero che, quando gli elementi si scatenano colpiscono alla cieca e travolgono in egual misura i colpevoli e gli innocenti (e, sembra, più gli innocenti che non i colpevoli), e quindi si ripropone l’antica questione di come sia possibile conciliare la bontà infinita, la misericordia, l’onniscienza e l’onnipotenza di Dio con la presenza del male nel mondo, e - come nel caso delle disgrazie, dei disastri naturali e delle malattie invalidanti o incurabili - del male fisico, soprattutto quando colpisce creature innocenti, come i bambini, o persone devote e pie come il servo di Dio Giobbe, di cui si narra nell’omonimo libro dell’Antico Testamento. In questo libro, il primo dei “sapienziali” - cioè dei cinque libri in cui alcuni soferim (scribi) raccolsero e trascrissero l’eredità tramandata oralmente o per iscritto dei detti, delle massime, dei precetti, delle sentenze e dei racconti didascalici accumulatisi nelle tradizioni delle famiglie e dei clan israeliti (oltre che in ambienti sacerdotali e di corte, soprattutto di quella di re Salomone), per insegnare il modo giusto di vivere al cospetto di Dio, e quindi le vie da percorrere per raggiungere la salvezza individuale – viene messa a tema la sofferenza del giusto e dell’innocente e del suo rapporto con la Giustizia imperscrutabile di Dio.

 

Nel prologo in prosa si racconta come Dio diede il permesso a Satana di tentare il devoto Giobbe per mettere la sua fede alla prova. Malgrado fosse colpito prima nei beni e nei figli, Giobbe rimane saldo nella fede. Non ancora soddisfatto, Satana chiede a Dio il permesso, subito accordato,  di colpirlo nella carne viva con una malattia dolorosa e ripugnante, ma Giobbe resiste e supera anche questa prova, e anzi rimbrotta la moglie che vorrebbe fargli maledire Dio, visto come lo ripaga per la sua devozione. A questo punto, tre suoi amici vengono a consolarlo. Qui finisce il prologo in prosa e comincia il lungo dialogo poetico che si chiuderà con un epilogo di nuovo in prosa. I tre amici (Elifaz, Bildad e Zofar) rappresentano la sapienza tradizionale, che è quella della giustizia retributiva: Dio, sommo giudice, distribuisce premi e castighi secondo i meriti e le colpe degli uomini, quindi Giobbe dovrebbe farsi un accurato esame di coscienza; ma Giobbe non accetta questa sapienza calcolante e ragionieristica, sa di non aver mai agito male e di essere innocente e quindi confuta in radice la tesi della giusta retribuzione, secondo cui una qualche responsabilità per la disgrazia che gli è capitata deve pur averla. A questi tre interlocutori – in realtà ben poco caritatevoli – se ne  aggiunge improvvisamente un quarto, di nome Eliu. Costui, in quattro lunghi monologhi, espone la sua concezione della sofferenza: non si tratta solo di punizione, ma va intesa anche come un aiuto da parte di Dio per la correzione dei nostri errori (chi non ne commette?), per spingerci alla conversione e per stroncare sul nascere qualsiasi tentazione d’inorgoglirci per i nostri presunti meriti. Ma Giobbe non accetta nemmeno questa tesi  “pedagogica” sulla sofferenza; in un ultimo soliloquio riafferma la propria innocenza, e, questa volta, osa chiedere conto a Dio del male che lo ha colpito, citandolo addirittura in giudizio. E allora Dio gli risponde “in mezzo a un turbine”: “Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?  / Dillo, se hai tanta intelligenza! / Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, / o chi ha teso su di essa la misura?…” Insomma Dio  ristabilisce le proporzioni mettendo Giobbe di fronte ai propri limiti e, magnificando la sua opera di Creatore, gli fa comprendere quanto poco egli possa comprendere dei misteri che solo Lui conosce.


 

Con tutto questo Dio non lo condanna, come facevano i suoi severi amici, , ma neppure accetta di presentarsi come imputato di fronte al tribunale di…di chi? Del povero Giobbe che pretenderebbe di comprendere i misteri della misericordia e della Giustizia divina? E così Giobbe ritira le sue accuse, ritorna umile ed è persino contento di tenersi strette le sue piaghe: Dio gli ha parlato, lo ha assolto  e tanto gli basta: “Io ti conoscevo per sentito dire, / ma ora i miei occhi ti vedono. / Perciò mi ricredo / e ne provo pentimento sopra polvere e cenere”. Queste parole commuovono il Signore, il quale, nell’epilogo,  si rivolge  contro Elifaz e lo apostrofa così: “La mia ira si è accesa contro te e i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe…” Per espiare i loro peccati i tre poveri amici di Giobbe  (di Eliu non si parla più) dovranno sacrificargli sette vitelli e sette montoni, mentre Giobbe pregherà affinché non vengano puniti per la loro insipienza. Grazie a questa preghiera, il Signore benedisse Giobbe e lo reintegrò in tutti i suoi averi, e visse felice con una nuova bellissima famiglia fino a centoquarant’anni. Lieto fine? Qualcuno ne ha dubitato:

questo epilogo dolciastro non sembra all’altezza della tragicità del grande dialogo poetico che forma il corpo centrale  di uno dei libri più belli e studiati dell’Antico Testamento.

FULVIO SGUERSO 

 

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