Considerazione sul progresso e sulla crisi Stampa
Scritto da Fulvio Sguerso   

DAL MITO DEL PROGRESSO ALL’ATTESA DELLA CATASTROFE

Da tempo si discute sugli effetti negativi, sulle ricadute antiumane e disumane, sui pericoli e sui rischi che la stessa  sopravvivenza del nostro pianeta ormai corre grazie al cosiddetto “progresso”(cfr. Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer, 1947). E sembra davvero un crudele paradosso che le magnifiche sorti e progressive del genere umano, considerate certe e incontestabili dagli Enciclopedisti francesi, dagli Idealisti tedeschi (e italiani), dai Positivisti e dai marxisti sia ortodossi che eretici, oggi si rivelino così incerte e oscure, malefiche e regressive. Come è potuto accadere? O meglio: poteva non accadere?

Forse sì, se la Nuova Atlantide pensata da Francesco Bacone nel Seicento non si fosse tramutata nella Terra Desolata di Thomas Stearns Eliot nel Novecento, il secolo più lungo e tragico della nostra storia. Ma la storia, come si dice, non si fa con i “se”. Possiamo allora far tesoro degli errori commessi? In fondo, malgrado i profeti di sventura, l’umanità non solo non si è estinta ma si è addirittura moltiplicata, crescendo in quantità, in potenza e in conoscenza. Già, ma proprio questo è il problema: la crescita esponenziale della popolazione mondiale non è compatibile con le risorse disponibili, la potenza tecnologica e militare raggiunta è tale che potrebbe in pochi minuti annientare l’umanità stessa; e la conoscenza tecico-scientifica, se non è orientata al bene comune, è peggiore dell’ignoranza.

Dunque basterebbe guardare ed agire nella direzione del bene comune per salvare l’umanità dalla prefigurata catastrofe ambientale, economica, alimentare, energetica, sociale e politica  ? Forse sì, se ci trovassimo tutti d’accordo sulla definizione di “bene comune”. Purtroppo è persino una banalità affermare che, oggi, ciascuno ha il “suo” bene comune, così che il mio bene non coincide con il tuo, e viceversa. Come uscire da questo labirinto in cui la crisi dei valori etici si riflette su quella dei valori finanziari, la crisi finanziaria su quella politica, e quella politica, a sua volta, su quella finanziaria in una sorta di diabolica circolarità? Per un cristiano la via da seguire rimane quella del Vangelo, della gerarchia dei carismi e delle virtù teologali: fede, speranza e, soprattutto, carità (Prima lettera ai Corinzi). Alla speranza cristiana è dedicata, com’è noto, l’ultima enciclica di Benedetto XVI. E per i non cristiani e i non credenti o miscredenti? Cadute nella polvere e nel sangue versato della storia le vecchie bandiere ideologiche, che cosa rimane a costoro? Il “dio mercato” risponde il neodevoto Giulio Tremonti nel suo “profetico” pamphlet sulla crisi globale e valoriale che investe l’Occidente e, in particolare, l’Europa (La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla. Mondadori. 2008). Come promette il sottotitolo, l’autore non si limita alla diagnosi del male e del suo sintomo  - la paura, appunto -   che affligge un’Europa che non sembra più credere in se stessa, e un mondo dominato dal capitalismo finanziario e percorso da venti di guerra ormai ininterrotti, ma propone anche una terapia. Quale?

 

Girolamo Savonarola

“Per cambiare, l’unica politica che si può fare è una politica alternativa al mercatismo e per farla serve una filosofia politica diversa, una filosofia che ci sposti dal primato dell’economia al primato della politica. Serve una leva che – come ogni leva – per funzionare deve però avere un punto d’appoggio. Questo punto può essere uno solo: quello delle ‘radici’, le radici giudaico-cristiane dell’Europa.”

Ora è pur sempre possibile fraintendere il senso di un discorso, e in tal caso non esiterei a correggermi, ma se capisco bene Tremonti propone di sostituire alla base economico-finanziaria del potere politico, una base etico-religiosa, e, nella fattispecie, al “mercatismo” imperante le “radici giudaico-cristiane” che dovrebbero caratterizzare l’identità di noi europei. In altri termini, per ritrovare noi stessi, dovremmo (se già non lo abbiamo fatto) convertirci al giudeo – cristianesimo.

 A quale scopo? Per fornire un punto d’appoggio a un nuovo primato della politica rispetto all’economia,  quindi a un potere non più subalterno al Capitale ma alle Sacre Scritture! Insomma, sempre se capisco bene, Tremonti vagheggia una nuova Repubblica Fiorentina retta da un novello Girolamo Savonarola oppure una nuova Repubblica teocratica come la Ginevra di Giovanni Calvino. Diversamente dovrei concludere che questa ultima riscoperta delle radici giudaico-cristiane dell’Europa altro non è che il vecchio suggerimento machiavellico di usare anche la religione come instrumentum regni, suggerimento inutile quant’altri mai. Stranamente, però, Tremonti, invece di citare come altri neodevoti i documenti del Magistero ecclesiastico, o, come sarebbe anche stato il caso, la Spe salvi del Papa, cita la Repubblica di Platone e la sua idea della politica come arte di governare, cioè di usare al meglio il timone della nave: “Un’arte, la politica, che tra le arti è la più complicata, perché occorre insieme conoscere la nave e l’equipaggio, la superficie del mare, i fondali, le stelle.

 Non possiamo fermare il mondo, ma dobbiamo capirlo e muoverci di conseguenza.”  Muoverci di conseguenza, cioè: constatato che il mondo è governato, anzi, dominato dal mercato e il mercato a sua volta poggia sulla tecnica, e la tecnica è la nuova vera religione dell’umanità, religione disumana che divora i suoi figli, il compito della nuova politica sarà quello di invertire la rotta fin qui seguita per approdare, come si diceva, a un recupero dei valori e dell’identità europea, valori identitari che Tremonti oppone ai disvalori della vecchia sinistra marxista e della nuova neoliberale e “mercatista”, confutate in blocco in quanto obsolete e inclini a quel nefasto pluralismo buonista ed “ermafrodita”, che ha dato il peggio – o il “meglio” – di sé nel non mai abbastanza esecrato Sessantotto. Come rimediare dunque alla “dittatura sfascista del relativismo”che la sinistra, nelle sue varie forme ed articolazioni, ha prodotto in Europa? “Deve essere in specie chiaro che il discorso sull’identità ci impone un’intensa revisione, una forte e chiara riforma delle nostre regole politiche. L’inclusione degli ‘altri’ in Europa può proseguire, però solo se gli ‘altri’ cessano di essere ‘altri’ e diventano ‘noi’. Quindi: o sono gli ‘altri’ che rinunciano alla loro identità, venendo in Europa, o è l’Europa stessa che perde la sua identità e va così a porte aperte incontro alla sua disgregazione”.

 Come dire, se la proposizione precedente ha un senso, che la nostra identità di europei è un valore mentre l’identità degli immigrati è un disvalore che essi, per il loro e nostro bene, devono rapidamente eliminare integrandosi con noi, assumendo i nostri valori, i soli veri in un mondo in preda a tensioni mal controllabili e a forze fanatiche e distruttive. Quindi non possiamo includere l’altro in quanto altro da noi, perché purtroppo “il mondo non è governato solo dal bene (cioè da noi), ma anche dal male (cioè dagli altri)”. (Le parentesi sono solo mie). Ma quali sono, in definitiva, i nostri valori irrinunciabili? “Dio, il bene, il male, l’onore, la gerarchia, il significato della vita, la modestia e l’orgoglio non possono scomparire”. La modestia e l’orgoglio, certo; ma non è un ossimoro? E l’umiltà non è forse un valore? Non ancora: non è ancora diventata una merce da piazzare sul mercato dei valori (o fuori mercato al pari degli altri valori “non negoziabili”). Non per niente l’ex “socialista” Tremonti l’ ha esclusa dal nostro (o dal suo?) codice identitario. Quanto all’orgoglio, se è inteso come giusta consapevolezza dei propri meriti e delle proprie capacità, è senz’altro un sentimento positivo; ma se i meriti e le capacità fossero più presunti che reali, non si tratterebbe di orgoglio ma di arroganza o di superbia, che è uno dei sette vizi o peccati capitali. E i vizi, così in politica come nella vita quotidiana, portano alla rovina..

Fulvio Sguerso

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