NUOVA ATLANTIDE O FINE DELL’UOMO? Stampa
Scritto da Fulvio Sguerso   
 NUOVA ATLANTIDE
 O FINE DELL’UOMO?

Uno dei miti che caratterizzano la modernità è senza dubbio quello del progresso. Ma possiamo affermare che lo stesso mito illuministico - dopo le due guerre mondiali, i lager, i gulag,  Hiroshima e Nagasaki, che hanno rivelato quanto disumano può essere (o diventare) il civile e “progredito” homo faber - caratterizzi anche la postmodernità?  Le guerre “asimmetriche” e le stragi di innocenti provocate dalle bombe “intelligenti” o “umanitarie” del democratico Occidente (così come il terrorismo fondamentalista islamico e cristiano) sono lì a ricordarci  la fallacia del mito delle umane sorti e progressive.

Dunque non c’è più speranza di realizzare quando che sia la Nuova Atlantide sognata da Francesco Bacone, o la società perfetta dell’utopia positivista, o il paradiso in un mondo finalmente pacificato e senza più sfruttamento di una classe da parte di un’altra classe secondo la profezia marxista? O la pretesa della scienza di scalare il cielo non fa che prepararci  un inferno terrestre ancora più atroce di quello d’oltretomba (dove almeno, in assenza della sensibilità corporale, le sofferenze sarebbero soltanto spirituali, come chiedeva Oscar Wilde?).

Certo è che  alle strabilianti  conquiste a cui è giunta e che può ancora raggiungere  una tecnica sempre più perfezionata e potente, non corrispondono altrettante conquiste della ragione pratica, anzi, a leggere i giornali e a guardare la televisione (per non parlare di Internet) in fatto di etica pubblica o privata (o pubblica e privata insieme) sembra che non ci sia limite all’ indecenza. Possibile che aumentando il potere di dominio sulla natura l’uomo riesca sempre meno a dominare se stesso, o meglio la parte ferina e predatoria della sua natura?

 A quanto pare non solo è possibile ma anche certo, come dimostra la cronaca di questi giorni. Eppure non mancano prospettive  neoilluministiche confortate dalla ricerca soprattutto nel campo della medicina e della genetica. Ad esempio, secondo il biologo e neuroscienziato Edoardo Boncinelli “Stiamo vivendo un momento esaltante per quanto riguarda la biomedicina in generale e la lotta ai tumori  in particolare. Si tratta di raccogliere i primi frutti pratici di anni di progresso delle neuroscienze e per la prima volta c’è la fondata speranza di vincere questa battaglia epocale.

Lo ha fatto notare Umberto Veronesi che ha anche accennato alla necessità di difendere la scienza e le sue metodologie dagli attacchi delle forze irrazionalistiche più diverse, che sembrano prendere sempre più piede e rafforzarsi di pari passo con la moltiplicazione dei trionfi della scienza.” (Corriere della Sera del 25/11/06). Potremo aggiungere presto a questi trionfi anche la vittoria definitiva contro il dolore? E, in tale evenienza, quali vantaggi ne deriverebbero alla qualità della vita umana? In altri termini, la scomparsa totale del dolore dall’orizzonte dell’esperienza e della cura di sé e del prossimo sarebbe un bene o un male per l’umanità? Ma come, c’è forse qualcosa di buono nel dolore? Anzi, c’è forse qualcosa di buono nella malattia e nella morte?

 Forse vale la pena di fermarsi un momento a riflettere sull’essenza e sul senso del dolore, su questo oggetto che, malgrado il continuo progredirei della ricerca e della tecnica, rimane ancora in gran parte un oggetto misterioso; anche perché il dolore più che un “oggetto” osservabile e analizzabile è un fenomeno inerente alla nostra soggettività: ognuno di noi, pur partecipando in qualche misura al dolore dei suoi simili,  vive e conosce per esperienza il proprio dolore. Possiamo certo “com-patire” , cioè soffrire insieme a un’altra persona , ma non proveremo lo stesso e identico dolore per il semplice motivo che rimaniamo due persone diverse, quindi con caratteri, esperienze, sensibilità, ricordi e, insomma, con un diverso grado di tolleranza al dolore. E’ noto che la soglia del dolore varia da persona a persona , e anche da momento a momento e secondo lo stato d’animo in cui ci troviamo.

Che cosa è dunque il dolore? Che cosa possiamo predicare di questo soggetto? Un sasso, per quanto colpito, flagellato, frantumato, non soffre. Una pianta, invece, soffre. L’hanno saputo i poeti prima degli scienziati: si rilegga  la descrizione del giardino sofferente nello Zibaldone leopardiano. Anche gli animali soffrono, e tanto più quanto più assomigliano agli uomini. Sembra che quanto più si sale nella scala dell’evoluzione tanto più aumenti la sofferenza; la stessa nascita è un evento doloroso per la madre ma anche per la creatura che viene, come si dice, alla luce. Su questo punto non c’è dubbio: il dolore è connesso alla vita fin dalla nascita, è parte intrinseca della vita e ne  costituisce certo un limite ma anche un elemento naturale; e sia pure, ma è anche necessario?
 

Sul piano fisiologico il dolore è un meccanismo di difesa, è un segnale di allarme che ci avvisa del pericolo e che ci fa quindi correre ai ripari; guai se non scattasse! Naturalmente c’è dolore e dolore: secondo l’intensità  e la durata si distingue in lieve, acuto e cronico; oppure, secondo l’origine patogena o traumatica, ecc. Dal punto di vista psichico il dolore è un’emozione; Aristotele lo definisce un’emozione opposta al piacere. E il piacere che cos’è, un’emozione opposta al dolore? Il circolo vizioso indica la difficoltà in cui viene a trovarsi l’intelletto quando cerca di comprendere le emozioni. E’ comunque significativo che per definire il dolore Aristotele lo metta in relazione al piacere: piacere e dolore sono come i due estremi di un continuum, come attestano le neuroscienze e la psicologia; senza il dolore verrebbe meno anche il piacere e viceversa! Abbiamo qui una conferma scientifica della Quiete dopo la tempesta: “Piacer figlio d’affanno; / gioia vana, ch’è frutto  / del passato timore, onde si scosse / e paventò la morte / chi la vita aborria…”. Il dolore è talmente connesso al piacere che in talune patologie, come il sadomasochismo,  è addirittura motivo di attrazione e di eccitamento sessuale. Come spiegare del resto la fortuna  dei film horror  o di certi orripilanti videogiochi?

 E come interpretare il fascino perverso che la guerra con le sue atrocità, torture comprese,  continua ad esercitare su tanta parte dell’umanità?

Tra l’altro è proprio intorno al dolore e al piacere che si è andata elaborando l’etica nelle scuole dell’età ellenistica: è per apprendere a dominare il dolore e a raggiungere  lo stato del piacere perfetto che, per esempio, si frequentava, alla periferia di Atene, il Giardino di Epicuro. Non può esserci vita felice  se si è in balia del dolore o delle passioni che impediscono la serenità dell’anima; su questo punto stoici ed epicurei andavano d’accordo. Due millenni dopo, S. Freud riconosceva nel dolore psichico un elemento fondamentale per lo sviluppo e la formazione dell’io. Certo finché non si supera il livello di guardia; proprio qui sta il paradosso del dolore: in una certa misura ci aiuta a vivere, se supera la misura ci impedisce di vivere.

Altra questione è quella del senso: viene per tutti il momento in cui ci chiediamo: perché il dolore? E’ proprio per cercare una risposta a questa domanda che sono state inventate le mitologie, le religioni, le opere d’arte e, in ultimo, la filosofia: perché il dolore, le malattie, il patire e, infine, la morte? Secondo Salvatore Natoli nella nostra cultura esistono due grandi “scenari di senso” entro cui il dolore trova una giustificazione e può essere interpretato: quello greco, che considera il dolore come una componente naturale della vita grazie alla quale è possibile mettersi alla prova ed esercitare la virtù; e quello ebraico-cristiano, dove il dolore è concepito quale frutto del peccato originale e come espiazione per la prima disobbedienza (e per le successive). Questi due scenari si sono anche mescolati e contaminati nel corso della storia; ma oggi rischiano entrambi di essere resi obsoleti da una fede acritica nel potere salvifico della tecnica, che prospetta scenari fantascientifici a un’umanità vagante nel deserto postmoderno come un gregge senza più pastore. Un discorso a parte meriterebbero le questioni poste dal libro sapienziale di Giobbe: come si può giustificare il dolore dei giusti e degli innocenti? Come si manifesta la giustizia di Dio? E come possiamo conoscere la volontà divina? E, in definitiva, chi è Dio e chi è l’uomo?

Ma per questioni come queste si rinvia, più che alla prossima puntata, all’intera  storia della teologia.

Fulvio Sguerso

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