MANOMISSIONE DELLE PAROLE Stampa
Scritto da Fulvio Sguerso   
MANOMISSIONE DELLE PAROLE E
NEOLINGUA DEL POTERE
 
Che cosa distingue l'animale uomo dagli altri animali? Se lo chiedeva anche Aristotele, che nell'Etica Nicomachea definisce l'uomo “un animale politico e portato naturalmente alla vita in società”; ora va da sé che non può sussistere né evolversi una qualsiasi forma di società organizzata senza l'uso della parola; e infatti, nella Politica, il maestro di color che sanno afferma che “chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all'uomo”, in quanto un uomo isolato è come una pedina che non ha senso fuori dalla scacchiera, ed è chiaro quindi “per quale ragione l'uomo è un animale socievole molto più delle api e delle pecore.
Perché la natura non fa niente senza uno scopo e l'uomo, solo fra gli animali, ha la parola......”. Anche gli altri animali hanno un loro linguaggio, naturalmente, ma limitato alle sensazioni di piacere e di dolore, ai loro richiami amorosi o ai segnali di pericolo o di lotta, ecc. Solo l'uomo possiede la facoltà di distinguere il giusto dall'ingiusto, il bello dal brutto, cosa è degno di stima e cosa non lo è, il sacro dal profano, il nobile dal vile, l'onesto dal turpe, e, insomma, il bene dal male. Ne ha la facoltà, ma non sempre la esercita al meglio, anzi, spesso usa la parola per ingannare i suoi simili, e tanto meglio li inganna quanto più è esperto nell'arte di simulare o dissimulare, arte necessaria soprattutto a chi detiene il potere politico, come ben sapeva il Machiavelli, che raccomandava al suo ipotetico principe nuovo di non mantenere la parola data “quando tale osservanza li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osserverebbero a te, tu etiam non l'hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorire la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni, e monstrare quanta pace, quante promesse sono state fatte irrite e vane per la infidelità de' principi; e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore; e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.“ (De Principatibus, XVIII). Non sono parole che spiegano meglio di tanti editoriali travaglieschi o di quegli “insopportabili” moralisti e puritani “radical-chic”, in odore di elitario azionismo (nel senso di “Giustizia e Libertà”) torinese, che sdottoreggiano e moraleggiano senza ritegno su quel “foglio di partito” (dixit Michela Vittoria Brambilla, a “Ballarò”) per borghesi colti e progressisti, fondato da quell'altezzoso giornalista snob così inviso ai cortigiani del Cav., che risponde al nome di Eugenio Scalfari? “Colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare”, soprattutto quando può contare su un esercito di fedelissimi opinion maker “indipendenti” e “liberi” dall'egemonia gramsciana, e sul potere ipnotizzante della Tv commerciale e dei denari.
Volete mettere il fascino del “Grande Fratello” o di “Amici” rispetto a quello di “Annozero” o dell'”Infedele”? E osereste mai dubitare della funzione critica e liberatoria da schemi ideologici stantii e da pregiudiziali diffuse ad arte contro il generoso e buon Cav., di quotidiani come “Libero”, “Il Giornale”. “Il Foglio”, “Il Tempo”, et similia? Ma qui c'è poco da scherzare e da ironizzare – potrebbe obiettarmi qualche “libero” lettore -, qui si tratta della libertà di parola e di stampa sancita dall'Art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione......”.

Giusto; ma non ho trovato sancito da nessuna parte, in nessun codice, o codicillo, il diritto di manomettere il significato delle parole, o di operare slittamenti semantici arbitrari senza nemmeno avvertire chi legge o chi ascolta le notizie alla radio o alla televisione. Come sarebbe a dire? C'è forse qualcuno che manomette il significato delle parole, o, più esattamente, di certe parole senza segnalarlo? Per esserci c'è, non fosse per altro perché c'è sempre stato (come appunto ci ricorda il Segretario Fiorentino); caso mai, oggi, si tratta di individuare chi si arroga questo diritto non dichiarato, o meglio, questo abuso, e a che scopo. Una manomissione in grande stile del linguaggio era stata messa in atto, per esempio, dai regimi totalitari negli Anni Trenta e Quaranta e, nel caso dell'Unione Sovietica e delle cosiddette “Repubbliche popolari” d'oltrecortina (ma non solo, basti pensare alla Cina di Mao e successori) anche dopo la fine della seconda guerra mondiale. La lingua del potere totalitario assomiglia molto alla Neolingua imposta dal regime di Oceania nel romanzo 1984 di George Orwell: “Il suo fine era soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero”; quindi bisognava ridurre al minimo indispensabile le parole tra cui si poteva scegliere, e queste non dovevano avere più di un significato; è evidente che se ci sono meno parole ci saranno anche meno concetti pericolosi: “non è un caso che, nella Neolingua di Orwell, le due famiglie di parole più pericolose siano quelle che si raggruppano intorno a libertà e a uguaglianza: a indicare tutta l'area semantica dell'una e dell'altra, nella Neolingua, basta la parola psicoreato.” (Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, 2010). E ai nostri giorni e nel nostro Paese possiamo riscontrare questo fenomeno, anzi, questa tecnica manipolatoria delle parole a scopo di propaganda politica o, peggio, di copertura di veri e propri reati (alcuni dei quali particolarmente gravi e infamanti, come la corruzione in atti giudiziari e l'induzione alla prostituzione minorile) commessi da chi dovrebbe, se mai, essere un modello e un esempio di correttezza e di civismo nei confronti dei suoi concittadini, e rappresentare al meglio la nazione nel consesso delle altre nazioni? Altro dirti non vo', mio “libero” lettore allergico alla fu “egemonia culturale della sinistra” (ma a tuo agio, a quanto pare, nell'attuale egemonia sottoculturale del Grande Fratello e del Qualunquismo al potere). Mi permetto solo di consigliarti la lettura del libro citato dell'onesto e civile Carofiglio, sempre che tu non ritenga di non non avere più niente da imparare. Quanto a me, credimi, non ho niente da insegnare.

Fulvio Sguerso

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