Dopo la morte di Dio (Parte terza) Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   

DOPO LA MORTE DI DIO (parte terza)

Parte prima         parte seconda

 Nel capitolo dedicato agli “Scenari utopici” Girard riprende alcuni temi fondamentali e ricorrenti nella sua indagine speculativa intorno ai concetti di Essere, Nulla, Divenire, Uno (Monos), Dualità, Tempo, Verità (eterna o in cammino), Identità, Alterità, Soggetto metafisico e Soggetto rappresentativo, e a quelli teologici relativi alle “cose ultime”, o anche, in ambito cattolico, chiamate “i Novissimi” (sottinteso misteri) cioè Morte, Giudizio (particolare e universale), Inferno  e Paradiso (cfr. Monos: liberare la morte dalla paura. Viaggio ai dintorni del nichilismo e dell’eterno, Rubbettino, 2015).


Nel primo paragrafo, intitolato ”Ordine del tempo”, Girard parla di “Una sorta di pervasiva incertezza emersa nel tempo, la quale ordina il pensare e l’agire, entro un risvegliarsi che appare però improvvido e minaccioso ai tradizionalisti metafisici”. Perché questo “risvegliarsi” preoccupa così tanto i custodi della Tradizione metafisica? Perché temono che alla perdita delle certezze tradizionali segua la perdita di tutti i valori lasciando gli “abitatori del tempo” (cfr. Emanuele Severino, Rizzoli, 2009), in questo caso del tempo presente, in balia dell’arbitrio, del potere dei più forti economicamente e politicamente e dei più bassi istinti. Per i metafisici la verità in cammino “costituisce una ‘rottura di assoluto’ insopportabile, mentre in quella del ‘dialogante’ risiede ormai la consapevolezza, più o meno esplicitata, della separazione dualistica prodotta da un forte identitarismo, la quale è stata prodromica dei conflitti che hanno contrassegnato il cristianesimo storico”. E difatti il cristianesimo storico è stato, per certi aspetti, la negazione del Vangelo di Cristo: “Quale testimonianza della corruzione già intollerabile all’interno della prima comunità, i Vangeli sono inestimabili. Ciò che Paolo condusse a termine più tardi, con il cinismo logico di un rabbino, non fu tuttavia che il processo di decadenza iniziato con la morte del redentore” (F. Nietzsche, L’Anticristo, par. 44). “E questa consapevolezza – prosegue Girard - sembra coinvolgersi nel latente riconoscimento – seppure in un disagio che favorisce il sorvolare – che la ‘redenzione cristiana si fonda(va?) storicamente sulla minaccia della punizione eterna’, entro il paradigma secondo cui ‘non c’è speranza senza timore’. La speranza cristiana possibile solo come redenzione dal peccato”.


Su questo assioma si è basato per secoli il potere della Chiesa e del clero, si può quindi capire perché le gerarchie ecclesiastiche, custodi della dottrina della fede (Depositum fidei) condannino le tesi di quei teologi che non credono (più) al dogma del peccato originale e al castigo eterno dei peccatori non pentiti, anche perché se cancelliamo il peccato, il pentimento, la penitenza e il perdono di Dio  (a determinate condizioni), che senso rimane alla morte in croce e alla resurrezione di Gesù? “L’ordine di una metafisica, intesa come presidio di un ‘determinato tempo’, si basa(va) infatti sul dualismo della distinzione fondativa degli assetti ordinati secondo aut aut, mondani ultramondani. Il monoteismo come verità che espelle il falso, vi aveva essenzialmente concorso”. La verità! Che cos’è? O meglio: esiste la Verità? Mi viene in mente l’Addio alla verità di Gianni Vattimo (Meltemi, 2009). Con la morte di Dio e l’oblio della metafisica dobbiamo salutare anche la Verità e accontentarci delle verità plurali? Ma oggi quelle che si presentano come tali nei discorsi di tutti i giorni, nei media, nella politica e persino nella religione vengono ormai avvertite per lo più come opinioni, vere per alcuni e false per altri, secondo quello che conviene di volta in volta credere. A questo siamo ridotti? “La letteratura recente – osserva Girard nello stesso paragrafo – considerata nel suo complesso sembra tentennare tra il confermare e il coprire quell’ipotetico ‘ribaltone’ che peraltro ‘sembrerebbe’ ripercuotersi scarsamente sul credente standard, inteso, quest’ultimo, come ‘fedele’ più consuetudinario che effettivamente impegnato”.

Ma siccome persino all’interno della Chiesa, come l’autore stesso ha potuto verificare, le certezze di un tempo oggi sono messe in discussione, anche il fedele praticante e consuetudinario è in qualche modo coinvolto dall’ ”aura nichilistica del tempo che viviamo…lo si vede  da quella tendenziale mitigazione di consapevolezza che emblematicamente registra chi fa la comunione senza confessarsi; oppure dall’adombramento nel lessico comune di termini che tradizionalmente costituirono l’ossatura del ‘cristianesimo vissuto’, come sacrilegio o peccato mortale”. Ma d’altra parte abbiamo visto che la “Nouvelle Théologie” pre e post Concilio Vaticano Secondo preferisce porre l’accento sulla misericordia e sulla grazia, sulla gioia e sulla benedizione piuttosto che sulla condanna e sul castigo eterno. Nel secondo paragrafo, che tratta dell’ “Eterno momentaneamente interrotto dal nichilismo del tempo”, Girard torna sulla distinzione tra l’eterno come “puro presente” e il tempo storico o della vita caratterizzato dal prima e dal dopo (ma anche dal bello e dal brutto, ecc.): “In quel puro presente dell’eterno non c’era ancora quel due del ‘così e del suo contrario’ che tuttavia predispone il fondamento del nostro stesso linguaggio, conferendo un assetto stabile alla realtà percepita”. Come dire che anche la lingua che parliamo si basa aristotelicamente sul principio di non contraddizione, secondo il quale una cosa, un oggetto qualsiasi non può essere contemporaneamente se stesso e un altro: A non è B e viceversa (aut aut).

Giorgio Girard

A questo punto Girard, con uno scarto tipico del suo stile, introduce una lunga citazione tratta da un’intervista di Emanuele Severino sulla morte come gioia, pubblicata sul “Corriere della Sera” del 31/12/ 2018; posto che, secondo il filosofo lombardo - morto novantenne nella sua Brescia il 17 gennaio dell’anno in corso, giusto un mese prima che scattasse il lockdown  causa pandemia da coronavirus: “Noi siamo Re che si credono Mendicanti. Non metto in discussione solo il Cristianesimo, ma tutta la civiltà occidentale e la sua filosofia, secondo la quale noi veniamo dal nulla e finiamo nel nulla. Questa è l’essenza del nichilismo…Il mendicante è il nostro essere convinti, per esempio, che io stia farneticando, perché le cose reali sono questo mondo, l’Europa, l’Italia, i rapporti economici, giuridici, sessuali. Mentre il fondo dell’uomo consiste nella sua permanenza assoluta. Con la morte noi superiamo lo stato di mendicità: la morte ci consente di sorpassare il senso del nulla”. Come è possibile tutto ciò? Questa citazione merita un approfondimento: per comprendere la gioiosità della morte (esatto contrario, detto per inciso, della gioia di vivere senza il peso del peccato di Mattew Fox) secondo Severino dobbiamo prima chiederci che cos’è la morte per noi. Possiamo affermare che nella cultura occidentale la morte è il momento in cui la vita diviene altro da sé. Ebbene, per Severino questa idea della vita che a un certo punto diviene qualcosa d’altro è l’estrema follia, cioè la forma estrema dell’errare lontano dalla struttura originaria nella quale ogni ente è eterno perché là, all’origine di tutto, tutto è eterno. E tuttavia noi temiamo la morte perché la confondiamo con il dolore e con l’agonia che sono fenomeni della vita. “Ma dopo l’agonia che cosa c’è – si chiede Severino in Dispute sulla verità e la morte (Rizzoli, 2018) - Ecco dunque il problema della morte. La nostra cultura concepisce la morte come annientamento. Ma è davvero così? O la morte piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita? Quando mi chiedono se ho paura della morte o perché la guardo con serenità, rispondo che l’Occidente crede che morire sia andare verso il nulla. Dobbiamo capire che questo che crediamo un andare verso il nulla è in verità lo scomparire degli Eterni”.

Fulvio Sguerso e Giorgio Girard

E qui siamo nel cuore della filosofia severiniana che non si arrende né al nichilismo né al pensiero debole né allo scetticismo ma prosegue il suo cammino segnato dal destino della necessità. Per spiegare in che cosa consiste lo sparire degli Eterni Severino fa l’esempio della legna e della cenere: “Quando la legna diventa cenere, crediamo si annienti la legna e nasca la cenere. Ma se sappiamo guardare a fondo, vediamo lo scomparire progressivo di singoli eventi (la legna che brucia, poi che brucia un po’ meno, la cenere che compare…): la morte ci appare nella forma dell’agonia, morire è il progressivo scomparire degli Eterni che escono dal cerchio dell’apparire. Ma l’uomo è destinato alla Gioia”. Che cos’è la Gioia per Severino? “E’ il superamento di tutte le contraddizioni che attraversano la nostra vita. Viviamo nella contraddizione, ma esiste un luogo in cui ogni contraddizione è oltrepassata? E noi che cosa siamo, rispetto alla totalità di quel luogo? Quel luogo non è, forse, ciò che realmente siamo? La risposta è ‘sì, siamo quel luogo’. Un luogo che chiamo Gioia. Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta. La Gioia, invece, è infinitamente più alta. Non è volontà, ma eliminazione di ogni contraddizione”. Certamente, verrebbe da dire con Amleto, che con la morte poniamo fine al dolore e alle infinite miserie della vita, naturale eredità della carne! Se la morte fosse la fine di ogni tormento sarebbe veramente la gioia più alta, e non farebbe più paura a nessuno. Ma qui siamo nel campo delle ipotesi inverificabili dell’irrealtà, nel campo appunto dell’utopia, cioè in nessun luogo e sembra che, più che di filosofia, stiamo parlando di letteratura fantastica o di poesia. “Ma se tutto l’Occidente cristiano – chiosa Girard- è nichilista perché fa sparire ciò che invece è eterno, se dunque questo gioioso eterno è interrotto solo sporadicamente dal nichilismo del nostro vivere in attesa del nostro sparire, ciò segna se non altro l’incontro tra tutti coloro che si sentono disponibili, per quanto possibile, ad affermare quantomeno la propria identità, che siano atei o credenti, ciò che è centrale per quella psicologia che ho chiamato debole. Debole perché consapevole, pur nello sfondo scettico sulla conseguibilità del vero, della grande possibilità di attingerlo tramite l’et et in cui l’ego incontra le ragioni dell’alter, piuttosto che a tutti i costi differenziarsene”. E qui si ripresenta il tema o motivo ricorrente nel pensiero di Giorgio Girard dell’identità e della differenza, tema che tratterò nella prossima puntata di questo commento.  

FULVIO SGUERSO 

 

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