Lettura di un'immagine: Trionfo della morte Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LETTURA DI UN’IMMAGINE 71
Trionfo della Morte
Tempera e olio su tavola (1562 circa)
di Pieter Bruegel il Vecchio Museo del Prado – Madrid

In questo dipinto dai bagliori infernali dell’olandese Bruegel il Vecchio (1525/30 – 1562) più della morte, appena visibile sul suo scheletrico cavallo e con la sua falce nel fitto di una mischia di corpi ritratti nelle più diverse posizioni, ancora con i loro abiti oppure oscenamente nudi, al centro dello scenario apocalittico che occupa tutta la superficie della tavola, protagonista è l’umanità rappresentata come una massa giustamente dannata per i suoi peccati (massa damnationis) spinta dagli scheletri verso l’enorme bara sulla destra di chi guarda con il coperchio alzato, probabilmente l’entrata dell’inferno vero e proprio. Ai lati di questa trappola mortale due schiere di scheletri stipati dietro ad alti coperchi di bare segnati dalla croce chiudono ogni via di fuga ai dannati, i quali tuttavia  non formano una massa informe il pittore caratterizza con precisione da miniaturista le figure dei morti, dei moribondi, dei viventi e persino degli animali che stanno per essere falciati dalla “eguagliatrice eterna”. La morte, come si dice, non guarda in faccia a nessuno, per lei non c’è differenza tra signori e servi, ricchi e poveri, potenti e diseredati, giovani e vecchi; nell’angolo di sinistra in basso per chi guarda vediamo un imperatore morente e uno scheletro che gli mostra una clessidra, un altro scheletro con tanto di armatura mette le mani su botti piene di monete; poco sopra passa un carro stracolmo di teschi guidato da uno scheletro e da un cavaliere su di un cavallo macilento che avanza lentamente in direzione della porta spalancata della grande bara infernale travolgendo chi per disgrazia si trova sulla sua strada. Da notare il particolare tragicomico dei meschini che si nascondono sotto il caro sperando di sfuggire alla morte. Sempre nell’angolo in basso a sinistra uno scheletro con cappello cardinalizio sorregge un prelato che sta per svenire. Vicino ad essi una filatrice morta annusata da un cane scheletrico. Al centro, in primo piano, vediamo un pellegrino appena decapitato da uno scheletro-soldato ancora chino su di lui. Poco sopra due scheletri incappucciati trascinano una bara scoperchiata passando sopra un’altra bara aperta da due archi gotici, che è tutto quello che rimane di una chiesa scavata nella roccia, è uscita una specie di navicella carica di morti avvolti in bianchi sudari su cui si alza una croce astile e da cui viene buttato fuori come un sacco di stracci un altro morto evidentemente estraneo a quell’equipaggio di eletti. Una scena a prima vista del tutto incongrua in quel contesto compare nell’angolo a destra in basso: è un tavolo da gioco d’azzardo sotto il quale, altro particolare tragicomico, cerca di nascondersi un buffone, mentre gli scheletri afferrano e trascinano via le eleganti dame che stavano giocando intorno al tavolo, rovesciano le bisacce e spargono le carte per terra. Sempre in quell’angolo un menestrello canta ispirato una canzone appoggiato languidamente all’amata come se la morte non esistesse. Ma sopra di loro la cavalcata della morte semina strage e terrore, al centro del dipinto brucia un nero fortilizio assediato dagli scheletri che sembrano danzargli intorno la loro danza macabra. Nel funereo e desolato paesaggio che si apre sullo sfondo si intravedono scene di guerra e di naufragi, dai monti lontani si leva il fumo nero degli incendi e sopra tutto spiccano le orribili esecuzioni di allora, i corpi lasciati a sfamare i corvi, o appesi alla forca o a un albero stecchito nell’incavo del quale cerca un precario rifugio un fuggiasco nudo. Un altro prega invano in ginocchio prima di venire decapitato. Su tutta la terra, in questa tavola del pittore fiammingo, sembra regnare la morte che avanza al ritmo delle percussioni dei timpani e delle campane che scandiscono il Dies Irae. D’altra parte i tempi in cui dipingeva questo Trionfo della morte erano tutt’altro che lieti, basti pensare ai massacri compiuti dall’esercito spagnole nelle Fiandre e alle ricorrenti carestie ed epidemie che decimavano, allora, la popolazione europea.

   FULVIO SGUERSO

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