ITALIA CUORE D’EUROPA Stampa
Scritto da Stefano Carrara Sutour   
ITALIA CUORE D’EUROPA
J.W. Goethe 


Heinrich Heine

Abbiamo già dato ampio spazio all’esaltazione dell’Italia risorta da parte dello storico francese Jules Michelet (“Italia Gloriosa Madre”- Trucioli 19/9/2011), ma anche nella Germania del primo ottocento, attraverso le opere dei suoi grandi letterati ed artisti, il riconoscimento della cultura italiana, dove tutti si abbeverano e dalla quale traggono linfa e vitalità, costituisce scoperta delle sorgenti  stesse del pensiero europeo.

Dal viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe  a  Reisebilder (Quadri di viaggio) di Heinrich Heine ( Düsseldorf 1797- Parigi 1856) il percorso della grande letteratura tedesca si dipana in Italia, ed è Italia anche se ancora divisa nei sette staterelli che, oggi, qualche sconsiderato  povero di spirito vorrebbe antistoricamente rilanciare.

    Heine cita i versi di Goethe, poi divenuti romanza nell’opera “Mignon” di Ambroise Thomas, all’inizio del capitolo XXIV dei suoi “Quadri di viaggio” (traduciamo dall’edizione francese  ‘Calmann-Lévy- Paris 1895’ non conoscendo il tedesco):

         Conosci il paese dove fiorisce l’arancio ?

         Il frutto d’oro è in fuoco sotto l’ombra delle foglie;

         Una tiepida brezza soffia dal cielo blu;

         Il mirto vi cresce  sereno   e l’alloro superbo.

         Lo conosci bene?

          Partiamo! Partiamo!

         Io voglio, amato mio, rivederlo con te. 

“Ricordi questa romanza ? (continua Heine) L’Italia vi è rappresentata, ma con i colori ansimanti  del desiderio. Goethe l’ha cantata più completamente nel ‘Viaggio in Italia’ e quando la dipinge ha sempre l’originale sotto gli occhi.”

   Heine subisce, rapito, l’incanto di Verona :

         “…Restavo immobile sia davanti agli edifici antichi, sia davanti agli uomini che mi attraversavano il cammino misteriosamente affrettati, e infine davanti a quel cielo di un divino azzurro che racchiudeva come un prezioso dipinto questo ammirevole insieme e ne faceva un quadro. Ma è curioso l’ essere noi stessi parte del quadro che si sta contemplando e vedere le figure sorriderci, soprattutto le donne, come mi accadde piacevolmente nella ‘Piazza-delle-Erbe’. … Il velo nero o bianco  che le donne della città indossano sul capo era gettato con tale maestria attorno al seno, che sembrava più tradire che nascondere le forme…. Ma osservando da vicino queste persone, uomini e donne, si scoprivano sui loro volti e in tutto il loro esser le tracce di una civilizzazione che differisce dalla nostra, nella misura in cui non è sorta dalla barbarie  del medio evo, ma dall’epoca romana. … Sembra che tutta questa folla di ‘Piazza-delle-Erbe’ non abbia fatto che cambiare a poco a poco, nel corso dei tempi, il taglio dei propri abiti e la forma del proprio linguaggio, e che lo spirito di  raffinati costumi sia rimasto press’a poco lo stesso.”

   Un pittore, alla fiera di Rotterdam, gli rivela quello che poi verificherà di persona (Cap. XXVI):

        “E’ così che la fiera di Rotterdam mi ha fatto scoprire d’un sol colpo la genialità di Jean Steen in tutta la sua divina giovialità, che più tardi ho riconosciuto sul Lung’Arno nelle forme ben disegnate che tradiscono lo spirito capace dei fiorentini; allo stesso modo, in piazza San Marco, si è mostrata al mio spirito la verità dei colori e la sognante leggerezza dei Veneziani. Trascorri a Roma, mia cara anima, e forse, allora, ti eleverai fino a concepire l’ideale che si chiama Raffaello. Tuttavia non posso passare sotto silenzio una meraviglia di Milano, la più grande sotto ogni punto di vista. Voglio dire il Duomo.”

   Lo scrittore raggiunge Genova:

         “Non lontano da Genova, dalla cresta degli Appennini, si vede il mare; questa distesa blu appare in mezzo alle cime dei picchi verdeggianti, e i vascelli che si vedono passare e ripassare  sembrano in cammino a vele spiegate  sulle montagne. Si arriva a Genova come sognando. Costruita su di una roccia, ai piedi di montagne in anfiteatro che cingono allo stesso tempo il golfo più bello.”

   Le opere d’arte e i palazzi genovesi lo lasciano senza fiato, tra “Balbi” e  “Strada Nuova”. Poi Lucca e la Toscana, sommerso dalle novelle di Boccaccio,  tenere come  i sonetti di  Petrarca, pazze come le ottave dell’Ariosto “… qualche volta ricolme di tradimenti e di una cattiveria sublime, poetica come l’inferno di Dante”.

   E la musica: Rossini, Bellini, Paganini…(p. 309 e ss.)

         “…La musica è rappresentata in Italia non da individui ma dall’intera popolazione presso la quale si manifesta: qui la musica si è fatta popolo. Da noi, gente del Nord, è tutt’altra cosa, la musica si limita a farsi uomo e si chiama Mozart.  E ancora, però, quando si esaminano da vicino i capolavori di questo genio settentrionale, vi si ritrovano  il sole dell’Italia e il profumo dei suoi aranceti ed egli appartiene ben  più alla bella Italia, patria della musica, che alla nostra Germania”.

    Leggiamo queste pagine, scritte nella prima metà dell’800 dal poeta tedesco e ci rendiamo conto della nascita e della crescita, al di là di stati e frontiere, della nazione Italia, viva e verace nelle sue differenze, unica in sé e soprattutto fonte inestinguibile –dal Rinascimento al Risorgimento- della costituzione culturale europea.

Le tragedie del ‘900 nascono proprio dalla negazione di tutto quello che la storia e la cultura italiane hanno rappresentato. Ma il richiamo di questa Italia, già fortemente ascoltato dagli uomini della Resistenza che l’hanno ripreso nella Costituzione Repubblicana, continua malgrado tutto il suo cammino e, siamo certi, sarà ancora una volta la nostra ancora di salvezza.

                                                               Stefano Carrara Sutour

 -Per copia conforme- BELLAMIGO

9 ottobre 2011

 

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