Investire nella cultura… Stampa
Scritto da Paola Mallone   
Investire nella cultura…
Per favorire il cambiamento della politica  
 

Assistiamo inoperosi, – testimoni silenti e quasi incapaci ad esprimere un qualsivoglia dissenso di fronte alla deriva delle emergenze fondanti la nostra Repubblica – all’ evidente dissolversi del ruolo essenziale, per l’equilibrio delle forze democratiche del Paese, assunto dai cosiddetti corpi intermedi, catalizzatori, un tempo, delle ragioni e dei valori presenti nella collettività, in grado di esprimere e di rappresentare, le istanze di rinnovamento pur presenti, ora come sempre, nella società civile.

I ritmi incalzanti e frenetici di un modello di sviluppo come quello occidentale, ossessionato da un dinamismo produttivo del tutto indifferente alle linee di una crescita ecologicamente sostenibile e, cosa ancor più grave, alle drammatiche fasi di crisi che attraversano l’intero corpo sociale, si traducono in una comunicazione sempre più veloce e meno penetrante fra i differenti ambiti nei quali si struttura la società; la parola, elemento precipuo del dire comune, si depriva di senso e si fa sempre più inadeguata a filtrare le reali esigenze dei cittadini e i loro bisogni.
 

Di fronte ad una simile deriva dei principi e dei valori si assiste, inoltre, al delinearsi della politica quale chiuso recinto, armatura statica e autoreferenziale, di protagonisti che si ritengono, in una buona parte, esonerati da ogni responsabilità etica: l’essere dispensati dallo scegliere fra il bene e il male comuni, pare essere unico privilegio e prerogativa di molti uomini e donne che hanno “scelto” di chiudersi per sempre nell’“armatura”, sino al punto di rimanere quasi impassibili e indifferenti d’innanzi alle esigenze, alle urgenze e alle sofferenze dei politai.

Destra e Sinistra, luoghi ove in passato venivano alimentate e sostenute opposte visioni del mondo e differenti interpretazioni circa la gestione economica della Cosa Pubblica, sono attualmente fucina di proposte politico – amministrative che difficilmente si distinguono l’una dall’altra, per finalità e strumenti operativi e si rivelano entrambe responsabili di scelte urbanistiche spesso piratesche, unicamente volte alla dissoluzione del paesaggio, nel segno di una speculazione selvaggia, che si tenta vanamente di giustificare con la necessità di estendere a strati sociali sempre più ampi il godimento delle ricchezze ambientali e territoriali che caratterizzano l’intera penisola italiana.

 Stato e società, dunque, paiono vivere un contrasto radicale, fondato su una visione verticistica della politica, costituita, nella sostanza, da oligarchie esclusive e solipsistiche, lontane dai veri interessi e dai diritti delle persone.

Serge Latouche

Riappropriarsi di un senso della politica intesa quale ambito naturale dell’esercizio di una vera democrazia partecipata, è quindi, a nostro avviso, non più soltanto esigenza reale, avvertita con sempre maggiore insistenza da settori via via più estesi della società civile, ma anche e soprattutto dovere personale e scelta etica dei singoli, cui spetta, è bene ricordarlo, la responsabilità morale di indicare, mediante la partecipazione e l’impegno personali, le linee di orientamento per il delinearsi di quelle regole che ordinano la vita aggregata dei cittadini e delle comunità umane

Occorre, quindi, rinnovare, in concreto, le linee di sviluppo e le dinamiche operanti nel tessuto sociale; attuare quelle forme di dissidenza e di resistenza che Serge Latouche definisce quali «movimenti “antisistemici” che possono, in determinate circostanze, acquistare una forza decisiva e riorientare la storia in un altro senso»[1].

Penso, in primo luogo, alla possibilità di favorire, all’interno dei partiti, programmi operativi “dal basso”, che siano in grado di esplicitare la reale volontà degli iscritti, spesso lontana dalle urgenze che ispirano le classi dirigenti, anche attraverso il richiamo a strumenti di consultazione diretta della “base”, quali, ad esempio, le primarie, organo cui si dovrebbe far ricorso non soltanto sulle questioni, pur interessanti e per certi versi “nodali”, inerenti la scelta delle leadership dei partiti e delle coalizioni, ma anche per delineare programmi, temi caratterizzanti e provvedimenti di etica politica nell’ambito dei singoli schieramenti.

Sarebbe inoltre auspicabile l’attuarsi di un dialogo aperto e diretto fra partiti, movimenti di opinione di massa, Università, enti di studio e di ricerca e Associazioni culturali, soggetti la cui sinergia dovrebbe giovare al superamento di quegli schemi di spartizione di ruoli e di responsabilità sui quali si è fondato, per lungo tempo, l’equilibrio delle forze politiche attive nel Paese.

Auspicheremmo anche potessero prender corpo e sostanza, all’interno, di aziende, di scuole, di ospedali, di enti pubblici territoriali, vere e proprie “cellule di democrazia di massa”, nelle quali fosse data ai cittadini l’opportunità di esprimere pareri, opinioni, consensi o dissensi, circa le tematiche, legate appunto agli orientamenti da maturare nella gestione della Cosa pubblica e del bene comune.

Risultano, in tal senso, di estrema rilevanza, a parer nostro, le iniziative di quell’associazionismo che incarni, quasi sue finalità e peculiarità, proprio quelle di svolgere attività di promozione culturale, sulla base di prospettive di ricerca interdisciplinare, con l’obiettivo della circolazione e del confronto fra linguaggi, competenze, ambiti d’indagine differenti, al fine di creare i presupposti per un’evoluzione costante e progressiva del pensiero collettivo.

La cosiddetta società della comunicazione di massa, nella quale noi tutti siamo calati, si caratterizza, infatti, per una circolazione eccessiva e talvolta fuori controllo di stimoli e di messaggi, troppo spesso recepiti e “agiti”, dai più, in modo inconsapevole: l’abuso dei consigli, l’ossessiva riproposizione di stili e di modelli di comportamento, la velocità che contraddistingue tali tipologie comunicative e la scelta – nell’ambito d’esse, a rappresentarle, - di parole “contenitore”, scatole – vuote, spesso, funzionali, soprattutto, a dar vita a sterili refrain esclusivamente volti ad impressionare la memoria “involontaria” dei destinatari circa l’oggetto del dire, non certo a stimolarne la coscienza critica e la propensione ad una scelta consapevole, sono solo alcune delle ragioni che chiedono rigorosa e responsabile attenzione da parte di tutti i soggetti a vario titolo interessati ai processi di evoluzione della collettività e delle sue regole fondanti.

Nell’universo mass – mediale, in ultima analisi, riteniamo essenziale indurre e favorire pause di silenzio informativo, nelle quali, all’incessante bombardamento comunicativo proprio della società dei consumi, sia possibile sostituire il rinnovarsi del contatto, da parte dei singoli, con le proprie capacità, pur sopite ma latenti in ciascuno, dell’interiorizzare, del ponderare criticamente, del valutare.

A tal fine pare urgente e indispensabile, quindi, l’opportunità di favorire il determinarsi di canali informativi (case editrici locali e nazionale, canali radio – televisivi, testate giornalistiche, anche multimediali) liberi dalla visione monopolistica dominante propria del mondo dell’informazione contemporanea.

Considerata, dunque, l’esigenza impellente di un dialogo circa i temi fino a qui evidenziati, capace di favorire le condizioni per il delinearsi, di un equilibrio, oltremodo necessario, fra l’impianto democratico del Paese e la moderna visione di leadership che condiziona, con i suoi tratti autoritari e spesso avulsi dal contesto sociale, le linee di un agire politico “autonomo e libero dagli automatismi imposti dalle convenzioni esterne”[2], auspichiamo possano aprirsi, intorno a tali emergenze, ulteriori proficue occasioni di confronto.

Paola Mallone*

*Studiosa di letteratura

31 luglio 2011



[1] Serge Latouche, Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita, Milano, Bollati Boringhieri, 2011, pp.163 – 164. 

[2] Cfr., Dario Cecchi, Hanna Arendt e la possibilità di una nuova praxis, in “Micromega Almanacco di filosofia”5/ 2011, pp.109 prefazione a Hanna Arendt, La storia e l’azione, ivi, pp.110

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