La tagliola del fiscal compact (e non solo...) Stampa
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   

LA TAGLIOLA DEL FISCAL COMPACT

(e non solo…)


 Come già anticipato in miei recenti articoli, mentre non cessa il balletto politico per la formazione di un nuovo governo, quello che viene definito il “disbrigo degli affari correnti” da parte del governo tuttora in carica prosegue in sordina, secondo l’inveterata abitudine di tutti i governi, quando si tratta di varare misure devastanti della nostra economia. Giovedì 26 aprile, addirittura in anticipo sulla scadenza del 30, il MEF (Ministero Economia e Finanza), guidato ancora da Padoan, ha emesso il DEF, lasciando intendere che avrebbe lasciato le scelte definitive al governo che verrà.

 


 Padoan guarda all'Italia attraverso le lenti di organismi come FMI e OCSE, di cui ha fatto parte

 

Tuttavia, le misure in esso contenute sono tutt’altro che “morbide” sulle nostre vite, in quanto, se non si reperiscono ca. € 20 miliardi nel 2018, scattano le famigerate clausole di salvaguardia, attuate attraverso misure recessive: l’aumento dell’Iva e delle accise. 

L’onda lunga di questa sciagurata tagliola fiscale ha già visto progressivi aumenti dell’Iva massima dal 19 al 20 al 21 al 22% negli anni passati; e l’anno prossimo si profila un ulteriore e ancor più consistente aumento al 25%. [VEDI]

Ciò è conforme alla strategia economica voluta dall’UE, che ritiene la cura migliore per un Paese stagnante, come l’Italia, sia quella di aumentare il prelievo di soldi dal circuito economico, al fine di abbattere la domanda interna, mentre il compito di stimolarne la crescita è affidato prevalentemente alle esportazioni: la stessa ricetta adottata per le nazioni più povere, rendendole ancora più povere e schiave. Nel caso dell’Italia, l’entità del prelievo, con l’aumento dell’Iva, sarebbe di € 30 miliardi nel biennio a venire.

Né il DEF si ferma a questo salasso. In ottemperanza a quell’altro mostro sociale che si chiama Fiscal Compact, viene preventivato un ulteriore passo avanti nella riduzione del deficit, che, dal 3% del Pil previsto dal Trattato di Maastricht, deve procedere spedito verso lo 0%, ossia verso il pareggio di bilancio, introdotto nella Costituzione italiana nel 2012, senza che ciò fosse obbligatorio e senza naturalmente coinvolgere i cittadini in una scelta così gravida di conseguenze sulla loro stessa vita. Era il periodo più propizio per farlo, con l’Italia intimorita dalla collera dei mercati, dallo spread, dal governo Monti.

Si noti che il deficit è un dato economico contingente: si riferisce quindi ad ogni singolo bilancio pubblico annuale; mentre il debito pubblico è un dato strutturale, perché accumula tutti i deficit degli anni precedenti. Si noti ancora che lo Stato italiano da decenni va in deficit solo a causa degli interessi sul debito; pertanto i suoi conti in avanzo vanno in disavanzo per la perdita della sovranità monetaria, che eliminerebbe debito e interessi alla radice. Ciò significa un ulteriore salasso annuale sui € 60 miliardi, in crescita, che lo Stato non dovrebbe più pagare a terzi (risparmiatori, ma in massima parte banche e grandi speculatori internazionali), se solo stampasse la moneta che gli serve.

 


Pareggio di bilancio: vale per famiglie e aziende, non per uno Stato sovrano

 

Il debito pubblico è agli attuali livelli insostenibili (€ 2.250 miliardi) in quanto si sono accumulati tutti gli interessi che lo Stato non è riuscito a pagare, emettendo una maggior quantità di titoli del Tesoro. È come se Tizio non riuscisse a ripagare a Caio gli interessi annuali su un prestito e li aggiungesse al capitale dovuto, con ciò aumentando progressivamente il debito stesso (anatocistico). 

E a proposito di debito, il fiscal compact richiede che l’ammontare del colossale debito italiano venga anno dopo anno ridimensionato, succhiando altri € 60 miliardi nel biennio in corso. 

L’UE chiede insomma all’Italia di caricarsi un basto di ca. 30 + 60 + 60 = € 150 miliardi nel giro di due anni per essere considerata ottemperante ai suoi doveri verso l’Europa. Senza contare i soldi (€ 125 miliardi), da versare ratealmente al MES, “Fondo Salva Stati”.

Ma come è possibile chiedere un simile compito ad una nazione che già stenta a decollare? Semplice: aumentando il Pil, la mitica crescita. Il ragionamento è il seguente: nel rapporto deficit/Pil, l’aumento del denominatore fa decrescere il rapporto stesso. Ergo, basta incentivare la crescita e la discesa del rapporto verso lo zero virgola viene agevolata. Del resto, i tecnocrati di Bruxelles sono abituati a fare i conti a tavolino, rimanendo ben lontani dagli scenari reali. Se vi si calassero, forse capirebbero che, se togli soldi dal circuito, crei cioè deflazione, raggiungi sì l’obiettivo di una diminuita domanda interna, come voleva Monti (che puntava, come già detto, ad una crescita basata sull’esportazione); ma le conseguenze, in condizioni di mercato aperto, cioè senza dazi protettivi, sono: compressione dei salari e allentamento delle misure di sicurezza e ambientali per restare competitivi, delocalizzazione delle imprese che non trovano sbocchi sull’asfittico mercato domestico, aumento delle insolvenze, dei fallimenti, dei pignoramenti, contrazione del commercio e dell’industria, cui conseguono una diminuzione del gettito fiscale e un aumento delle spese statali per sussidi di disoccupazione. Mentre, sul piano sociale, per far fronte ai salassi sopra accennati, lo Stato non potrà che continuare l’attuale politica: tagli alla spesa pubblica, svendita del proprio patrimonio (privatizzazioni), riduzione all’osso dell’assistenza sanitaria e degli altri servizi ai cittadini, in una spirale recessiva che non farà che accentuare le disuguaglianze. [VEDI]

Parimenti, le famiglie, a fronte di redditi decrescenti, non avranno (e non hanno avuto) altra scelta che svendere i propri beni e dar fondo ai risparmi. 

In questa incancrenita situazione, sentite cosa andò a dire Di Maio alla City di Londra, quando doveva proiettare l’immagine di un partito “istituzionale” e rassicurare i mercati, sacrificando i beni degli italiani sull’altare della sua sconfinata ambizione personale, facendo eco alle parole del Presidente del Tribunale di Savona, vedi mio articolo del 29 aprile.  

 

E a quest'uomo avremmo dovuto dare le chiavi dell'Italia in difficoltà,
 per ridurre le disuguaglianze? 
 

 Tutto questo per pagare gli intoccabili miliardi di cui sopra. Insomma, un piano di guerra economica contro l’Italia.[VEDI]

Quasi tutto ciò non bastasse, il trend degli interessi passivi sta risalendo, andando ad appesantire ulteriormente l’emorragia di fondi di famiglie, imprese e Stato

 

 

Caselli daziari (Milano, Porta Venezia). Trump li ripristina per difendere l'occupazione

 

Un simile elenco di disgrazie sarebbe sembrato catastrofico e improbabile una decina di anni fa; ma è ciò a cui abbiamo tristemente assistito, dal varo massiccio dell’ideologia neoliberista, esplosa nel 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht e dell’incontro sul panfilo Britannia dei propugnatori delle privatizzazioni e della svendita dei gioielli pubblici e privati italiani. Un piano silenziato dal clamore per Mani Pulite, usato come diversivo di massa. A conferma del disastro conseguente alle sciagurate misure di austerity, in 10 anni il Pil è calato del -6%, col picco minimo del -9% nel 2014.

A quanto pare le ideologie più atroci sono dure a morire: dall’Inquisizione cinque-secentesca a quella comunista del Novecento, mietono stragi prima di spirare. Quella comunista, per giunta, non si limitò a morire: la sua implosione ingenerò, per converso, la fallace illusione che l’ideologia contraria fosse l’unica giusta, portandoci così, passo dopo passo, all’incontrastata apologia del capitalismo nella sua forma estremizzata del neoliberismo. Ci sono tante, anche autorevoli, voci contrarie tra gli economisti; ma mai che qualcuno di loro sieda nei posti decisionali. Sono tutte voci fuori del coro, inascoltate. 

Prendiamo il MEF, che dovrebbe vantare i migliori economisti al servizio degli interessi del nostro Paese. Sembra invece popolato di amici dei nostri nemici: non sembra affatto che ci sia stato il fatale divorzio da Bankitalia nel lontano 1981, tanto i suoi dirigenti sono appiattiti sulle posizioni dei banchieri, con la stipula di contratti derivati sbilanciati a favore delle più voraci banche d’affari di Wall Street e della City.

 

 

MEF e Corte dei Conti: il primo sotto inchiesta del secondo per "inadeguatezza" dei suoi vertici

 

 Sembra più preoccupata dei nostri interessi la Corte dei Conti, che ha citato in giudizio due ex Ministri del Tesoro (Siniscalco e Grilli, entrambi passati a libro paga delle banche dalle cui mire avrebbero dovuto tutelare il Tesoro, con l’aggiunta di Catricalà, ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ex Consigliere di Stato, ex Vice Ministro allo Sviluppo Economico, ex presidente dell’Authority garante della concorrenza e del mercato, che ora funge da avvocato delle banche d’affari!), nonché il Direttore Generale MEF La Via e la Responsabile MEF del Debito Pubblico Maria Cannata, per aver “giocato con i soldi pubblici come se fossero loro soldi privati”, come ha affermato il PM Minerva nell’udienza del 19 aprile scorso; “una gestione sconcertante da parte di strutture ministeriali inadeguate”, con un danno per l’Erario di € 4,1 miliardi. [VEDI]

Insomma, all’apice della struttura dello Stato preposta a custodire i proventi delle tasse c’è un’accozzaglia di incompetenti, per non dir di peggio. Ciononostante, tutti ai loro posti o migrati verso le banche d‘affari dalle quali avrebbero dovuto proteggerci.

C’è da aggiungere, a proposito di derivati, che essi sono costati allo Stato, nel solo triennio 2013-2016, la bellezza di 24 miliardi; e nessuno sa quante altre decine di miliardi ci costeranno negli anni a venire, quando andranno a sommarsi ai 150 sopra menzionati.

Ecco, queste sono le molte croci sulle nostre povere spalle, con torme di speculatori che pregustano i lauti bottini che sono in procinto di strapparci, nel totale silenzio dei media.

 

 

Gli oroscopi delle agenzie di rating sono spesso fake news in conflitto di interessi

Abbiamo avuto sin qui governi con politici e loro consiglieri economici (con la sparuta eccezione di Tremonti) protesi a dividersi l’ambita torta italiana. L’unica speranza è l’avvio di un governo che non ragioni più all’interno delle logiche sin qui seguite, ma abbia il fegato di opporsi alla schiera degli avvoltoi appollaiati sui nostri tetti. Ah, certo, ci sono le solite Cassandre che preconizzano immani sventure per ogni eventuale cambiamento. Beh, hanno sin qui sbagliato, dalla Brexit, alla vittoria di Trump, al referendum costituzionale, alle ultime elezioni, col trionfo dei “populisti”: eventi che secondo loro ci avrebbero buttato in pasto ai mercati. Oroscopi rivelatisi fasulli, perché si è scoperto che fasulle sono le entità che redigono questi oroscopi: le agenzie di rating, amiche, o addirittura possedute, dagli speculatori internazionali, e agevolate dalla grancassa mediatica concessa ad ogni loro previsione e punteggio. Ma noi non faremo la fine della Grecia, se al governo e ai ministeri chiave arriverà chi, finalmente, opererà per gli interessi dell’Italia. A meno che non ci infiliamo in mesi di governo “tecnico”o “di scopo”con Padoan e il suo staff ancora al timone del MEF.

  

Marco Giacinto Pellifroni   6 maggio 2018

 

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