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Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
ARTICOLO 1 

 “Mangerai il pane col sudore del tuo volto” (Genesi 3,14-19).

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (Articolo 1, Costituzione Italiana).

Le due enunciazioni sono alquanto discrepanti: per la religione il lavoro è una maledizione divina, un castigo discendente dal peccato originale; per la nostra Costituzione, invece, è la base stessa della nostra esistenza, un dono senza il quale si perde la dignità e si cade nella disoccupazione.

Nell’Eden l’uomo  e la donna vivevano in una condizione beatifica, senza il problema di lavorare per procacciarsi il necessario per vivere; sulla Terra, la mancanza di lavoro comporta l’impossibilità di sostentarsi, quindi la miseria.

 
Peccato Originale (Michelangelo) e lavoro come castigo (Millet)

Oggi l’umanità si trova in un limbo tra le due antitetiche condizioni, perché il “progresso” sta abolendo l’atavica maledizione divina, relegando il lavoro a macchine, robot, computer, i quali aumentano la produttività a livelli un tempo impensabili. Se abbiamo esorcizzato la primeva condanna, resta da capire chi sono i reali fruitori di questa storica sostituzione uomo-macchina.

Hannah Arendt, più di 50 anni fa, aveva previsto il dilemma in cui oggi ci dibattiamo: l’aver esaltato il lavoro come quintessenza della nostra stessa esistenza ci porta a guardarne la perdita non come una conquista, ma come una perdita di senso della nostra vita, cui staremmo sottraendo l’asse portante, il lavoro, proprio “nell’età in cui questo viene a mancare”.

L’identificazione dell’uomo nell’homo faber ci era talmente connaturata che è rimasta inavvertita fintanto che l’uomo produceva direttamente quanto gli serviva per vivere, ma è uscita allo scoperto, in maniera sempre più tumultuosa, con il fenomeno dell’urbanizzazione, quando il lavoro è venuto perdendo la sua fisionomia di servire ai propri bisogni per assumere quella di servizio ai bisogni di altri.

Senza volermi qui addentrare in studi socio-psicologici sulle conseguenze di questo iato, vorrei invece sottolineare come esso sia alla base della recente deriva della finanza dall’economia reale. Alla luce di quanto sopra detto, infatti, la finanza costituisce la devianza dal concetto di lavoro come l’abbiamo sin qui percepito, giungendo alla sua abolizione in virtù della mutazione genetica dell’economia nella sua variante parassitaria, che estrae a proprio godimento i frutti del lavoro altrui, umano, meccanico o informatico.

La finanza infatti è andata sostituendosi ai “signori” di un tempo, fossero essi re o imperatori, aristocratici o principi del clero, i quali si sono sempre distinti per estrarre valore dalla natura –con gli avanzamenti della tecnica- e dall’uomo –tramite la schiavitù, in tutte le sue gradazioni, da quella esplicita di un tempo a quella edulcorata di oggi, attraverso la “dittatura perfetta”, preconizzata da Aldous Huxley, sui nuovi schiavi felici di esserlo.


In questa sua paziente estrazione di valore dal lavoro altrui, senza distinzione tra umani e soft-hardware, la finanza ha portato alle estreme conseguenze il rigetto della maledizione biblica, divenendone il suo massimo trasgressore. Questo processo di fuga dal lavoro in direzione di un nuovo Eden si è svolto con velocità accelerata attraverso gli ultimi secoli, partendo dalla fondazione della Banca d’Inghilterra nel 1694 e arrivando fin quasi al suo compimento, negli USA, con la fondazione nel 1913 della Federal Reserve, e in Europa, con l’avvento della BCE nel 1998.

Questi organismi, per nominare solo i due principali, hanno scoperto la moderna variante della pietra filosofale, trasformando nel novello oro il lavoro del mondo intero, attraverso il signoraggio: l’aggio del “signore”. La Fed ha raggiunto questo mitico risultato sganciando i dollari dall’oro e costringendo manu militari il resto del mondo ad accettarli come valuta di riserva; la BCE, in misura più circoscritta, con l’imposizione dell’euro.

Il privilegio di emettere moneta – un privilegio che dovrebbe tassativamente riservarsi agli Stati- consente a chi lo detiene di governare il mondo, attraverso quegli stessi politicanti che quel privilegio hanno stoltamente ceduto, per poi diventare zimbelli dei signori da loro stessi incoronati.

Vediamo l’esempio dell’Italia attraverso date storiche del nostro progressivo sprofondamento.

1981. Ciampi, Governatore di Bankitalia, e Andreatta, Ministro del tesoro, entrambi venerati come sommi economisti, sanciscono il divorzio tra i rispettivi istituti: l’acquisto dei Titoli di Stato non è più stabilizzato dal Tesoro ma è lasciato in balia dei mercati internazionali. Risultato: il debito pubblico cresce quasi all’istante e galoppa negli anni seguenti, che danno la stura alla mutazione dell’economia in finanza parassitaria.

1992. Adesione al Trattato di Maastricht, preludio all’ingresso nell’euro. In 10 anni gli interessi sul debito pubblico sono quintuplicati, da € 28,7 miliardi a 147, mentre quasi raddoppia il rapporto debito/PIL da 57 a 105.

Oggi, il debito/PIL è a quota 133, il debito pubblico a ca. € 2.250 miliardi, quasi per intero composti dalla spesa per interessi (VEDI).


Espressioni di un programma ininterrotto verso lo sfascio odierno

Tutto questo castello di debiti da parte dello Stato, ossia dei cittadini che (ancora) lavorano, non esisterebbe se lo Stato emettesse la propria moneta, libera da debito e interessi, sgravandoci dal fardello di tasse che pesano sul lavoro a beneficio di chi ne gode malignamente i frutti nel nuovo Eden per pochi: i paradisi fiscali. Nei quali affluiscono –notizia di questi giorni- oltre $ 1.500 miliardi di varie multinazionali; oltre, beninteso, l’imponderabile bottino del signoraggio di banche centrali e commerciali attraverso i medesimi canali riservati. Tutto ciò mentre ci tocca ogni anno assistere alle celebrazioni della “lotta all’evasione”che colpisce spesso chi vi è costretto per non soccombere. Il ministro Padoan dimostra la sua incongruenza parlando di crescita, mentre esprime la sua “preferenza”, da ex funzionario OCSE, per l’aumento dell’Iva L’unico modo per crescere (ammesso si tratti di una crescita "felice") sarebbe di varare le tasse sul non-lavoro del mondo finanziario, portando nelle tasche dei residui lavoratori e di quanti ne sono esclusi, l’equivalente di salari e stipendi lordi, alleggeriti di tasse e contributi. Il reddito di inclusione, appena varato dal governo, è solo il primo, timido passo per evitare il sangue nelle strade.

Sono stato ridondante? Ho detto cose ormai a conoscenza delle persone più accorte e informate? Probabilmente sì. Ciò che risulta strano è che queste nozioni sembrano ancora sfuggire alla massa dei dipendenti bancari e ai componenti di tanti organi di controllo, come la GdF e l’Agenzia delle Entrate, forse perché troppo intenti a cercare la pagliuzza nei nostri poveri conti per trovare il tempo di scovare la trave in quelli delle compagini finanziarie.

    Marco Giacinto Pellifroni      23 Aprile 2017 

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