Questione di debiti Stampa
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
QUESTIONE DI DEBITI
 

 Su quanto Lisorini afferma a proposito di denaro e debito nell’ultimo numero di Trucioli vorrei dedicare queste pagine. 

“Il denaro è il distillato del lavoro, è guadagno, profitto, riconoscimento sociale, non piove dall’alto ma emana dalla società civile. Il denaro è di per sé frutto di una convenzione sociale ma il suo valore è tutt’altro che convenzionale: è la reificazione della fatica, dell’impegno, del successo professionale e imprenditoriale, l’equo (o iniquo) corrispondente di un servizio prestato alla società. Il lavoro che non si traduce in denaro è lavoro servile, lavoro alienato, riduzione in schiavitù. Il denaro dà senso e nobilita al lavoro, gli dà, o lo priva, del giusto riconoscimento.”  

 

 

Denaro e lavoro: un parallelo che il totalitarismo finanziario ha sovvertito, premiando la grande speculazione di Borsa e penalizzando i redditi da lavoro autonomo e dipendente. Alla stella rossa del Cremlino è subentrato il Toro di Wall Street 

 

Questo passo in particolare ha stimolato le mie riflessioni, partendo proprio dalla genesi del denaro: il fiat pecunia è di sovrana –e non uso questo aggettivo a caso- importanza. Il denaro come “reificazione del lavoro” è quanto mai pertinente; la difficoltà sta nel tradurre questo sano principio in pratica corrente.

Procedendo dall’origine, il denaro non può ovviamente essere creato arbitrariamente dal datore di lavoro per pagare stipendi e salari: deve essere un’autorità riconosciuta da tutti a poterlo fare. In che modo? Scelta più sana: spendendolo, dopo averlo fabbricato, per far fronte ai bisogni della collettività, facendolo così entrare in circolazione. Da tempo immemorabile non è più così: i soldi arrivano dalle banche, centrale per lo Stato e commerciali per cittadini e imprese, come vedremo più oltre. In condizioni di difficoltà, i soldi allo Stato pervengono dall’UE, come prestito e/o contributo a fondo perduto (regalia); e ne stiamo avendo contezza proprio in questi giorni di Recovery Fund, che incorpora entrambe le dizioni. 

Esaminiamo allora queste tre possibilità di immissione di denaro: spesa, prestito, regalia.

Partiamo dall’ultima voce. La regalia ha un senso nel primo stadio di passaggio dal baratto all’emissione di moneta. Si tratta di un caso immaginario, a fini puramente didattici, partendo da un ipotetico zero, per meglio capire lo svolgimento del processo successivo di formazione e distribuzione del denaro, e viene spesso usato nei testi che parlano di signoraggio. In sostanza, un membro di una nuova comunità ideale viene scelto come tesoriere, con la facoltà di stampare e distribuire moneta in parti uguali a tutti i suoi membri a titolo gratuito affinché la possano usare per gli scambi di materie prime e manufatti. Dopo un certo tempo alcuni membri saranno più ricchi di altri, in quanto si suppone siano stati più abili nella produzione e distribuzione di merci, ferma restando la quantità di denaro circolante. Si noti la gratuità del denaro originariamente distribuito dal tesoriere ideale, di contro al prezzo che le banche reali invece richiedono per le banconote che concedono in prestito, in ragione del valore di facciata.

 


 

Qui sopra, una devastante miniera d’oro. Questo metallo, simbolo del denaro, rende visivamente l’idea del rapporto tra denaro e ambiente, dove il primo cresce sacrificando il secondo

 

Dall’ideale stadio zero spostiamoci in un’economia avviata, dove la regalia può avere due fonti: pubblica o privata. 

Per privata intendo gli aiuti che, in genere le famiglie, prestano a propri membri in difficoltà, come sta avvenendo alla grande negli ultimi anni in Italia, nella latitanza dello Stato. In tal caso la quantità di moneta circolante rimane invariata, essendoci solo una redistribuzione di ricchezza, che si traduce in pratica in un impoverimento generale: la torta è sempre la stessa, ma viene tagliata in fette sempre più sottili. Il Covid le ha rese ancora più sottili. 

Quando invece la regalia è pubblica, si tratta di denaro extra che viene immesso nel circuito a sostegno si un’economia in affanno. È ciò che da queste pagine chiesi a più riprese già dal febbraio scorso, precisando che l’immissione di denaro senza corrispettivo di produzione e lavoro avrebbe avuto una modesta incidenza sull’inflazione, ma avrebbe evitato di gettare nell’indigenza un’enormità di famiglie e imprese, specie piccole. L’inflazione è lo spettro della Repubblica di Weimar che tanto terrorizza la Germania; ma oggi è l’ultima delle preoccupazioni, perché i pochi o tanti soldi che i cittadini sono riusciti in passato a mettere da parte, se non sono stati ancora spesi per vivere in assenza di redditi, ma con le spese ordinarie comunque correnti, sono depositati in banca o nel materasso, per la crescente tema del futuro; insomma, non entrano in circolazione. Il governo invece, anziché emettere moneta sotto qualsiasi veste, senza debito verso chicchessia (mini-Bot, assegni senza scadenza, banconote, come fatto dal governo Moro, ecc. circolanti soltanto in Italia per evitare i fulmini dell’UE-BCE), preferì intervenire, con l’acqua alla gola, col solito denaro a debito, ossia preso a prestito, aumentando il deficit. Visto però il lungo e insicuro iter burocratico dei soldi UE, le imprese, soprattutto le PMI, se sopravvissute, lo sono, come appena detto, grazie a risparmi, o a regalie famigliari, o agli avari prestiti bancari, o infine all’ultima spiaggia: gli strozzini, che infatti brindano al rinnovato business.

Ho anche chiesto –per quanto io possa contare- che si varasse un condono tombale per alleggerire famiglie e imprese dal macigno di debiti pregressi, che non potranno comunque venire restituiti, quindi forieri di sfratti e fallimenti a valanga. Ma l’ideologia di sinistra, tanto umanitaria verso i migranti, è estremamente tirchia verso gli italiani e la sola parola condono la inorridisce, a rischio di mandare a picco il Paese, mentre guarda supplice all’Europa: carica senza sosta l’Italia di nuove bocche da sfamare, mentre la nostra economia sta colando a picco, pur di tener fede a un sistema monetario che sta mostrando i suoi enormi limiti. 

Già l’aver sottratto al Paese la sovranità monetaria e avere imposto una moneta gestita e emessa da un’istituzione sovranazionale ha compromesso il circuito lavoro denaro lavoro, vale a dire l’economia reale, contrapponendogli la spirale del denaro virtuale, sottratto al lavoro e alla produzione, ridotto a speculazione, assolutizzato, astratto e impalpabile.” [Lisorini, cit.]

 

Lingotti aurei nel caveau di una Banca Centrale. In origine la moneta circolante doveva avere un equipollente in oro, a garanzia della solidità dell’emittente. In sostanza non c’era rapporto diretto tra moneta e lavoro, ma solo tra moneta e un terzo estraneo, di sola bella presenza e nessuna utilità, che andava estratto e raffinato, raddoppiando il danno all’ambiente. Oggi il volume di transazioni è tale che tale rapporto è stato abrogato (Nixon, 15/08/1971) 

 

Infatti, grazie al fatto che nostri passati governi fecero il nobile gesto di consegnare le chiavi della zecca a un ente sovranazionale, lontano e irresponsabile, il governo è oggi appeso alla flebile speranza nel Recovery Fund, parte come prestito e parte come contributo a fondo perduto. In entrambi i casi, come d’altronde è normale che sia nelle transazioni tra estranei, i fondi sono soggetti a condizionalità: un puntuale rendiconto di come i soldi verranno spesi. Che poi è quanto viene esplicitamente richiesto dal MES. Il senso è chiaro: se li spendete per opere pubbliche necessarie, che cioè si traducono in lavoro e corrispondente ricchezza, i fondi saranno concessi, gratuiti, o prestati a tassi modesti. In caso contrario, niente regalia né prestito. Ragionamento economicamente corretto. 

Veniamo ora alla terza forma di creazione del denaro: lo Stato esercita la propria sovranità anche in campo monetario, ossia crea i soldi dal nulla e li spende per opere di pubblica utilità, senza indebitarsi con nessuno, dosandone la quantità a seconda dei bisogni, con un occhio costante alla bilancia dei pagamenti esteri, per evitare di vedersi costretto a svalutazioni, ed intervenendo con le tasse per sottrarre liquidità al mercato nei casi di eccessiva effervescenza e conseguenti fughe inflazionistiche. Questa forma di governo monetario, l’unica sana, viene oggi considerata un’aberrazione ed etichettata “sovranismo”. È invece considerata virtuosa l’attuale creazione di denaro da parte di un organismo estero, che ce lo cede al prezzo di facciata, facendoselo garantire da equipollenti Titoli di Stato, ossia titoli di debito pubblico, per giunta con l’intermediazione di altri organismi stranieri, definiti “istituzionali”, specializzati in questo mercimonio, che altro non sono che grandi banche d’affari (loro) di Wall Street, in plateale conflitto d’interesse con le agenzie di rating,  che si arrogano il potere di stabilire la solvibilità degli Stati e quindi il tasso da pagare sui prestiti che questi sono costretti ad elemosinare sui mercati. Insomma si ripete a livello globale la truffa per cui chi produce deve dir grazie a chi ne gode i frutti.

 


 

Circa 2600 miliardi di debito pubblico, sostanzialmente accumulato per gli interessi, più 149 miliardi a causa del Covid. Lo schizzo all’insù iniziò nel 1981, quando il Tesoro affidò le chiavi della zecca ai banchieri privati e cessò la già imperfetta sovranità monetaria

 

Pensate che sia finita? No, è ancor peggio: il denaro della BCE, che il governo giallo-rosso tanto odia, ma che perlomeno è l’unico riconosciuto da pur discutibili leggi e trattati, è solo una frazione, inferiore al 10% del denaro circolante; il resto lo crea dal nulla, all’istante di concedere un mutuo o finanziamento, la galassia delle banche commerciali. Ergo, la quantità di circolante necessaria all’equa prosperità della nazione non la decide lo Stato, bensì un numero pletorico di banche private, che in ultima analisi sono anche le azioniste della BCE. Di conseguenza, nessuna legge contempla (come potrebbe?) questo denaro, che pertanto è a tutti gli effetti fuorilegge (ma i tribunali fingono di non accorgersene e bastonano chi osa sfidare questo metodo perverso: i magistrati sono strapagati affinché vigilino che nulla cambi). Non è un disegno perfetto questo, messo in atto dai banchieri, per usurpare quel sovranismo monetario che invece dovrebbe essere prerogativa inalienabile di uno Stato degno di questo nome? Quel sovranismo che viene invece accomunato con supponenza al populismo. Viviamo davvero in una realtà capovolta, con la sinistra che inneggia al privato e una destra che (peraltro molto sommessamente) opta per il pubblico in un campo fondamentale come l’emissione del denaro. Inciso: per entrambe l’ambiente è solo un fastidio, perché ostacola i piani di consumo e sviluppo senza limiti, nel conflitto illuminista tra sviluppo e ambiente.

 

Nell’ultimo triennio lo stato italiano ha

Speso di soli interessi € 808 miliardi.

Soldi che uno STATO SOVRANO avrebbe spesi

Per il suo popolo, con la parallela drastica

Riduzione della pressione fiscale. 

È questo che vuole il

SOVRANISMO

Ma non i banchieri, che ormai condizionano

La classe politica e le istituzioni

 

Altro che “il denaro è la reificazione della fatica, dell’impegno, del successo professionale e imprenditoriale, l’equo (o iniquo) corrispondente di un servizio prestato alla società”, come invece dovrebbe essere. 

Avrei molto altro da dire sul tema cruciale del denaro, se non altro per aver volutamente omesso di parlare di tassi di interesse, fondamentali in un discorso monetario; ma non voglio abusare dell’attenzione di chi mi legge e mi fermo qui. In verità, ne ho già parlato con dovizia in miei passati articoli, e magari riaffronterò il tema nel caso riscontrassi un seguito a questo mio articolo da parte di altri contributori o di lettori, come ho fatto oggi io a seguito del pezzo di Lisorini, che ha evidenziato ciò che il denaro dovrebbe essere, ma purtroppo non è. 

 

  

  Marco Giacinto Pellifroni                   11 ottobre 2020 

 

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