Le decisioni impopolari Stampa
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   
 
Le decisioni impopolari
 Qualcuno fra i meno giovani ricorderà la pubblicità di un purgante, che diceva più o meno: “non esistono bambini cattivi, ma solo bambini indisposti”. 

Ecco, parafrasandola, si potrebbe dire: “non esistono decisioni impopolari, solo alibi e interessi”.

 

 

Questa delle decisioni impopolari da prendere per forza è una solfa che ci sentiamo ripetere spesso, abbinata in un pacchetto regalo con l’idea del tutto immaginaria di governi austeri e responsabili, saggi e severi, che agiscono in nome di un bene superiore, e naturalmente, ça va sans dire, lottano strenuamente e fieramente contro tutti gli irresponsabili populismi. 

Ma cosa c’è, veramente, dietro questa narrazione fantasy?

Chi parla appunto di decisioni impopolari ma necessarie (categoria vagamente sadomaso molto diffusa nel milieu piddino o comunque di quella sinistra moderata che non ricorda neppure più il concetto di sinistra), di solito sottintende un certo snobismo di fondo, ossia che bisogna lasciar fare a chi ha la padronanza della situazione, a chi sa cosa sia meglio per tutti.  Nella ricetta si aggiunga, a piacere, un bel “lo vuole l’Europa”, è necessario per l’economia, per ridurre il debito, per finanziare altre misure, per risolvere problemi, e via andare. 

Chi sposa questi principi si mostra oltremodo diffidente rispetto a forme di democrazia diretta, storce il naso di fronte a un “abuso” di referendum o di leggi di iniziativa popolare, tesse le lodi dell’indispensabile democrazia rappresentativa, ove gli eletti siano tramite del volgo inclito e decidano in qualche modo per lui, con correlati privilegi e prebende. 

 


 

Non ci si rende conto che così si contestano alla base non tanto i principi delle nuove idee di democrazia, quanto il concetto stesso di democrazia. 

Perché sarà anche vero, in una certa misura ed entro certi limiti, che la massa tenda ad agire in modo emotivo e non sempre secondo ragione, ma allora cosa votiamo a fare? Perché riteniamo di affidarci a chi ha ottenuto la maggioranza dei voti, se sappiamo che la maggioranza, per definizione, è rozza e tende a sbagliare? 

Anziché arrivare ad auspicare, sotto sotto, una oligarchia di chi si reputa migliore e una spanna sugli altri e in grado di decidere “per il loro bene”, bisognerebbe riflettere sul concetto di democrazia in un altro modo. 

Ossia, come evoluzione dell’individuo e del cittadino, da suddito a essere pensante e autonomo. Ossia, strettamente correlata con cultura ed educazione. 

Questa parte ce la dimentichiamo un po’ spesso, soprattutto quando andiamo lietamente e garruli a “esportare” democrazia in paesi che a nostro giudizio ne hanno bisogno. E poi ci meravigliamo se bombe e rastrellamenti producono regimi ancora peggiori, su un substrato di miseria e degrado. 

La democrazia, il diritto di voto universale, funziona solo su due presupposti: pane e libri. 

Se, cioè, si è liberi da condizionamenti e disagi economici, in possesso di piena dignità e sussistenza, e si ha cultura sufficiente per esercitare il diritto consapevole e per distinguere.

 


 

Perciò la risposta al timore del voto “di pancia” non è l’arroccamento dei pochi “che sanno”, ma l’informazione capillare e obiettiva, senza strumentalizzazioni, distorsioni e propagande a senso unico. Il miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini. L’istruzione, la cultura diffuse. 

Tutto questo presupponendo la buona fede, naturalmente. Cosa di cui in molti casi è lecito dubitare. 

Ammetto comunque che vi è una certa coerenza di fondo: in direzione ostinata e contraria rispetto a quello che i cittadini vorrebbero e di cui avrebbero davvero bisogno, si perdono voti per strada in una continua emorragia inarrestabile, ma si persiste, incrollabili, nelle proprie liberiste certezze. Meravigliandosi pure. 

A molti livelli e in diversi paesi.

Torniamo, dunque, alle “decisioni impopolari”.  Mi spingo ad affermare non solo che il concetto stesso sia criticabile, ma proprio che non dovrebbe neppure esistere, se non in questa narrazione squisitamente antidemocratica dello stolto popolo bue. 

Delle due l’una: se una decisione fa storcere il naso alla maggioranza delle persone e suscita proteste e clamori, o tu che decidi sei in possesso di argomenti validi che le persone non hanno, e allora colpa tua che non li hai saputi spiegare a dovere, oppure gli argomenti sono altri, argomenti che non si possono dire, che magari non sono proprio proprio a vantaggio dei più… e allora hanno ragione le persone. 

In altri casi, la decisione sgradita deriva da sbagli enormi o sprechi del passato, come per le pensioni o per i servizi. Ma anche qui, esiste sempre un modo per evitare che a pagare siano sempre i più incolpevoli, andando alla radice delle responsabilità e tagliando più sprechi e privilegi possibili, partendo dai piani alti, anziché colpire subito (e solo) in basso. 

 


 

Quindi nessun merito, nessuna virtù, nessun sobrio martirio nel prendere “decisioni impopolari”. Spesso, semplicemente una scelta di comodo.

I decisori politici dovrebbero improntare tutta la propria azione a cercare di migliorare le condizioni del maggior numero possibile di persone, subito o meglio ancora in prospettiva, sul lungo termine. O come minimo, a fare tutto il possibile per non peggiorarle.  Se non fanno questo, falliscono il loro compito. Punto e basta. 

Anche perché sinora si è dimostrato a posteriori che tante, troppe volte aveva ragione chi protestava.  Dunque così tanto irresponsabile e populista non era. 

Non mi vengono in mente molti esempi di opere e riforme che abbiano suscitato proteste e poi si siano rivelate positive, tanto da costringere i riluttanti ad ammetterlo. 

Ma mi spingo ancora oltre: a prescindere da meriti o demeriti o necessità, se un’opera è fortemente avversata dalla maggioranza dei cittadini, specie dei cittadini che ne subiranno più direttamente l’influenza, NON SI FA.  Punto. 

Attenzione: non mi sto riferendo a lobby di pressione e potere di vario genere. Proprio per confondere le idee si parla di lobby a sproposito, anche quando si tratta di gruppi che difendono non il proprio interesse, ma l’interesse dei più e delle generazioni future, come comitati ambientalisti.

 

 

 

Una lobby sono i cacciatori, fastidiosa minoranza prepotente. Una lobby sono i gestori dei locali di slot. Gente che per i propri interessi non ha scrupolo di danneggiare molte più persone, o l’ambiente stesso. 

Non sono una lobby i comitati che cercano di svegliare le coscienze su problemi concreti, portando spesso dati molto solidi a supporto delle loro preoccupazioni. 

Qualcuno potrebbe ritenere un po’ troppo semplicista ed estremista il mio ragionamento. 

Può darsi che lo sia, espresso così, e manca qui lo spazio per spiegare meglio e fare più esempi. In ogni caso occorre ampliare: non sul singolo concetto, sulla decisione in sé, ma nel contesto. 

Aberrante, per esempio, che una riforma costituzionale fortemente avversata, decisa da pochi, che modifica il tessuto stesso della democrazia, sia ritenuta necessaria per un imprecisato bene superiore. 

Discutibile addurre interessi economici o posti di lavoro, senza guardare al quadro generale e alle contropartite, come se non esistessero e non dovessero essere prese in considerazione. 

Strumentale prendere a pretesto difficoltà economiche e debiti per tagliare servizi e privatizzare, anziché risanare nell’interesse diffuso e comune.

Miope ripetere a pappagallo solo pochi concetti e rifiutarsi di dialogare o controbattere opinioni sensate.

Insomma, nessuno nega che la vera democrazia sia faticosa, rispetto alla famigerata “governabilità”, che richieda contrattazioni, dati e tempo e conciliazione di interessi diversi. (Vera conciliazione, non quella dei vuoti slogan su lavoro e salute o simili). 

Però, in compenso, ha molti vantaggi: ascoltare più voci amplia gli orizzonti, stimola la creatività e il coraggio, aiuta a evitare i pericoli. Produce, insomma, risultati più efficaci a lungo termine. 

Come, ad esempio, una politica lungimirante sui rifiuti, a partire da riduzione alla fonte fino a riuso e riciclo e smaltimento in forme meno inquinanti possibili. 

Certo, è più comoda la “decisione impopolare”: io so cosa è meglio per voi, se continuate a produrre rifiuti come irresponsabili vi obbligo a beccarvi tanti begli inceneritori, così risolviamo una volta per tutte, facciamo contenti i nostri amici imprenditori, e guai a voi se rompete per i fumi…

Peccato però: questa volta non lo “voleva l’Europa”, che anzi suggerisce di far di tutto, prima di arrivare come ultima ratio all’inceneritore, ritenendo questa soluzione in via di superamento. 

 


 

E il Tar del Lazio, guarda un po’, dà ragione ai rompiscatole ambientalisti contro il famigerato Sblocca Italia. 

Questa la buona notizia di questi giorni. E sull’onda, una volta tanto, di un segnale positivo, mi spingo ad affermare che sarà un bellissimo giorno, quello in cui la politica non avrà più bisogno di decisioni impopolari.

Quando tutte le decisioni saranno popolari, ossia per il bene del popolo, e lungimiranti, e positive, in vista di un vero progresso in tutti i sensi, non quello ormai obsoleto e suicida che ci spacciano come tale. Quando la democrazia funzionerà veramente, con tutte le garanzie, il controllo e una giusta sorveglianza dal basso. 

Quando non saremo più prigionieri di questa presunta e deprimente ineluttabilità verso il peggio che opprime il tempo presente e ci tarpa le ali, ma ritroveremo quell’allegria e quella speranza nel futuro e quella volontà di cambiare e migliorare, che dovrebbero essere patrimonio di tutti e sacrosanto diritto dell’essere umano.  

  Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

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