Elogio dell’omino Stampa
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   
Elogio dell'omino

 Ossia, di una figura misconosciuta e preziosa dei tempi che furono. Laddove l’uso del termine “omino” non ha alcuna valenza dispregiativa, semmai affettuosa.

Chi è, dunque, l’omino? Cosa intendo?

Un tempo, all’epoca dei grandi carrozzoni statali e parastatali, farraginosi e clientelari, avevamo pur tuttavia una serie di figure preposte a minuzie, sorveglianza, manutenzione spicciola e costante.

Certo, molti poltrivano negli uffici, ma altri svolgevano comunque il loro compito.

 

Pensiamo ai netturbini con carretto e ramazza, sempre all’opera a spazzare cunette e marciapiedi, che diventavano anche in qualche modo figure di quartiere, riconoscibili, come il farmacista o il vigile urbano distaccato o il postino. (E anche sull’evoluzione delle poste ci sarebbe da ridire, e parecchio). Pensiamo ai cantonieri pazienti sorveglianti e manutentori delle strade, che avevano apposite casine e depositi di materiali. Ai manutentori dei binari, o dei treni. Ricordate, i personaggi che sfilavano sui marciapiedi delle stazioni muniti di martelletto per controllare lo stato dei freni? Pensiamo a tutte quelle figure addette a guasti e controlli di luce, acqua e gas. Ormai sempre più rare, magari sfavillanti in tute multicolori che ricordano il logo dell’operatore, elementi di marketing e visibilità più che di costante e diffuso lavoro, ma comunque difficili da incontrare in natura, sugli impianti esistenti. Neanche facendo piano per non spaventarli e appostandosi  dietro un pilone, come per il bird watching.

Ricordiamoci quando per i problemi degli impianti di casa, per necessità varie, ti appoggiavi a numeri di telefono e uffici locali, non a un call center di Vattelapesca, teso più a venderti nuovi gadget e nuovi contratti, seccato e distratto, e lontanissimo mentalmente oltre che fisicamente,  quando si tratta di risolvere l’esistente. Di recente, alcuni abruzzesi senza corrente da giorni si son visti recapitare un sms dal gestore elettrico: abbiamo controllato tutto, la rete è a posto, si chiami un elettricista privato. E amen.

A proposito, sempre di recente, in un servizio televisivo a casa degli abruzzesi, in una frazione con vecchietti sepolti dalla neve e seduti davanti al camino, senza luce da giorni (di una trasmissione, lo preciso, di servizio e informazione, non di “sensazione”) un giornalista loro conterraneo ricordava come fino a pochi anni prima esistessero addetti dell’Enel incaricati, in caso di nevicata, di sorvegliare le linee e scrollare i fili per evitare ghiaccio e accumuli di neve.  

Ecco, omini così. Il tessuto portante del funzionamento dei servizi, dell’efficienza, della prevenzione, della tempestiva riparazione di guasti.

Tutto svanito, tutto perduto, lasciandoci a noi stessi sempre più smarriti. Laddove l’evento imprevisto e appena appena estremo diventa rapidamente emergenza, laddove spesso si alza subito bandiera bianca cavandosela con allarmi, appelli, interruzioni inopinate a prevenire guai. Possibile che costantemente, per ogni goccia d’acqua, per ogni fiocco di neve, per il caldo o per il freddo si blocchi tutto? Può durare, una società così?

Ad un certo punto, abbiamo deciso che potevamo e dovevamo farne a meno, dell’omino. In nome di quella famigerata riduzione costi, di quell’osceno rigore, che si trasforma in disoccupazione, precariato, inefficienza, delocalizzazione, deserto economico, sfaldamento del tessuto sociale.

Con l’assurdità poco alla volta di eliminare quel che si riteneva, a torto o ragione, spesso a torto,  eliminabile, esternalizzare ciò che comunque era necessario mantenere, per non avere costi interni fissi. Cosa vuol dire esternalizzazione? Vuol dire appalti, spesso al massimo ribasso, perché è il parametro più comodo da valutare e meno contestabile.  Vuol dire sfruttamento reiterato e peggiorativo: sempre meno personale, sempre meno pagato e costretto a lavorare di più e peggio. Vuol dire guadagno che resta tutto in mano agli intermediari, spesso false coop per avere pure vantaggi fiscali. E via peggiorando.

 

Ora, la perdita dell’omino non va confusa con la disoccupazione e diminuzione di lavoro dovuta al progresso tecnologico. Certo, molte figure professionali, molti ruoli, molte situazioni sono destinati a scomparire, a essere sostituiti da minor forza lavoro o automazione. In questo senso non ci si può opporre al progresso con soluzioni forzatamente passatiste. Semmai occorrerebbe, proprio in vista di questi enormi mutamenti, attrezzarsi per cambiamenti consistenti del modo in cui è visto e gestito il lavoro stesso, per far sì che la diminuzione di necessità lavorativa sia fonte di maggiore benessere per tutti, non di disperazione e schiavismo. Ma questo è un altro discorso.

Nulla a che vedere con l’omino, prezioso minuscolo ingranaggio per tenere in funzione la macchina, eppure sacrificato da scellerati processi economici.

Il discorso ha a che fare, almeno in parte, con la famosa privatizzazione.

Se ne discute spesso, ma non so quanti fra i favorevoli all’una o all’altra opzione ragionino in senso pratico e concreto, o non piuttosto da posizioni preconcette ideologiche.

Si dice spesso che il pubblico è inefficiente, farraginoso, burocratico, elefantiaco, clientelare, divoratore di risorse e indifferente alla qualità del servizio reso.

Che il privato è o dovrebbe essere più snello, mirato, efficiente, gestito da competenti, e proprio perché deve far fruttare il business di cui si occupa, proprio perché è sottoposto al libero mercato, alla concorrenza, rivelarsi più vantaggioso e innovativo per il cliente. (Non fatemi pronunciare la parola consumatore che mi provoca itterizia).

Ma è davvero così, nei fatti?

 

In un sistema ideale, forse. Ma allora, ribaltando il discorso, in un sistema ideale anche il pubblico, essendo volto solo ed esclusivamente a beneficio della comunità e non al profitto, se gestito bene dovrebbe essere il meglio del meglio, il più sicuro ed economico e affidabile, il più vicino alle esigenze dei cittadini.

Dovremmo valutare i sistemi guardando alla realtà dei fatti, non all’ideologia. E la realtà dei fatti, anche se siamo in una società turbocapitalista a senso unico, è che privato, nei beni e servizi di interesse pubblico, è peggio. In Italia, Paese che non ha gli anticorpi del capitalismo avanzato che altri, per esempio gli anglosassoni, possiedono,  ancora più tragicamente. Da farci rimpiangere i carrozzoni.

Primo. I prezzi salgono, quasi sempre. Con le tariffe di prima miracolosamente mantenevamo tutto il cucuzzaro, burocrazia e clientele comprese,  ora con tariffe iperboliche manteniamo soprattutto grassi e inoperosi azionisti.

Perché è elemento di base, è matematica. A+B=C,  con A e B numeri positivi e diversi da zero,  non darà mai un C=A

Se A è il costo e B è il profitto e C la tariffa, per quanto un sistema sia efficiente, non costerà mai meno di un servizio pubblico efficiente dove non debba esserci guadagno ma solo,  auspicabilmente, pareggio. (In senso lato, da raggiungersi con tasse e tariffe, non puramente a carico degli utenti diretti). Prezzi alti spesso vuol dire discriminazione di censo e pesanti disuguaglianze, che nel caso di settori come la sanità si fanno dramma sociale.

Secondo, la famosa concorrenza che dovrebbe fare da calmiere. Si possono verificare vari casi. O è falsa concorrenza, ossia si hanno dei trust che non vengono mai scoperti e sanzionati, per esempio, una compagnia fa un aumento, stranamente dopo poco lo fa anche l’altra, eccetera, oppure una eventuale riduzione di costi è ottenuta tutta a spese del personale, attraverso precariato, licenziamenti, esternalizzazioni, delocalizzazioni sempre più esasperate. State tranquilli che non sarà mai il grasso e inoperoso azionista a rinunciare a un centesimo del suo profitto. A costo di far saltare alla fine tutta la baracca,  spedire i dipendenti in mezzo a una strada e andarsene con buonuscite faraoniche.

Terzo, il management. Sembra che il pubblico abbia il monopolio di incompetenza e inefficienza. Spesso, trattandosi di nomine partitiche e politiche di sottobosco, in effetti non brillano per doti di gestione aziendale, ma solo per crassa nullità. Ma nel privato, quanti incapaci e quanti “prenditori” con soldi altrui abbiamo visto alternarsi, negli ultimi anni, un disastro dietro l’altro? Per quel che è stata la mia esperienza in azienda, credo che il mito del manager risolvitutto taumaturgico sia tramontato da un pezzo. Anzi è diventato figura da fumetti e barzellette, come esempio di ottusità e insensibilità totale. Altro che organizzazione ed efficienza.

Non so se esista chi possa tirarci fuori dai pasticci in cui siamo, a vari livelli, ma una cosa è certa: dubito che potranno essere dei manager. Forse una persona con un misto di cultura politica, aziendale, finanziaria, e un briciolo di empatia e buon senso. Ma non un manager, un bocconiano tipo. Giammai.

     

 

Quarto, e qui alla fine torniamo all’omino, la manutenzione, la preziosa, vitale manutenzione, che deve non solo garantire il costante funzionamento di reti e servizi, ma anche prevenire il verificarsi di guai più grossi. Ecco, lasciamo perdere la squisita contraddizione tutta italiana, per cui abbiamo spesso privatizzato i profitti di gestione del servizio e mantenuto  pubblici i costi, per esempio delle reti.  Anche nel caso più normale in cui il privato acquisisca tutto, taglierà di sicuro sulla manutenzione il più possibile. Sono tutti soldini in meno nelle tasche del pingue azionista di cui sopra. Non sia mai: il mercato non perdona. Taglierà sui servizi accessori, taglierà su quelli che giudica “rami secchi” , ma spesso preziosi per la comunità: non dimentichiamoci che in una società civile che funzioni esistono servizi che non potranno mai avvicinarsi al pareggio, ma che sono essenziali. Lasciarli al pubblico taglieggiando (vedi attualmente il discorso mense e asili nido a Savona) in nome di necessità di bilancio è scellerato, affidarli al privato lo è ancora di più.

I drammi già presenti o in vista sono tanti, e uno è certamente la sanità come accennavo sopra.

Ecco, il discorso sarebbe ancora molto lungo, ho appena sfiorato certi problemi, ma per necessità mi fermo qui. So solo che questa società mi sembra su una china folle e autodistruttiva, e se continuiamo senza drastiche correzioni di rotta, le conseguenze le pagheremo sotto tutti gli aspetti, economici, sociali, ambientali e di instabilità politica. E a lungo termine.

   Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

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