I volumi: premialità o punizione? Dipende dai punti di vista Stampa
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   
I volumi: premialità o punizione?
Dipende dai punti di vista

 Di questi tempi inizia a essere talmente forte la pressione riguardante il dissesto idrogeologico, il consumo di suolo, l’ipertrofia edilizia, la crisi immobiliare, che diventa difficile sostenere la cementificazione selvaggia senza trovare almeno qualche scusa, qualche alibi o foglia di fico, per deboli che siano. Non basta parlare di rilancio del settore edile, visto che sono anni che si costruisce, e va sempre peggio.

I fatti, le opere concrete in cemento, spesso di scarsissimo pregio, a volte di dubbia qualità, le case sfitte e invendute, i capannoni vuoti parlano da soli.

Persino il beato Toti ci deve riflettere, nel presentare il suo piano casa che realizza i sogni più sfrenati di un palazzinaro all’ultimo stadio, riuscendo nell’impresa ritenuta quasi impossibile di peggiorare di gran lunga il precedente piano burlandiano. Ottenuto con la manina fatata di Marylin Fusco ex-IDV, ricordiamolo, perché con l’ignominia di qualche scontrino di troppo non si scordi l’affarismo deleterio e  spregiudicato che ha segnato la veloce parabola del partito di Di Pietro nella precedente giunta regionale.

Le parole del governatore, sui parchi naturali che sarebbero troppi, hanno già scatenato una mezza sollevazione e imbarazzo nella sua stessa maggioranza.

Questo stato di allerta influenza persino il PD, che prova ogni tanto ad affrancarsi dalla nomea di cementisti anti ambiente al pari del centro destra, giusto un pelino meno spudorati, e riverginarsi dandosi una patina di moderna sensibilità.


Così, sia pure con la fatica di chi non è uso a certi concetti, si inizia a parlare di riqualificazione urbana, di risparmio di suolo. Certi termini come “decrescita felice” o cemento zero” proprio non escono, ci si impappina sulla d… o si sibila la zeta come un serpente, la frase rimane inceppata in gola.

Non si può pretendere troppo, per loro tutto questo è il demonio, il declino, il crollo dell’economia e la distruzione del Pil. Insomma, ‘na stragge.

Però poco alla volta, comunque, si prova a riflettere se sia giusto continuare a costruire a ogni costo, e si cercano scappatoie: sia da parte dei più avveduti, di coloro che tenderebbero a un rinnovamento, in buona fede, sia di chi sta fiutando il vento e, per rimanere in edilizia, cerca più che altro di rifarsi la facciata. 

Un passo alla volta. Che l’uso di tecniche di risparmio energetico, per avere edifici a basso consumo,  debba essere preso in seria considerazione, è già qualcosa.


 

Darlo come conditio sine qua non, è troppo, è impossibile. L’immagine (fasulla e autocostruita) di costruttori piangenti perché sul lastrico per le troppe pretese, tormenta gli animi.

E se poi, non incentivandoli, non costruiscono? E se ci lasciano il famoso degrado?

Che gli edifici incongrui possano essere demoliti e ricostruiti, che quelli di una qualche valenza architettonica  o almeno recuperabili, possano essere ristrutturati, si ammette, come motore di riqualificazione urbana.

Ma anche qui, e se il costruttore ci dice: chi me lo fa fare? Ho terreni edificabili, ho i permessi, meno fastidi a cementare altrove ex novo. Che gli si risponde?

Ovvio che rendergli più difficile cementificare altrove non è tra le opzioni previste.

Da cui, la cosiddetta indispensabile “premialità”.

Il concetto di premialità nasce innanzitutto dal punto di vista. Se tu ritieni le clausole di riqualificazione e risparmio energetico, sia per come si costruisce, sia per cosa si costruisce, indispensabili da ora in poi, fondamentali, ovvie e responsabili in una civiltà moderna e attenta agli equilibri, allora il problema, come amministratore o legislatore, te lo poni fino a un certo punto, nel decidere. Si deve fare così, punto.


 

Ma questo non è il caso del PD, se non per pochissime eccezioni, che in qualche caso ricevono persino minacce per aver abiurato al sacro cemento, come quella sindaca emiliana messa sotto pressione dal suo stesso partito e dalle cooperative, oppure devono andarsene armi e bagagli, come il mitico Finiguerra.

Allora ci si inventa l’incentivo. Che è quasi sempre uno solo, invariabilmente. Timidi timidi, guance imporporate e piedino strascicato, gli innovatori pronunciano la fatidica frase: gli si potrebbe dare un premio volumetrico.

Cioè, chi accetta di ristrutturare il vecchio o di riqualificare l’esistente in termini di risparmio energetico,  avrà in cambio ampliamenti.

Non basta che il ristrutturato, di solito frazionato in minialloggi, sia venduto a prezzi da capogiro tipo 240000 euro un bilocale, e quindi il costruttore abbia già il suo bel guadagno.

Non basta che ciò che dovrebbe essere scontato e di default, ossia l’adesione ai  più moderni criteri costruttivi, attenti al risparmio e all’ambiente, sia visto come un plus di extralusso.


 

No: occorre incentivare ulteriormente. Oltre al famoso spostamento di volumi: ciò che è in zona esondabile o svantaggiosa può essere demolito e ricostruito altrove, a piacimento o quasi. Si possono usare volumi di ogni tipo, capannoni, baracche, e trasformarli in residenziale. E inoltre,  ingigantirli. Così recitano i piani casa: dal 20% in più si passerebbe ora, con la nuova Toti-versione al 50%.  Yeah.

Sembra imprescindibile. Sembra che non esista altro. Neppure per edifici di gran pregio come la già citata villa Zanelli, per la quale l’unica ipotesi di recupero doveva prevedere per forza i devastanti box interrati e il recupero delle casette di servizio, ampliate a fini residenziali. Non la salvaguardia del bene nella sua preziosa integrità e per scopi congrui.

Ora: non essendo del settore dell’edilizia non voglio disprezzare a priori il concetto dei costi maggiori da sostenere per edificare o ristrutturare con determinati criteri. Non voglio pensare (anche se il sospetto maligno viene) che gli iperbolici prezzi del ristrutturato o costruito in classe A siano in gran parte puramente di speculazione economica.

Ma esistono vari modi di vedere la questione, non un unico modo.

Innanzitutto, perché una premialità volumetrica, la peggiore, la più grossolana, volgare, devastante e stravolgente per cittadini e territorio?

Perché non guardare a incentivi, agevolazioni di altro tipo, non penalizzanti e impattanti?

Sugli oneri, per esempio, sui quali dovrebbe aprirsi un discorso a parte, su quanto effettivamente siano necessari ai bilanci come vogliono farci credere, su quanto siano effettivamente versati o spesi per opere accessorie, su quanto vadano piuttosto al servizio dell’edificazione stessa, su quanto vadano a compensare, spesso neppure del tutto, i costi dei servizi in più, a carico di tutti i cittadini.

Ma esistono anche incentivi sotto forma di contributi, come sgravi fiscali o altro.

Ed esistono, anche se mai sfiorati da pensiero umano o tanto meno politico, i disincentivi.

Esattamente come dovrebbe accadere per la carbon tax:  ciò che penalizza salute, ambiente, economia reale, e ha ricarichi conseguenti a carico della collettività, anche se è conveniente e fonte di grande guadagno per chi lo usa, anzi, a maggior ragione, deve essere soggetto a una tassa, una penale.

E’ ora di iniziare a far pagare il consumo di suolo, l’edilizia non giustificabile. Farlo pagare salato.

In modo da incentivare altre ricette urbanistiche e altre soluzioni.

 

Perché no?

In attesa di legislatori lungimiranti, o di organismi sovranazionali che ce l’impongano (difficile, con le tendenze attuali), o che semplicemente la crisi del mercato funga da calmiere,  almeno, per favore,  basta con il considerare inevitabile la premialità volumetrica.

Regalo a costruttori già troppo viziati. Penalità per tutti e per l’armonia del territorio. Mettiamoci  un freno.

Pensate a un esempio per assurdo: supponiamo che una ragazza dal naso aquilino si rivolga a un chirurgo estetico, e costui le dica: posso anche operarla e farle un meraviglioso nasino alla francese, ma sappia che devo farle anche una verruca artificiale. La legge me lo permette. 

Sarà contento il chirurgo, che dalla doppia operazione guadagna molto di più.

Un po’ meno la ragazza e chi la guarda.

Ecco, ricominciamo a pensare un po’ di più alla bellezza, da godere tutti quanti, un po’ meno ai soldi.

E basta, davvero basta verruche che crescono oscene sul territorio. 

Milena Debenedetti Consigliera del Movimento 5 stelle

Share/Save/Bookmark
 
Commenti (2)
Prego registrarsi o autenticarsi per aggiungere un commento a questo articolo.

Per rendere il nostro sito più facile ed intuitivo impieghiamo i cookie. Chiudendo questa notifica o navigando sul sito acconsenti al nostro utilizzo dei cookie
We use cookies to improve your experience on this website. By continuing to browse our site you agree to our use of cookies. privacy policy.

EU Cookie Directive Module Information