"Ammuina" cioè casino inutile Stampa
Scritto da Milena Debenedetti   

Facite ammuina

Non è  bello servirsi del ricatto per zittire le istanze e le preoccupazioni legittime della comunità

"All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa
e chilli che stann' a poppa vann' a prora:
chilli che stann' a dritta vann' a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann' bascio
passann' tutti p'o stesso pertuso:
chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à".
 
 

N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno.

Questo presunto ordine del Regolamento della Marina Borbonica (ma oggi si tende a giudicarlo un falso storico, ispirato da calunnie dei piemontesi leghisti ante litteram) suggerisce agli equipaggi di fare “ammuina”, cioè, casino inutile, giusto per mostrarsi indaffarati e dare l’impressione di essere in tanti, in occasione delle visite ufficiali.

 

Bene, leggenda o no, mi è venuto in mente proprio questo aneddoto a proposito di alcune questioni di questi giorni. Vado a spiegare.

 

Parliamo di posti di lavoro. Inutile dire che la mistica dei posti di lavoro, citati come una formula magica per tacitare qualsiasi reazione preventiva ai peggiori scempi, all’inquinamento, alle decisioni-porcata più eclatanti, andrebbe ridimensionata.

E’ semplicemente vergognoso, soprattutto in momenti come questi in cui il lavoro manca, e se c’è è disagevole, precario, a rischio, blandire le persone sempre più in crisi di soldi, di identità, di dignità personale e professionale, con promesse allettanti quanto vaghe.

Non è mai stato bello, del resto, servirsi del ricatto per zittire le istanze e le preoccupazioni legittime della comunità, per mettere le persone le une contro le altre, in una sorta di guerra fra poveri in cui tutti siamo sconfitti, mentre i veri responsabili stanno a guardare sfregandosi le mani e contando le banconote.

Sarebbe ora di finirla di usare questo argomento come grimaldello per le grassazioni più turpi. Ma adesso, è particolarmente indegno. Poche decine di posti, al massimo qualche millantato centinaio, dovrebbero essere decisivi per accettare di autodistruggerci in massa?

Per capire quanto sia assurdo il discorso basterebbe pensare alle armi. Tutti sappiamo quanto sia fiorente l’industria bellica, particolarmente in tempi di guerre, crisi militari e terrorismi vari. Sappiamo quanto l’Italia sia coinvolta in questi lucrosi commerci.

Piattaforma Maersk a Vado Ligure

Ebbene, chi se la sentirebbe di giustificare le mine anti uomo, quelle che mutilano tanti bambini, in nome dei posti di lavoro?

Chi, a meno di possedere un cinismo assoluto, plaudirebbe alle guerre attuali e se ne augurerebbe di nuove, per incrementare l’occupazione e l’economia conseguente?

Credo nessuno, e inviterei i dubbiosi a guardarsi con calma un qualche filmato su cosa davvero significhi guerra, in termini di morte, feriti, distruzione, disumanità e orrore.

Allora, perché lo stesso principio non potrebbe valere, per esempio, per l’ambiente, per l’inquinamento irreversibile, per il consumo di territorio?

Dobbiamo guardare al di là del nostro naso. Cominciare a considerare e valutare le conseguenze a lungo termine, che spesso non sono poi così distanti da quelle di una guerra. Fare un bilancio che comprenda sì i posti di lavoro creati, ma anche quelli persi di rimando, in settori che vanno in sofferenza, come il turismo, l’agricoltura.

Il valore dei beni perduti. I costi per la comunità, sanitari, ambientali, in rapporto ai benefici. Le ricadute a lunga scadenza.

Ecco, se proprio vogliamo farci belli con il discorso posti di lavoro, si abbia l’onestà intellettuale ed economica, almeno, di farlo a trecentosessanta gradi, inserendoli nel contesto che compete.

Senza ricorrere a trucchetti demagogici e superficiali come bollare di ambientalisti arretrati quelli che invece fanno solo e soltanto discorsi molto concreti, di costi e benefici e pianificazione, altro che passerotti, alberelli e foche monache.

(Che poi sono importantissimi, per carità. Sono la prima a pensarlo.Cerco solo di parlare un linguaggio che non susciti subito barriere mentali precostituite.)

Dunque, sparare a casaccio i numeri, sapendo, tra l’altro, che non si verrà mai chiamati a renderne conto, è fin troppo facile e abbastanza vile. Permettendosi anche di variare la cifra così, in funzione del vento. Come fosse una quotazione di borsa. Agitando un piccolo salsicciotto di fronte a una torma di cagnolini affamati.

Adesso più che mai, lo ribadisco. Ma come, dirà qualcuno, se c’è la crisi, non possiamo permetterci di fare gli schizzinosi…

Ragionamento del tutto sbagliato. Proprio per la crisi e con la crisi, invece, serve l’abbandono delle vecchie strade che ci hanno portato fin qui, in cerca di nuove soluzioni che siano strategiche e innovative. O tra poco saremo punto e a capo, avremo sprecato tempo e risorse e peggiorato le cose, e staremo irreversibilmente ancora “un po’ peggio”. Proprio come dare un costoso placebo a un malato grave, anziché studiare meglio il suo caso: alla fine il malato peggiorerà e la cura appropriata, somministrata in ritardo, non lo guarirà affatto.

Abbiamo già di che ragionare: lo sviluppo industriale per qualche tempo ha dato lavoro e benessere alla comunità, ma a termine e con conseguenze e ricadute ben pesanti. Basti pensare a Cornigliano o all’Acna di Cengio. Con la forsennata rincorsa al liberismo e all’utile sfrenato ci siamo ritrovati “cornuti e mazziati” e con il cerino in mano: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Chiusure, fabbriche all’estero, riduzione costi, esternalizzazioni, precariato selvaggio. Palazzoni speculativi e improduttivi al posto delle fabbriche. Inquinamento crescente. Sempre meno lavoro. Qualità della vita a picco.

Tirreno Power a Vado Ligure

Dunque, avendo gli esempi del passato ben presenti, per quale motivo dovremmo proprio rincorrere, e in peggio, quegli stessi modelli?

Allora, una volta di più, io come cittadino non mi accontento di sentir sparare cifre, che sono aria fritta. Di un progetto voglio conoscere sostenibilità, ricadute, voglio un piano industriale degno di tale nome che mi spieghi per filo e per segno la necessità di realizzarlo e le prospettive economiche concrete, dalle opportunità di mercato ai trend previsti. E documentati.

Voglio che non mi sia presentato come unico e ineluttabile e indiscutibile, quasi l’avesse calato Mosè giù dal monte insieme alle tavole della Legge, ma con un esame delle alternative, che ci sono sempre: costi e benefici comparati.

Voglio che siano fatte richieste nelle sedi deliberanti opportune, politiche ed economiche. Voglio che dei giornalisti degni di tale qualifica facciano domande degne di tale nome, senza preoccuparsi di imbarazzare l’interlocutore ma guardando al pubblico e ai suoi diritti.

E queste cifre di posti di lavoro, che non dovranno essere campate per aria ma scaturire come conseguenza logica, dimostrata e dimostrabile dagli studi di cui sopra, dovranno anche essere specificate come qualifiche e natura, e chi le fa, politico o funzionario che sia, dovrà assumersene la responsabilità. Se no è troppo facile.

Se per costruire l’ennesimo ecomostro distribuisco appalti e subappalti facendo arrivare stranieri sfruttati. Se offro lavoro precario in fase di avvio, e a regime occupo quattro gatti. Se ho già in mente le maestranze da impiegare, magari riciclate da altri luoghi.

Tutte queste circostanze, che benefici portano alla comunità, che paga il prezzo dello scempio all’ambiente, all’aria all’acqua e al territorio?

Ma non otterrò mai quanto sopra. Non lo otterrò perché scoprirei il loro bluff, perché la verità è proprio che di irresponsabile bluff si tratta. Altrimenti, li sfido a dimostrarmi il contrario.

Per ora non c’è pericolo che me lo dimostrino. Ancora ricordo, all’epoca della discussione sulla Margonara, prima del gran rifiuto di Fuksas, l’assessore Di Tullio che presentava il progetto per l’approvazione, specificando che non esisteva un piano industriale.

Non esisteva, disse proprio così, distrattamente, en passant, come si trattasse di questione secondaria. Eppure il progetto fu allora approvato quasi all’unanimità. Sulla fiducia.

E veniamo ai “dolori” attuali.

Procedono implacabili piattaforma Maersk e potenziamento centrale. Al di là di una lotta isolata in quel di Vado Ligure, i poteri forti e i loro sodali procedono compatti come un esercito del Reich, passo dell’oca compreso.

Con i soliti pietosi distinguo: più coerente la destra, che vuole fortemente le porcate più fetenti e non lo nasconde, anzi, ne va orgogliosa, ondivago il centro sinistra, specie l’inverecondo (rubo l’aggettivo bersaniano) PD.

Che sotto sotto vuole le stesse cose, quelle dei potentati economici, ma per non perdere la faccia di fronte agli elettori (sempre meno, tra poco specie protetta dal wwf), finge di non volerle o di opporsi.

Come spiegare, altrimenti, la petizione tardiva e fine a se stessa messa in giro dal PD contro l’ampliamento centrale, e adesso l’apertura del neo assessore regionale Miceli che in pratica ripete pari pari quanto già detto da Vaccarezza, riuscendo a farsi giustamente sbeffeggiare dai pidiellini?

Intanto qualsiasi obiezione logica e sensata all’ampliamento va disattesa.

Pazienza comunque la centrale, in cui la battaglia si gioca giustamente sulla drammatica nocività del carbone, sull’eccesso di energia, sui costi sociali; per il resto è un progetto che quanto meno ha una sua validità economica, sia pure di morte.

Ma la Maersk? La multinazionale è in crisi. Licenzia, anche in quel di Genova. Il finanziamento, sia la parte pubblica sia la privata, ha subito varie traversie. Il mercato stesso dei container subisce pesanti flessioni, e non si intravede ancora uscita da questa crisi. (La storia che si deve costruire ora per essere pronti quando la crisi finirà, fa semplicemente sbellicare, se non altro perché dà per scontato tutto ciò che scontato non lo è affatto, come conoscere il futuro). I terminalisti di Voltri affermano che ci sarebbe ancora posto lì e a costi minori. Le infrastrutture sono di là da vedersi.

Eppure no, bisogna procedere, a dispetto di ogni logica economica, più ancora che dell’ambiente, e con una fretta che appare addirittura sospetta, per privati vantaggi e pubbliche perdite.

E i posti di lavoro. Ecco, nella genuflessione al colosso danese, si arriva a proporre o a far intuire che si occuperà qui una parte degli esuberi genovesi.

Ai vadesi solo i danni, e qualche eventuale briciola. Che affare.

Ma non finisce qui. Nella crisi ormai drammatica di Ferrania, si incomincia a sentir parlare di Tirreno Power. Ufficialmente (occorre sempre una scusa ufficiale per indorare le pillole) per proporre partnership e sinergie sulle rinnovabili e simili.

In realtà, pare di intuire, per tentare qualche accordo del tipo: noi sindacati cerchiamo di darvi una mano nel progetto di ampliamento, e voi in cambio ci aiutate a ricollocare gli esuberi ferranioti.

Ecco, appunto. I posti di lavoro. Non dimentichiamoci che dobbiamo depurare i numeri complessivi, già non così favolosi ed eclatanti, di quanti sono solamente lavoratori spostati da altre realtà in crisi.

Voi che state di là, vi spostiamo di qua. Voi che eravate lassù, ora venite quaggiù.

Nel movimento generale, la crisi sembra meno pesante e sembra che abbiamo creato chissà quanto lavoro, anche se tutto questo con lo sviluppo vero, l’innovazione, il progresso, il futuro, l’occupazione di forze fresche, qualificate e magari giovani, non ha nulla a che vedere. Basta che dall’esterno non si noti.

Facimme ammuina. Già. 

Milena Debenedetti  


Il mio ultimo romanzo  I Maghi degli Elementi

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