Crisi dell’industria Stampa
Scritto da Milena Debenedetti   

Crisi dell’industria: dignità, solidarietà, coraggio.

 La tragica crisi dell’industria nella nostra zona ha avuto di recente una brusca accelerata, con una serie di casi eclatanti, che rischiano di impoverire ancora di più il territorio e lasciare un buon numero di famiglie nel dramma. 

 Difficile dare ricette concrete, soprattutto quando le cose sono arrivate alle estreme conseguenze. Dove non si dovrebbe lasciarle mai arrivare, avendone tutte le possibilità.

Gino Strada afferma, e gli dò ragione, che la guerra non è mai  inevitabile: lo diventa quando non si fa niente per impedirla finché si è in tempo.

E’ un concetto universale di buon senso: vale per il cemento riqualificante (il degrado non è mai inevitabile) e vale anche per le crisi industriali.

Portare le cose alle estreme conseguenze fa comodo a tutti: agli industriali, che così  possono far digerire qualsiasi scelta impopolare e succhiare ancora un po’ di aiuti dallo Stato, ai sindacati, che così hanno un alibi per nascondere la propria colpevole inazione, o peggio, complicità, ai politici, conniventi col  sistema finanziario imprenditoriale e assolutamente incapaci ad affrontare le realtà lavorative.

Politici, sindacati e imprenditori agitano i lavoratori come scudi umani, ed è qui che i lavoratori hanno delle colpe: nel permetterglielo, invece di ribellarsi e coalizzarsi, perché saranno gli unici, alla fine, a pagarne le conseguenze.

La FAC di Albisola

 Un tempo si sperava, attraverso incentivi vari, di trovare ricollocazione o essere accompagnati dolcemente alla pensione, insomma, stare buoni per avere le briciole, adesso questi paracadute non ci sono più, il vecchio concetto, tipico dell’era berlusconiana, del “siamo tutti nella stessa barca”, neppure: da una parte c’è chi se la cava, padroni e sindacati compiacenti e reti di interesse economico,  dall’altra chi rimane col cerino in mano, la gran parte dei lavoratori, tranne quei pochi che magari trovano riparo nello sgradevole ruolo di mosche cocchiere,  a spese degli altri.

 Un motivo in più, dunque, per tenere gli occhi aperti, per non lasciarsi illudere e rivendicare con forza e dignità i propri diritti. La storia anche recente ci insegna che solo chi lotta e non si arrende e cerca soluzioni ha qualche speranza, chi affida il proprio destino agli altri ha già perso. Chi accetta di vendere la propria salute, la propria dignità, i propri figli,  il futuro di un territorio in cambio di quella che non è prospettiva di risollevarsi, ma semplice dilazione di pena, è uno schiavo consapevole, una vittima docile al macello, e  chi lo costringe a questo, siano politici, sindacati o imprenditori, è semplicemente ignobile e indegno di chiamarsi umano. Soprattutto il sindacato, che operando così tradisce il suo stesso mandato e si fa complice della peggiore speculazione. Ciò che si è visto in consiglio comunale a Vado è una autentica vergogna. Una pagina tristissima, un’offesa ai nostri padri e alle loro lotte, quando c’era più dignità e coraggio.

In questo sonno delle coscienze si è lasciato che poco per volta, negli ultimi anni, venissero erosi diritti faticosamente conquistati appunto dai padri,  diluiti nel precariato e nelle incertezze e nell’esasperazione della ricerca di profitto a tutti i costi.

Il tutto con la complicità dell’intero sistema politico dei partiti principali, cosiddetti centro, centro destra e centro sinistra, e nella sostanziale inefficacia di sinistre sempre più indebolite o compromesse.

La crisi economia che stiamo vivendo non era affatto imprevedibile. Certe scelte sbagliate del passato sono colpevoli più che mai. Avremmo potuto e dovuto arrivarci più preparati, se non ci fossero state montagne di incompetenza, inerzia e malafede.

Ma vediamo in dettaglio il territorio e qualche esempio. Da che si origina e peggiora una crisi?

Prodotti obsoleti o non più competitivi. (Ferrania, FAC, OCV…); delocalizzazione per ridurre i costi e guadagnare di più (OCV); appetiti sulle aree  per guadagni più facili (OMSAV, Piaggio, FAC, centrale del latte ?,cantieri Rodriguez, Gavarry…), giochi finanziari e interessi locali (Ferrania),  ostracismo a possibili acquirenti (Ferrania, Cantieri Baglietto…) e poi manovre della concorrenza, crisi di liquidità, crediti non riscossi, uso improprio dei capitali aziendali…

 

OCV di Vado Ligure

 Come dicevo, raramente tutto questo nasce da un giorno all’altro, c’era tutto il tempo di prevederlo e studiare soluzioni.  O, qualora si tratti di manovre improvvise dei proprietari, di prevenirle.

Non ho ricette o bacchette magiche, so bene quello che NON si dovrebbe fare: erodere i diritti dei lavoratori, puntare a esasperate riduzioni di costi, far accettare soluzioni suicide per il territorio, inquinanti e a BASSISSIMA occupazione, portando agli estremi il ricatto, sperperare capitali di aree, tecnologie, macchinari, competenze.

 Tutto ciò, lo abbiamo visto in tanti anni,  aiuta una sola cosa, ingigantire i  profitti di pochi a spese della società, senza che nulla sia reinvestito per migliorare la società stessa, rendendo a lungo termine la situazione tragica, ineluttabile e spogliata di soluzioni.

Come una lunga cura di costosi brodini a un ammalato grave, che arricchisce solo il medico e porta il paziente all’irreversibilità e alla morte.

Siamo già molto oltre, eppure di strade ce ne sarebbero, alcune a livello nazionale, altre a livello locale. Solo che manca chi voglia perseguirle davvero. Mancano buona fede, buona volontà, lungimiranza e coraggio per opporsi alle tante, troppe pressioni del sistema economico, dove certi parassiti stanno come topi nel formaggio.

Ad esempio.

E’ vero che la globalizzazione favorisce chi vuole delocalizzare, dare in outsorcing attività interne,  ridurre costi e personale. Pensare a protezionismi e nuove dogane sarà velleitario e anacronistico e un po’ leghista, ma agire a monte? Vincolare in termini precisi la concessione di aiuti, finanziamenti, cassa  e quant’altro  ai destini dell’azienda: ti dò  se investi, se mantieni l’occupazione, se dai precise garanzie. Dopo pochi anni, prendi e te ne vai? Benissimo: prima restituisci allo Stato i soldi che ti ha dato, o ciò che hai comprato con essi, e poi vai a investire dove ti pare.

Vale per la Fiat, il più grosso ingoiatoio di aiuti diretti e indiretti, praticamente quasi comprata dai cittadini , dovrebbe essere nazionalizzata, così come per l’OMSA o per l’ultima fabbrichetta.

I terreni. Quelli a destinazione produttiva dovrebbero essere vincolati e rimanere tali, così come quelli agricoli, artigianali, o zone verdi. Non importa se ottimi per la logistica o per l’edilizia di prestigio.  Basta, davvero basta speculazioni sulle aree. Scoraggiamole alla fonte.

Incentivi a chi investe in tecnologia, ricerca, nuovi impianti (sempre con le garanzie di cui sopra). Incentivi a chi assume, non ulteriori facilitazioni a licenziare. I lavoratori non sono e non possono essere un carico a perdere. L’imprenditoria non può essere scollata dalla società.

Penalizzazioni agli impianti obsoleti e inquinanti. Maggiori tasse su chi inquina, in modo da compensare almeno in parte i guadagni facili a spese della salute della comunità e dell’ambiente, le necessità di bonificare e depurare, e scoraggiare gli investimenti  ad alto profitto solo per gli imprenditori ma suicidi per tutti.

 
Centrale del Latte

 Applicazione rigorosa e puntuale delle leggi in materia di ambiente, qualità e sicurezza. Non è vero che se lo si facesse si scoraggerebbe l’imprenditoria. Non quella virtuosa almeno. Se accettiamo questa idea, il nostro futuro è una fogna miserabile. Chi sta meglio, i finlandesi con le loro tecnologie o i cinesi che si suicidano nelle fabbriche tecnologiche?

Ricercare, per una industria in crisi, nuove prospettive, a trecentosessanta gradi e senza pregiudizi, purché con garanzie precise. Non esiste che un possibile  acquirente con buone intenzioni e piano industriale sia respinto perché sgradito agli interessi  e all’imprenditoria locale e ai giochi sotterranei già fatti, il tutto sulla pelle dei lavoratori come vittime sacrificabili. Non esiste che le soluzioni tecnologiche, i nuovi mercati e opportunità, siano negati sempre in nome dei torbidi interessi di cui sopra. Un copione visto già troppe volte, ora basta.

Per i lavoratori, lottare senza tregua per il proprio futuro e non per ciò che lo affossa, cercare di essere compatti e solidali, negoziare soluzioni come part time, lavori intercambiabili, rinuncia a porzioni di stipendio purché questo salvaguardi la massima occupazione e ovviamente sia volto a riossigenare e rilanciare l’azienda e non a salvare tasche altrui. In questo la politica può e deve fare da garante.

Fino ad agevolazioni e aiuti, per strutture più piccole  che lo consentano, a partecipazioni per i lavoratori, fino a poter  rilevare la fabbrica, istituire cooperative o società, fino allo studio di nuove realtà organizzative.

Ecco, solo qualche esempio, e non sono utopie. Dice così solo chi ha interesse a prolungare lo status quo, per ricattare, spremere, annientare sempre di più una società e la sua coscienza civile.

Altrimenti, il futuro che ci aspetta è sempre più nero e catastrofico, e non occorre essere Nostradamus per prevederlo, basta guardare ciò che già accade in altri Paesi.

Diamoci da fare compatti, cerchiamo di ritrovare solidarietà e coraggio, spezzando la catena dei soldi facili, oppure accettiamo di perdere tutto, in un territorio inutilmente devastato da cemento e obsolete realtà inquinanti, in un futuro che si prospetta terribile mentre, con tutte le nostre conquiste tecnologiche,  potrebbe essere magnifico.

 

Milena Debenedetti, consigliere del  Movimento 5 Stelle Savona 

 

 

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