I miei due cent sul trasporto pubblico Stampa
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   

I miei due cent sul trasporto pubblico

 Questa volta mi lascio andare soltanto a due considerazioni spicciole personali. 

Premetto che la questione mobilità non è mai stata, come dicono gli inglesi, “la mia tazza di tè”.  Pertanto non mi metterei mai a disquisire di piani del traffico, avendone totale incompetenza e odiando le strade invase da tutto questo ferro rugginoso e puzzolente, quindi essendo, come dire, di parte ecologista. Come se si facesse redigere il piano venatorio a un animalista. 

Però, in quanto savonese e in quanto bene o male abituata a muovermi in città, dal punto di vista pratico la mia la posso dire eccome.

Infatti, facendo la “populista”  o più banalmente mettendosi dal punto di vista degli utenti, io dico che prima di elaborare un qualsiasi piano del traffico o anche solo di impostare studi con rilevamenti e statistiche, bisognerebbe prendere alcune persone, amministratori pubblici compresi,  e farle viaggiare sui bus con destinazioni variegate. Che so, da Villapiana a Valloria, da Legino alla darsena, eccetera. 

 


 

Solo così si potrebbe avere realmente il polso della situazione. 

Perché dico questo? Perché è più che evidente, al colto e all’inclito, il sospetto che chi elabora questi piani sulla carta  non abbia mai preso un bus in vita sua. 

Ogni azione tesa a migliorare la situazione riducendo il traffico dovrebbe accompagnarsi con un forte incremento della mobilità pubblica, e quando dico forte intendo forte. E generalizzato, non mirato a mettere una pezza qua e là. Non privilegiando le famose ipotetiche “destinazioni attrattive”, ma cercando di istituire collegamenti ramificati ed efficienti. 

Invece, non essendoci volontà, risorse, convinzione o quel che volete,  si assiste a grotteschi tentativi di nozze coi fichi secchi. 

Anzi, se guardiamo l’ultima ipotesi di piano del traffico, quella che tante tempeste presto sgonfiate suscitò in Giunta, abbiamo gli sponsali con semplice foto dei fichi secchi.  

Dovrebbe essere evidente che se pedonalizziamo o riduciamo il traffico in alcune zone, dobbiamo incrementare i mezzi pubblici per sopperire. 

Non spezzettare alcune linee facendo fare lunghi giri, causando disagi a chi non ne aveva senza risolvere il nuovo problema. E su questo parlo con cognizione di causa, farò un esempio dopo. 

Dovrebbe essere chiaro che, ogni volta che per ovviare ai costi di trasporto aumentiamo il prezzo dei biglietti, peggioriamo il danno avvitandoci in una soluzione senza uscita: perché diminuiranno gli utenti, diminuiranno i ricavi e saremo peggio che al punto di partenza. 

 


 

Altra ovvietà mai abbastanza compresa, è che non si deve parlare di linee più “remunerative” e altre meno, e calibrare su quello il servizio. Questa è una logica affaristica che fa a pugni col sociale. Ci sta che dove ci sono più passeggeri potenziali si incrementi la frequenza, dove ce ne sono meno si facciano meno corse o si usino mezzi più piccoli, ma non arrivando alle estreme conseguenze di tagliare del tutto, non trovando aberranti soluzioni di esternalizzazione dei servizi migliori per sostenere a malapena il costo del resto e far far profitti ai privati. 

Che il trasporto pubblico sia uno di quei servizi essenziali da mantenere, appunto, pubblico, per me è un cardine fondamentale. In questo mi trovo d’accordo con le sinistre, ma del resto è o era, quando le cinque stelle brillavano ancora, uno dei nostri sacri principi. 

Bene, dunque, che dopo tanti appelli inascoltati in Consiglio Comunale alla fine sponte loro gli enti si siano decisi per il mantenimento pubblico di TPL, male, o almeno con forti dubbi, la valutazione sulle strategie conseguenti.  

La mentalità: se manteniamo pubblico dobbiamo contenere i costi e allora elaboriamo un piano al ribasso, al mantenimento dell’essenziale, è perdente in partenza e destinata a  fallire. 

Se ci si crede non bisogna cercare di accontentare alla meno peggio l’utenza esistente, bisogna fare di tutto per incrementarla, rendendo conveniente e attrattivo spostarsi su mezzi pubblici anche a categorie che li snobbano, non solo a chi è costretto a prenderli comunque, come stranieri e anziani. 

Con investimenti consistenti. Con potenziamenti dell’esistente. Con nuove linee. Con corsie dedicate e diminuzione dei tempi di percorrenza. 

In tutte le attività investire bene produce un aumento, non investire produce ristagno e declino.

 


 

La soluzione più coraggiosa sarebbe arrivare a inserire direttamente il trasporto pubblico fra le tasse cittadine, senza far pagare il biglietto. Ricordiamoci che la bigliettazione copre solo una parte dei costi, e se poi sottraiamo risorse per il controllo, l’emissione eccetera, anche meno. ( A proposito: solidarietà agli autisti che si sono rifiutati di fare anche da controllori.)  Mi rendo conto che nell’Italia iperliberista e nelle condizioni penose in cui vengono gestiti i soldi delle imposte sarebbe utopia. Ma le migliorie no, non lo sono. 

Non si può, non ci sono i soldi, gli enti pubblici sono in sofferenza, eccetera.

Poi qualcuno mi spiegherà, allora, come mai si perdano tempo e progetti e si speri di ottenere lauti finanziamenti per idee estemporanee come il filobus sulla litoranea che, dovendo fare i conti con il traffico e le strade esistenti senza sede propria, non risolverebbe alcunché, però con costi e tempi spropositati. 

È sempre così, è una costante, ho visto in questi anni: è come se a uno che sta in una baracca e chiede una casa popolare a fitto bloccato si proponesse solo il mutuo per un superattico, perché conviene di più a qualcuno che deve guadagnarci. 

Qualcuno mi deve spiegare, dicevo, in base a quale meccanismo in Italia sia così difficile ottenere fondi per migliorie, manutenzioni e incremento dell’esistente, e quando ci sono (vedi risanamento della collina di N.S. degli Angeli) si lascino cadere senza approfittarne, mentre c’è sempre chi si precipita a voler spendere cifre faraoniche su progetti dai nomi roboanti ma di scarso valore per la collettività, vedi passerella arrugginita sul Priamar invece di investimenti su scavi e musei,  vedi passeggiata di via Nizza, spreco di fondi pubblici per fare un probabile spezzettato pasticcio.

 

 

 

Quindi, chiusa la parentesi, mi chiedo: perché non cercare piuttosto fondi per migliorare l’essenziale, prima di pensare a mega investimenti? 

Mi chiedo: come pensare di invogliare le persone ai mezzi pubblici, spesso sporchi, vecchi, sferraglianti e maleodoranti, in difficoltà a rispettare gli orari, e soprattutto con tempi lunghi, lunghissimi, interminabili e coincidenze improponibili? 

Ed è a questo punto che vorrei far partire gli esempi personali di cui parlavo. 

Ho viaggiato su diverse linee, a volte con tempi di attesa biblici, a volte dovendo raggiungere fermate distanti, a volte riunendo i percorsi con lunghe passeggiate, che per carità, la salute ne guadagna, sempre che il tempo atmosferico lo permetta, sperimentando scarpinate anche in zone poco amene o faticose, e ne avrei di narrazioni in proposito. 

Ne avrei da parlare di problemi irrisolti da decenni e zone poco servite, e non mi riferisco all’ultimo bricco e ai problemi dell’orografia ligure, ma banalmente ad alcune scuole del centro, per esempio.

La linea che frequento di più, comunque, rimane quella litoranea fra Vado e Savona, dalle Fornaci dove abito. 

Una volta era un vero paradiso: strade larghe e con pochi intoppi, tempi di attesa ridotti, un bus ogni dieci minuti, il famoso 6, ma lo ricordo prima ancora, quando erano i corrieroni “Porto Vado” della mitica Sita. 

 


Una corriera della Sita

 

A parte difficoltà a salire alle Fornaci negli orari scolastici, nonostante le corse maggiorate, è sempre stata una linea comoda. Non a caso molto frequentata. Tanto che quando tolsero alcuni parcheggi da piazza del Popolo per riservarli ai residenti e dei pendolari zinolesi si lamentarono, mi chiesi cosa impedisse loro di prendere il bus. 

Poi, sempre nell’ottica cerchiamo di scontentare tutti per non accontentare nessuno, il 6 venne ridotto e alternato col 6/ che parte da S. Ermete, raggiunge il centro e prima di tornare sul lungomare fa tappa alla stazione invece di proseguire come il 6 per Villapiana. Un lungo giro non so quanto utile.

In teoria alle Fornaci per il centro non doveva cambiare niente, sempre un bus ogni 10 minuti alternandosi 6 e 6/. (Tralasciamo le epopee del 9 per Quiliano che un po’ fa il lungomare e un po’ no, cambiandone spesso il percorso, del 40 e altri bus da ponente che una volta facevano alcune fermate a chiamata a salire anche a Savona, ora le hanno abolite per migliorare i tempi.) 

In pratica non si ha quasi mai l’alternanza desiderata: a volte si attende 20 minuti e non arriva niente, saltando una corsa, a volte quasi si sovrappongono eccetera. 

Per non parlare delle fermate non coincidenti per il ritorno dal centro, con necessità di strategie per essere sicuri di incrociarli entrambi. 

Insomma, quando voglio essere puntuale per una determinata destinazione centrale devo uscire di casa almeno mezz’ora prima del previsto, e a volte non basta. E già questo è male. Non stiamo parlando di lunghi tragitti. 

 


 

Farò un esempio estremo e recente. Questa volta dovevo andare in Villapiana. Guardo gli orari del 6 che è diretto.  

Esco di casa alle 9 per essere in Villapiana alle 9.30.  Doveva passare il 6 alle 9. 13. Verso le 9.10 arriva il 6/ in ritardo, non lo prendo  confidando nel 6. Il quadrante del tabellone luminoso dava 8' di attesa. E va be', mi dico, aspetto. Dopo un po' (cinque minuti) dà 7' . Bene, si avvicina. Passano altri cinque minuti, da' di nuovo 8'. Poi 7'. Poi 8'. Mi dico: che fa, va avanti e indietro in retromarcia? Verso le 9.30 arriva invece un altro 6/, lo prendo, pero' scendendo a Mameli, che peraltro ora avendo spostato la fermata prima davanti alla farmacia Saettone e poi ai giardinetti e' quasi coincidente con l'altra di piazza del Popolo. Torno indietro trafelata fino in via Nazario Sauro dove ci sono le possibili coincidenze. Tutte molto in là nel tempo, leggo. Non volendo attendere dieci minuti alla fermata con le incertezze del caso, mi avvio a piedi e la faccio quasi di corsa in salita fino a destinazione, oltre piazza Brennero. Morale: arrivo alle 9.50 sfinita e trafelata. E non è stato un caso isolato, ma quasi normale amministrazione. A piedi dalle Fornaci, sullo stesso percorso, ci metto quasi meno tempo. 

Insomma, non potrò dire la mia sul traffico più di tanto, ma in nome delle mie gambe stanche e degli acciacchi incipienti, sul trasporto pubblico chiederei: linee più veloci e dirette, coincidenze puntuali, frequenze ragionevoli, corsie preferenziali e lotta dura alla doppia fila di auto, tempi di percorrenza se non competitivi col mezzo privato, almeno non di lunghi giri e transumanze per ammassare persone e sbarcarle dopo ore alle varie destinazioni o negli approssimativi paraggi.  

Ma capisco che è pretendere troppo, di questi tempi e a queste latitudini.  

Intanto in Lussemburgo... Clima: in Lussemburgo trasporti pubblici gratis

 

   Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

 

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