ALLA RICERCA DI UN NESSO Stampa
Scritto da ANTONIA BRIUGLIA   

ALLA RICERCA DI UN NESSO.

Ci sarà un nesso?

Ci sarà un nesso tra l’aumento della mortalità di cancro nel Savonese rispetto al resto del territorio e le emissioni della centrale a carbone di Vado?

Ci sarà un nesso che lega ben mille morti in più rispetto alla media nazionale e l’attività di due gruppi a carbone di 330 watt ciascuno, vecchi, obsoleti, dannosi alla salute della gente e del territorio e utili solo al profitto di chi li gestisce e di chi vende carbone?

Già, il nesso: la relazione che può legare quantità spropositate di polveri sottili e ultrasottili, di metalli pesanti tossici come Cadmio, Mercurio, Arsenico e di altre sostanze gravemente dannose che sono fuoriuscite, per decenni, dai camini della centrale e la salute delle persone che vi abitano fino a un raggio di 50 chilometri.

Questioni di lana caprina che, da anni, sono state affrontate con intenzionale superficialità dalle istituzioni, con la latitanza delle strutture di controllo pubblico che non sono mai state in grado di verificare quanto dichiarava chi, di fatto, si controllava da sé.

Gli standard del territorio, superati da quelle mille persone che erano nostri amici, parenti o semplici conoscenti, che hanno lasciato dolore, sconforto e incredulità spesso per la loro troppo giovane età, diventano, ora, difficili da trascurare e da sopportare anche per chi sta indagando sui fatti.

Se il nesso ancora non si trova il motivo non è difficile da individuare.


Per anni e anni i dati rilevati dall’IST di Genova, hanno comunicato notizie contraddittorie: nel 1998 la mortalità savonese superava la media nazionale e a Vado i dati erano addirittura preoccupanti, ma nel 2004 i morti per tumore, inspiegabilmente, si riallineavano con quelli regionali e nazionali.

Per anni l’Arpal, che oggi si dichiara pronta a misurare anche le emissioni a camino, riconosceva pubblicamente l’impossibilità organizzativa ed economica di estendere sul territorio savonese un numero maggiore di centraline, i cui dati comunque non hanno registrato dovunque le PM 2,5 lasciando scoperte vaste porzioni di territorio.

Infine, paradossalmente, i dati riguardanti le emissioni sono sempre stati rilevati dalla stessa Tirreno Power che li consegnava alla Provincia, senza alcun ulteriore controllo pubblico degli enti territoriali. Dati che per l’azienda hanno evidenziato, altrettanto paradossalmente, una buona qualità dell’aria del savonese “e che pongono la Provincia tra le migliori d’Italia”!

Quale nesso giustifica l’atteggiamento di partiti, amministratori e sindacati interessati a mantenere legittimo il ricatto sostenuto dall’azienda, tra salute e lavoro, giustificando mancanze e comportamenti ai limiti della legalità?

La prossima settimana si conosceranno i primi indagati dell’inchiesta della Procura di Savona, durata due anni, dove si parla di omicidio colposo e lesioni, ma anche di disastro ambientale.

Si conosceranno le ipotesi di reato e i responsabili.

Ma mentre si svilupperanno le vicende della Procura, cosa accadrà ai gruppi a carbone, che decisioni si prenderanno sul territorio? Che sviluppi avrà il progetto di ampliamento della stessa centrale?

Mentre si prenderanno queste decisioni, quante persone dovranno ancora ammalarsi o morire prima che tutta la vicenda si concluda?

Quanti sono stati, poi, i responsabili intorno a questo ennesimo disastro ambientale italiano?

Le strette somiglianze con i casi Acna, Eternit, dove industriali, sindacalisti, medici e politici guardavano morire operai e cittadini come se la malattia e la morte fossero mali necessari, sembrano evidenti.

Quale nesso lega le popolazioni dei vari territori italiani che convivono giornalmente con i loro piccoli o grandi disastri ambientali, dall’ILVA di Taranto alla raffineria di Milazzo, dall’inceneritore di Giugliano (Na) a quello di Scarlino (Gr), dalla centrale a carbone di Civitavecchia  a quella di Vado?

Non è difficile trovarlo.

L’aspetto indiscutibile è che, a parte qualche lodevole eccezione, l’ambiente è sempre stato assente dal dibattito politico italiano e mentre in molti Paesi d’Europa s’improntavano i governi con linee programmatiche dove la difesa ambientale sarebbe andata a migliorare la qualità della vita delle persone, in Italia si è continuato pensare che fosse “cosa” d’ambientalisti rompiscatole, da filosofi o da “anime belle”. Una “cosa” necessariamente estranea a chi doveva occuparsi di industria, urbanistica, economia, lavoro.

Così le istanze ambientaliste, mentre in Germania condizionavano  le Cancellerie, in Italia non riuscivano ad avere neanche diritto di cittadinanza.

Ancora oggi si governa facendo credere alla gente che sia inevitabile, per lo sviluppo e la “crescita”, permettere alle industrie di inquinare, costruire inceneritori, che sia necessario moltiplicare le costruzioni di case e di strade, costruire grandi opere distruggendo il territorio e tramutando tutto in merce.

Quando va bene (!?), si parla di ambiente come fonte di profitto. Così l’acqua produce profitto per chi la gestisce, i rifiuti producono profitto per chi li brucia, il territorio italiano diventa profitto per cementificatori e cementifici al ritmo di 200.000 ettari l’anno.

Nessuna cultura dell’ambiente, nessun legame viene perseguito tra questa e la qualità della vita.

Come si può ancora oggi, tollerare tutto questo?


Quadro di Serena Salino

Come ha potuto una popolazione, quella che vive in un raggio di cinquanta chilometri intorno alla centrale di Vado, accettare tutte quelle morti senza chiedersi almeno il perché?

Come sopportare con rassegnazione l’incidenza di malattie respiratorie, cardiocircolatorie e tumorali nella totale inconsapevolezza, inebetiti e assenti in un dibattito che diversi movimenti del territorio faticosamente promuovevano?

Come si può spiegare tutto questo?

Facilmente.

Nel 2011, un’inchiesta del Censis ci diceva che in Italia il 55% della popolazione non legge neanche un libro l’anno. La stessa indagine ci diceva che circa il 70% degli italiani si trova sotto il livello di comprensione di un testo di media lunghezza, che non è in grado di leggere un giornale, un libretto d’istruzioni, un contratto di lavoro, un programma politico, il bugiardino di un farmaco.

Una catastrofe nazionale che, comunque, qualcuno ha voluto.

Sì perché oggi, così, si ha un italiano medio fragile, manipolabile, incapace di essere consapevole dei propri diritti e di avere un’opinione autonoma e questo può essere utile e redditizio per una classe politica inadeguata e scollegata dal Paese.

Disinvestire sulla scuola e sulla cultura ha portato anche a questo e a farci raggiungere un triste primato: in Europa siamo i primi per consumi di giochi, videogiochi e chirurgia estetica.

Insomma, un popolo di analfabeti di ritorno un po’ bambini e un po’ narcisisti.

Tutto meno che consapevoli di quelli che sono i diritti fondamentali per i quali è necessario informarsi e impegnarsi, perché non saranno mai le Procure a cambiare un Paese ma i cittadini che, con consapevolezza, decideranno di partecipare al dibattito sul territorio, perché ciò accada.

      ANTONIA BRIUGLIA 

 

   
   
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