IL LIBERO MERCATO DEL TERRITORIO ALBISOLESE Stampa
Scritto da ANTONIA BRIUGLIA   

IL LIBERO MERCATO DEL TERRITORIO ALBISOLESE

C’erano quasi tutti i consiglieri al Consiglio Comunale di Albisola Superiore, dove il sindaco Orsi presentava la delibera 74  con tema l’adozione di variante al P.U.C. in variante al P.T.C.P,  per la previsione del nuovo Distretto di Trasformazione Artigianale-Produttivo denominato “DTA nella zona denominata Piantorino-Restrengo” a Luceto.
C’erano quasi tutti, e tutti l’hanno votata (solo tre astenuti).

 L’hanno votata pur sapendo che l’area su cui insisterebbe il previsto Distretto di Trasformazione  andrebbe a ricadere in zona NO-INS, quella categoricamente destinata ai territori Non INSediabili, per il  valore ambientale, per le condizioni morfologiche, ecologiche, paesistico-ambientali, zone per cui si deve garantire un regime di non insediabilità: cioè zone umide e corsi dei torrenti, “ zone di particolare pregio ambientale e culturale, cave e discariche dismesse da rimboschire e rinaturalizzare “ proprio come quella in oggetto.

 L’hanno votata pur sapendo che  sotto questa accezione, sono” le aree  del Torrente Sansobbia, il crinale del Monte Castellaro, l’ambito vallivo e collinare a monte dell’abitato di Luceto, l’area del crinale appenninico contrassegnata dall’Alta Via dei Monti Liguri e i crinali principali dipartenti da essa, e molte altre dove deve solo favorirsi  la possibilità di penetrazione e di fruizione tramite il recupero di percorsi esistenti da utilizzarsi come vie di percorrenza pedonale, ciclabile, ippica e la possibilità di realizzazione di strutture pubbliche necessarie per la migliore fruizione dal punto di vista culturale e turistico-ricreativo.”

 Pur sapendo che nei territori non insediabili «NO-INS», come quello oggetto della delibera, sono consentiti solo interventi di manutenzione e ripristino dei manufatti esistenti nel rispetto delle loro caratteristiche originarie, nonché interventi di rinaturalizzazione, di protezione e di miglioramento ambientale: cioè recupero e rinaturalizzazione di cave e discariche dismesse, tutela di argini e fondo dei torrenti, rimboschimento di aree percorse dal fuoco e consolidamento.

Aree dove gli interventi edilizi di nuova costruzione ammessi sono la realizzazione di nuovi manufatti tecnici come depositi, essicatoi, ricoveri per animali, ecc., necessari alle funzioni consentite nelle zone NO-INS.

 Pur sapendo che secondo le prescrizioni dettate dalla Regione Liguria con schema n.58221 di Prot. Gen. anno 2003, in data 10/04/2003 l’area di fondovalle destro del Sansobbia - meandri di Ellera è un’area molto estesa, con presenza di suoli boscati consolidati., in ragione delle cui  caratteristiche  deve confermarsi come ambito ricadente in regime ANI-MA di PTCP (Piano Paesistico sovraordinato).

Ed è per questo che  il P.U.C. albisolese, uniformandosi alle prescrizioni normative di PTCP , come d’obbligo fare, per tale ambito, classifica come “NO-INS amb” tutte le zone dell’area suddetta ricadenti in regime ANI-MA, applicando ad esse le prescrizioni normative connesse al regime di non insediabilità.

 In effetti, quella sera, gli animi non dovevano essere sereni, se il Sindaco è costretto a sospendere la pratica e metterla all’ultimo punto dell’O.d.G., ma in ogni caso le argomentazioni devono essere stati convincenti per decidere nella direzione dell’approvazione, senza se e senza ma.

 Deve aver pesato sulla coscienza dei consiglieri il primo argomento, citato in delibera: la crisi economica.

Quella funziona per tutto e giustifica tutto, perché in suo nome si digeriscono cose come un posto di lavoro in cambio della salute e della difesa dell’ambiente, un posto di lavoro in cambio della mancata  difesa del territorio, un  posto di lavoro in cambio dell’ennesima lottizzazione, dell’ennesima cementificazione di  territorio.

E non si parla di quello oggetto della delibera ma di ben altro.

La crisi economica albisolese impone quindi di individuare la zona lungo il torrente Sansobbia a Luceto, che per l’occasione viene definita degradata, aggiungendola  alle numerose aree da riqualificare mediante volumetria edificatoria.

Lì dovrebbe sorgere un insediamento artigianale, o meglio una fabbrica: la FAC, un’azienda portata al fallimento, non per la crisi di commesse o di lavoro delle maestranze  ma per cause legate alla cattiva gestione e, guarda caso, l’ ultima azienda presente ancora in un’area oggetto di un mega-piano lottizzativo, di grandi aspettative e di grandi profitti.

Una fabbrica-ostacolo che spostandosi in altro luogo farebbe la fortuna di chi attende che si proceda su Via Casarino.

 Ma come spesso accade in Italia, vuoi per le speranze condivisibili degli operai, vuoi per l’atteggiamento equivoco del Sindacato che conduce spesso a scelte dove i binomi prima citati sul posto di lavoro diventano unica scelta, anche in questa vicenda sono anche gli operai e i rappresentanti sindacali ad appoggiare l’operazione, cui si lega la speranza che  i profitti delle future volumetrie di Via Casarino siano funzionali a un piano di sostegno all’azienda da rilocalizzare proprio a Luceto.

 Insomma, operai che finiscono per appoggiare la speculazione e la cementificazione  per salvare il posto di lavoro.

Questo non fa parte della delibera, ma è conosciuto a tutti.

 Nella delibera si parla, infatti, di dare una risposta concreta agli operai della fabbrica  e si evince che la risposta sarà solo in una dislocazione lontana da Via Casarino, a costo di prendere in esame un area fortemente incompatibile con la costruzione di una fabbrica.

 Per avvalorare la bontà di questa richiesta di variante al PUC si paventa addirittura un ritorno della PIRAL da Quiliano, come se proprio in tempi di crisi economica e occupazionale, fosse facile per le aziende, fare trasloco, da un posto all’altro con i costi che ne conseguono, come se niente fosse.

 Si aggiunge anche che la costruzione della fabbrica lì, in quella zona dove tutto si prevede fuori che la costruzione di volumetrie, tanto meno fabbriche, andrebbe ad avvalorare un percorso culturale, quello legato alla  testimonianza storica dei mulini da colore  di Ellera, che chi vi scrive conosce bene. Insediamenti trascurati, mai tutelati sul territorio, persi quasi tutti per il degrado o per gli interventi di privati mai osteggiati, ma che tornano utili all’occorrenza.

 Si dichiara anche come, in quell’area, persino le strutture dell’attuale  cava adiacente  potrebbero diventare meno obsolete e squallide di come ora sono, e i lavoratori della Fac potrebbero insieme alla fabbrica vedere costruiti servizi come nursery, mense e quant’altro: insomma un posto di lavoro all’europea.

Tutto per giustificare e avvalorare il necessario spostamento della fabbrica da un’area diventata scomoda, in un’area incompatibile con questa destinazione d’uso e soprattutto non contemplata da alcun Piano urbanistico, di cui si chiede Variante .

Basta spostarla da dove si trova.

Si definisce la zona, oggetto della delibera, “ zona degradata, che vedrebbe la rivalutazione di un sistema viario, (non finalizzato ai mezzi pesanti che in una fabbrica del genere dovranno poter accede giornalmente), ma di idilliache piste ciclabili, strade turistiche del vino e dell’olio. “

 Non si comprende quali valutazioni siano state fatte dai Consiglieri Comunali di Albisola Superiore, che hanno approvato il pacchetto pre-confezionato, non si capisce se si sono fatte riflessioni sul libero mercato del territorio albisolese che, da troppo tempo viaggia su obiettivi lontani agli interessi veri della cittadinanza.

Non si comprende se la frontiera tra ragione, etica e deliberato “disinteresse” si siano potuti mascherare, questa volta, dietro ragioni nobili come quelle degli operai.

Fatto sta che con un colpo d’ala, in Consiglio Comunale, con questa delibera si cancella una parte del prezioso territorio albisolese e si apre la porta all’ennesima cementificazione post-industriale, che porterà profitti a pochi, aumentando le problematiche dei tanti.

 Intanto è partita l’osservazione del WWF, a tale delibera, di cui si allega un estratto...LEGGI

 ………..

2) Si osserva che una variante in DTA risulta in palese contrasto in quanto il regime di non insedi abilità ed il regime di protezione e salvaguardia della zona non possono prevedere una così massiccia trasformazione dei luoghi.

3) Quanto previsto in variante (da NO-INS-amb in DT ) (vedi i punti evidenziati con asterisco* ) contrasta palesemente con gli obiettivi e le finalità contenute nel vigente P.U.C. ma non solo anche con la pianificazione di livello sovraordinato ( vedi PTC e PTCP ).

4) Inoltre si è accertato che la zona interessata ricade in aree boscate ed in fase di rinaturalizzazione ai sensi delle normative vigenti (L.R. 04/99, Dlgs 227/01, Dlgs 42/04), vincoli imposti dal D.lgs 42/04 art.142 in particolare le aree boscate, in fase di rinaturalizzazione e così come definite dalla L.R. 04/99 e Dlgs 227/2001.

5) Come si può notare nella documentazione fotografica contenuta nelle presenti osservazioni, l’area non risulta “degradata”, ma bensi rinaturalizzata  ( vedasi l’adiacente presenza di habitat fluviali ricadenti nell’area protetta provinciale!). Inoltre da una verifica delle ortofoto presenti su Google Earth, si osserva che nel periodo successivo all’anno 2004 ( vedi ortofoto datate 2004), la porzione interessata dalla proposta in ZCV2, come viene indicato nell’immagine di ortofoto presente nei file progettuali (come ad esempio quella nell’allegato G – VAS a pagina 27); lo stato dei luoghi non corrisponde alla situazione aggiornata.

Difatti l’immagine contenuta nel file progettuale corrisponderebbe a una ortofoto riconducibile all’anno 2007, dove si nota che l’area era stata oggetto di lavori di eliminazione della vegetazione e realizzazione di una piazzola utilizzata come parcheggio di mezzi a motore. A tal riguardo visto che sono state apportate modifiche urbanistico-edilizie, si chiede una loro verifica delle autorizzazioni rilasciate e dell’attuale destinazione ed utilizzo del suolo. Inoltre, come visionabile sempre da Google Earth, si nota come successiva datata 27/06/2010, l’area risulti in fase di rinaturalizzazione e quindi in progressivo avanzamento allo stato originale. ( vedasi comparazione con le foto scattate in data 16/02/2013).

 Le osservazioni presentate dal WWF  mostrano in modo puntuale e dettagliato come la delibera sia contraddittoria e di difficile attuazione.

Dal punto di vista pelle previsione dei piani sovra ordinati come il PTCP, sotto tutti profili contenuti in esso, che difficilmente potranno essere variati, anche con analisi territoriali non riconducibili alla realtà dei fatti.

Nelle osservazioni si legge anche “ E’ ovvio che anche il tratto interessato già presenta fattori penalizzanti dalla presenza di attività di cava e depositi edilizi. Un ulteriore cementificazione della zona a monte e adiacente all’area fluviale protetta, determinerebbe ulteriori pesanti interferenze sugli habitat e specie vegetali, nonché un danno ambientale. “

 L’aspetto curioso se non raccapricciante e che, in delibera e quindi a conoscenza dei Consiglieri Comunali, per avvalorare la necessità di trasformare gli attuali 55676 mq. di “ suolo  prevalentemente incolto, chiuso tra l’alveo del torrente Sansobbia e la pendice della collina boscata.” Si comunica ufficialmente la presenza limitrofa all’area in oggetto , di un’area a destinazione industriale, dove è attualmente in attività la società Betonbit S.r.L. che opera nel settore della costruzione e manutenzione stradale, anche per conto di diverse Province e Comuni della Liguria, con la produzione di conglomerati bituminosi e cementizi”: quel bitumificio situato vicino alle case d’abitazione che la popolazione contrasta da anni, per le emissioni gravemente dannose alla salute, che però tutti fino ad ora hanno ignorato. (eccetto... Trucioli savonesi)

 E’ chiaro che non ci saranno operazioni immobiliari che , indirettamente , sosterranno posti di lavoro, che non si può delegare a coloro che mirano solo a trarre il loro profitto dalle cosiddette operazioni di trasformazione urbanistiche il salvataggio di imprese, e Savona ne ha già fornito  numerosi esempi.

La rapacità di chi attende risposte al libero mercato del territorio non darà risposte agli operai di una fabbrica che può essere sostenuta, anche senza delocalizzarla.

Ancora una volta, appare difficile, capire che sono i lavoratori ad avere la chiave della soluzione.

 ANTONIA BRIUGLIA 

 

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