Miopia controcorrente Stampa
Scritto da Antonia Briuglia   
MIOPIA CONTROCORRENTE
La nostra Regione, si trova a essere agli antipodi di quella che si può definire una politica energetica lungimirante 

 

Il modello tedesco

proiettato alla chiusura delle centrali atomiche  ci lusinga, noi italiani che già negli anni ’80 avevamo visto giusto e ci eravamo opposti al nucleare, dichiarandoci per la chiusura delle centrali esistenti sul territorio italiano. Il modello tedesco sembra rincorrerci nelle nostre convinzioni, ma contrasta, invece, e non da poco sulla politica delle fonti rinnovabili che in Italia sembra sempre essere relegata alle convinzioni di pochi fanatici.

 Una politica che non ha visto mai un vero supporto dei Governi e delle Istituzioni, che hanno preferito sostenere le multinazionali dell’energia che, a fronte di danni ambientali e di mancanza di lungimiranza in fatto di sviluppo (quello vero!), hanno preferito sfruttare ancora fonti fossili.

In Germania, un progetto partito nel 2001 ha portato un settore manifatturiero, quello legato alle fonti rinnovabili che esporta tecnologia pulita in tutto il mondo, a produrre 400 mila posti di lavoro e porterà la Germania a essere la prima potenza industriale europea, entro il 2050, a produrre il 100% di elettricità da fonti rinnovabili.

Senza atomo, carbone e altre fonti fossili.

Lo faranno con politiche di efficienza energetica e di sviluppo di fonti pulite, grazie all’impiego massiccio di future tecnologie rinnovabili, di reti intelligenti come le smart-grid e di nuovi sistemi d’immagazzinamento di energia come le celle a combustibile. 

L’Italia no,

l’Italia resta ai margini continuando a perseguire  le vecchie politiche sostenute dall’ignoranza, dalla mancanza di ricerca e di politiche innovativa, ma spesso più sicure nei profitti dei soliti gruppi e delle lobby energetiche.

Ogni tanto lo spauracchio di qualche black-out, oppure convincenti menzogne che riducono a mere illusioni le convinzioni di vuole con urgenza un cambio di rotta, servono a convincere il cittadino che è giusto così, che non si può fare altrimenti se si vuole conservare l’attuale costo delle bollette, il nostro livello di vita e di “comodità”.

Niente di più falso. Basta vedere come vivono nel resto d’Europa, ma lo spauracchio in Italia sta funzionando ancora.

In Liguria anche,
 

anzi, forse, la nostra Regione, si trova a essere agli antipodi di quella che si può definire una politica energetica lungimirante.

La nostra centrale a carbone non solo è ancora là come quarant’anni fa, con gli stessi gruppi di quarant’anni fa, quelli che a Vado Ligure e Provincia sono e continuano ad essere, con le loro emissioni inquinanti, la principale causa di una situazione sanitaria allarmante in termini di morti e di malati, ma addirittura si appresta ad ampliarsi, proprio contro quelle direttive che anche in  Italia da più parti sembrano essere condivise.

Osservandolo con un certo distacco sembra un paradosso, ma è proprio così.
 

In Liguria e a Vado Ligure imprenditori, amministratori e sindacati invece di concorrere a rendere più moderno il nostro sistema energetico, attivando politiche di efficienza anche a livello locale, promuovendo le rinnovabili, puntando in una fase di transizione sul gas come unica fonte fossile a uso di centrali a ciclo combinato, abbandonando finalmente ogni progetto di centrale a carbone e dismettendo gli impianti inquinanti che già lo bruciano e che si trovano anche a essere particolarmente vecchi e inefficienti, invece di fare tutto questo e di difendere soprattutto la salute collettiva come dovrebbe essere d’obbligo in un paese civile, democratico e moderno, pensano che la soluzione sia l’ampliamento della centrale stessa e lo chiedono come fosse la soluzione a tutti i problemi. 

A malincuore il Governatore della Liguria Burlando dice di avere dovuto appoggiare la decisione dell’ampliamento, spinto da istanze di maggiore produzione energetica, di maggiori  posti di lavoro  e di “fantomatiche” migliorie tecnologiche.

Mentre nel resto del mondo e in alcune Regioni italiane si fa da tempo, qui nessuno punta l’indice sul patrimonio edilizio  spaventosamente inefficiente sotto il profilo energetico. Così mentre quello esistente continua a contribuire allo spreco, quello di nuova costruzione non prevede interventi di semplificazione alla diffusione di rinnovabili e di procedure bioclimatiche, lasciando tutto come è.

Insomma quella green economy di cui tanto si sente parlare, qui da noi sembra difficile da comprendere.

L’imprenditoria e la classe industriale savonese, sostenuta da una realtà sindacale appiattita e disinformata, continua a non comprendere che questo nuovo progetto energetico produrrebbe, anche sul nostro territorio, nuovi “reali” posti di lavoro in un’industria manifatturiera che potrebbe veramente segnare un primo passo verso un futuro dove si potrebbe fare da battistrada e non da incapaci inseguitori.

 La gente.

Purtroppo nel nostro territorio anche la gente comune diventa spesso strumento di questa mancanza di coraggio.

Qui, dove non solo tutto è straordinariamente fermo, se non muoversi per scelte territoriali dannose e speculative, una grande fetta di cittadini sembra voler vivere nell’assurda convinzione che magari quello che ci viene detto o meglio “non detto”, sia la verità a cui credere.

 Così passa che quella stessa centrale a carbone, con quei gruppi obsoleti e dannosi che, specie nelle ore notturne, tingono i nostri cieli, facendoci respirare sostanze ormai arcinote anche nei loro effetti, e le cui misurazioni sono da sempre auto-prodotte dalla stessa azienda, sia addirittura certificata Iso per la qualità, come   altre 1326 aziende  italiane che producono, in qualche modo, tutte energia elettrica. Così mentre Tirreno Power può ricavarne le proprie agevolazioni, concorre a sostenere un giro d’affari, quello delle certificazioni, che in Italia è stimato in 750 milioni di euro.

Un vero affare che la dice lunga sulla scontata attendibilità delle certificazioni.

Succede anche che mentre una centrale dello stesso tipo viene fatta chiudere a Civitavecchia dallo stesso Sindaco per tutelare la salute dei propri cittadini che in massa hanno sostenuta la battaglia, qui da noi  i Sindaci di Vado e Quiliano, si perdano  dietro inutili tecnicismi e non si sentano supportati da sufficienti elementi per fare chiudere i gruppi incriminati e dichiarati anche dalla azienda, in fase di progetto, superati e da ristrutturare.

Mancanza di coraggio, di presa di coscienza e di decisa richiesta di miglioramento della qualità della vita, della salute, dell’ambiente e del territorio.  

La gente non vuole sapere, vive arresa all’inevitabile, alla mancanza di tutele sulla salute, all’assenza di certezze dal punto di vista economico per il lavoro futuro, alla convinzione che si può far finta di niente lasciando convivere spiagge, turismo, splendide colline, agricoltura e pesca con inquinamento atmosferico, dei fiumi e di tratti di mare, puntualmente garantiti da bandiere blu.

 

Se non si vuole andare all’estero 

per veder come gli altri stanno lavorando sulla qualità della vita dei loro territori e delle loro città, se non si vuole visitare gli eco villaggi della Scozia  o quelli di Vienna, quelli tedeschi o svedesi.

 Se non si vogliono visitare i quartieri di Ecolonia in Olanda, quelli di Tubinga o di Londra o quelli ancora di Vauban a Friburgo e di Norimberga o di Stoccolma, si può visitare qualche Regione italiana che se non ha realizzato progetti così innovativi, sta lavorando con una certa propensione alla qualità e al bello, all’innovazione tecnologica, alla ricerca e alla difesa dell’ambiente e del territorio e, non ultimo, alla salute dei propri cittadini, quello che può definirsi l’inizio del viaggio verso la frontiera della vera green economy che, ad esempio, in Trentino, in Toscana, in Umbria , è anche intrisa di cultura e qualità dell’ambiente, perché lì si è scoperto che con la cultura e l’ambiente si mangia.

Qui da noi, le grandi frontiere sono lontanissime, con imprenditori e amministratori che invece di favorire ricerca, innovazione, riconversione anche tecnologica e investimento sono ancora  alle prese con individualismi, lotte per le poltrone e campanilismi, nella paura di perdere il potere sul territorio.

L’era post-industriale qui da noi non è stata occasione di cambiamento verso nuove prospettive, ma è stata il vuoto lasciato libero per speculazioni edilizie e cementificazioni inutili e dissennate.

Qui da noi l’art. 9 della Costituzione  non ha visto la sua applicazione  nell’incrocio virtuoso  fra paesaggio , patrimonio culturale, conoscenza, tecnologia e industria.

Qui da noi, la sua applicazione, continua a non essere responsabilità di tutti, né delle istituzioni, né della società, né dell’economia, tanto meno della politica.

Forse, qui da noi, questa responsabilità non coincide con l’interesse di tutti, soprattutto di chi continua ad avere una visione miope, antistorica e insopportabilmente controcorrente.

       ANTONIA BRIUGLIA  

 

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