Carte di credito, l'allergia ligure Stampa
Scritto da ALDO LAMPANI da La Repubblica   
 

CARTE DI CREDITO, L’ALLERGIA LIGURE

In Italia il denaro contante ricomincia a riempire i portafogli. In Italia, appunto, unico Paese europeo in recessione, in attesa che la pace sociale (o condono fiscale, come c’è chi la definisce) dispieghi le proprie ali, nella speranza che il governo non decida di tagliare le detrazioni fiscali a chi ha sempre pagato correttamente le proprie spese deducibili, i biglietti di stampa europea ricompaiono alla grande. 


 

Escludendo la moneta elettronica, l’Italia resta il terzultimo Paese europeo per utilizzo delle carte di pagamento (calcolata per numero di transazioni pro capite), seguita solo da Romania e Bulgaria. Ai primi posti, invece, troviamo Danimarca, Svezia e Regno Unito. Si legge su “Wall street italia” che l’indice cash intensity, in Italia è passato dall’11,5% del 2017 all’11,8% nel 2018 – dieci anni prima era al 7,8%. La moneta fisica circolante, insomma accresce il suo peso specifico rispetto al reddito nazionale, anche se si fanno sempre più strada anche i pagamenti elettronici. 

L’estate sta arrivando, ma già la primavera porterà di nuovo il turismo in Liguria. Lo scorso anno la stagione turistica, in regione, era andata benone per il turismo, come dicono i dati statistici. Al punto che alcune località turistiche del Levante avevano chiesto il “numero chiuso” dei visitatori, mentre altre, nel Ponente, erano per l’abrogazione di ulteriori quote di litoraneo alla causa delle spiagge libere. Nei porticcioli turistici si era letto un maggiore movimento, nell’arrivo di imbarcazioni. Niente di eclatante, però dopo un decennio dove il segno meno sulle presenze di natanti l’aveva fatta da padrone, il cambio di passo aveva fatto davvero piacere.

 Certo l’allentamento recepito della crisi, la ripresina (di allora) della fiducia nel domani, la voglia di un po’ di vacanza dopo anni di nulla per troppi avevano dato una bella mano. Qualcuno però ritiene che l’innalzamento del limite dei contanti da 1000 a 3000 euro sia stato un bello stimolo per tutta Italia, Liguria compresa. È un pensiero come un altro, per carità. Ma tant’è. L’uso più ampio del contante, potrebbe essere un volano per rilanciare i consumi? 

 

Da sempre, almeno in Italia, sulla materia si combatte una guerra politica e morale. Resta il fatto che, apparentemente, i soldi, in Italia, piacciono ancora così: fruscianti, colorati ed in tasca. Le notizie di stampa che arrivano dal nord Europa raccontano che in Svezia e Danimarca il giornale, al mattino, lo si compra con la carta di credito. Che la moneta di plastica — ad altre latitudini — ha ormai rimpiazzato la banconota e gli spiccioli. Ma in Italia, ed in Liguria, la si pensa così? Ed è poi vero che nel resto d’Europa sui bigliettoni ci sia una sorta di abiura? Partiamo dal presupposto che in Europa non esiste un limite per l’utilizzo del contante. 

 

Esisterebbe un "limito teorico dell’Unione Europea che lo fisserebbe a 10 mila euro. Ma l’argomento, di fatto, è lasciato nella libera discrezione dei Paesi. Analizzando alcuni dati della Banca d’Italia, ci si stupisce nel leggere che nel 2010, cioè a circa 8 anni dall’ingresso nell’euro, risultavano “in circolazione” vecchie lire per l’incredibile valore di 2.557 miliardi di lire, ossia quasi 1,3 miliardi di euro. Nascosti chissà dove, in quali materassi o scatole da scarpe.  Lire finite poi, per 2500 miliardi, a far poco più che da segnalibro dopo il decreto Monti di fine 2011, che le ha rese non più trasformabili in euro. Un’affezione, quella per il denaro a portata di mano, che nel nostro Paese fa fatica a trasformarsi in amore per l’innovazione (e per la sicurezza).

 

 Della Liguria uno studio — datato — rilasciato da Banca d’Italia dal titolo “Eterogeneità nelle abitudini di pagamento: confronto tra paesi europei e specificità italiane” (autori, Guerino Ardizzi e Eleonora Iachini) si leggeva che l’uso del pagamento “elettronico” era una rarità. Se infatti nel Lazio i pagamenti pro capite con strumenti elettronici era pari a 75, in Lombardia e Trentino Alto Adige si toccavano i 70, in Liguria le transazioni erano solo 41. La regione era undicesima in Italia, ultimissima tra le regioni del nord sopravanzata da Marche ed a pari con l’Umbria. 

 

Lo studio, basato su criteri scientifici, aggiungeva inoltre che: ”le differenze territoriali sono evidenti anche guardando all’indicatore di utilizzo del contante, pari al rapporto tra il valore dei prelievi da Atm (cioè il bancomat) e quello delle operazioni complessivamente addebitate sul conto per transazioni con carta. L’indicatore è pari a circa il 65 per cento nel Mezzogiorno e al 51 per cento nel Centro- Nord. Ancora oggi, quindi, a differenza della maggior parte dei paesi dell’Eurosistema, dove in media il cash card ratio (cioè prelievo per spendere poi in contanti) è pari al 35 per cento, in Italia la carta di debito (cioè la carta bancomat) è utilizzata in prevalenza per effettuare prelievi di contante da Atm (oltre il 56 per cento del totale operazioni a livello nazionale)”. Quindi il nostro è un Paese che ama vivere con i soldi in bocca. Questione di abitudine? Questione di “furbizia” perché il cash non lascia traccia e si può utilizzare per ottenere magari qual- che bello sconto? Altro?

 

Anche altro. Recenti fonti di stampa dicono che nel Belpaese ci sono milioni di persone che vivono senza conto corrente. Pagano le bollette in posta, fanno la spesa con il portamonete in mano, pagano addirittura le tasse con le banconote.

Una constatazione: negli ultimi anni, a limitare nettamente l’uso del contante ha contribuito parecchio l’acquisto on line.

 

ALDO LAMPANI  da La Repubblica

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