Fra il Monsone e l’Armatan. Viaggio... Stampa
Scritto da PAOLO BIANCO   
Fra il Monsone e l’Armatan
Viaggio a tu per tu con le cause dell’attuale ‘Esodo Africano’

 Era arrivato un sabato di luglio al porto di Abidjan ed anche per questo, qualche tempo dopo, lo ribattezzarono Kouamé Boroni Hemirgon, che nella lingua Koulango significa ‘L’uomo bianco venuto di sabato’ (Kouamé Boroni) e: ‘Colui che confida nell’energia superiore che porta dentro di se’: Mia definizione della parola Hemirgon, maturata dopo un superficiale studio di significati tratti dalla storia dei popoli Ashanti ed Abron, che si esprimono nel Koulango. Per i cristiano-europei Hemirgon significa invece semplicemente Dio. D’ora in avanti lo chiamerò Boroni.  Era partito qualche settimana prima dal porto di Genova con un traballante Cargo ed una valigia piena di progetti. Ha deciso di ‘missionare’ l’Africa e far del bene ai negretti, dicevano i Giusti. Più che altro fuggiva dall’ipocrisia provinciale che gli andava stretta e dagli intrallazzi della Curia albenganese, sapevamo noi pochi. Missione nel Nord-Est del paese, ai confini con il Ghana. La terra Koulango, per l’appunto. Capì subito che i problemi di questo popolo non si esaurivano nella domanda a chi e in quale modo inoltrare eventuali preghiere, ma come sbarcare il lunario e poter coesistere in modo pacifico e costruttivo con i vicini di villaggio, di tribù, di regione e come riuscire inoltre a capire gli intrusi, cioè gli stranieri, inclusi i missionari, per intendersi.

La comprensione reciproca, la chiave per uno sviluppo materiale e spirituale, che doveva coinvolgere tutti.

E la base per partire era proprio dalla lingua. Lingua che per gli ‘intrusi’ era ovviamente, in questo caso, quella Francese, che i Koulango capivano e parlavano, che potevano usare per dare e ricevere informazioni ma che non aveva la forza per esprimere gli stati d’animo, i timori, le gioie. Così come per gli intrusi, per molti dei quali il Francese era anche una lingua straniera. La cosa più problematica però era il fatto che il Koulango, come lingua parlata, perdeva rapidamente e costantemente forza, impoverendosi di espressioni e sentimenti vitali, che così non potevano essere trasmessi ai pochi intrusi che si sforzavano di impararla. Boroni capì l’importanza di una lingua viva e palpabile, cioè leggibile per sancire accordi e descrivere i progressi, ma anche gli errori compiuti. La base per uno sviluppo positivo della cooperazione fra nativi ed intrusi.


Boroni

Cominciò ad impegnare tutto il tempo a sua disposizione a riempire pagine e pagine di appunti durante interminabili conversazioni con i diversi rappresentati della comunità Koulango, soprattutto con gli anziani dei villaggi, ma anche e volentieri con i contadini che gli raccontavano i cicli della coltivazione dell’Igname e con i pastori delle mandrie della ‘Brousse’ che gli insegnavano a trovare l’acqua, là dove lui non l’avrebbe mai cercata. La lingua Koulango ‘cresceva’ nella sua testa, ma doveva essere selezionata, aggiornata e valorizzata. Fu così che si fece immatricolare all’Università di Abidjan, con il plauso di molti ‘studiati’-Ivoriesi e stranieri- ed il consenso ‘ricattato’ dei superiori. Dopo circa due anni passati quasi esclusivamente all’Università di Abidjan, presentò la sua tesi che consacrava la lingua Koulango come una delle lingue ufficiali della Costa d’Avorio. La lingua, come mezzo importante per comunicare e quindi capire il vero senso delle problematiche del popolo di cui si occupava.

Le carenze da parte degli intrusi nel ‘capire’ i nativi è stata da sempre la causa dei malintesi che hanno impedito uno sviluppo positivo della convivenza, anche per gli intrusi ben intenzionati.

Dopo circa cinque anni dalla sua partenza per l’Africa, mia moglie ed io decidemmo di andare a visitarlo. Gli chiesi che cosa dovevamo portare. “Per me una zappa a ‘becchi’ perché devo fare dei pozzi. Per voi consiglio un po’ di coraggio e spirito di avventura e adattamento” ripose lui. Anche se avevamo già avuto qualche esperienza con paesi esotici, l’impatto con l’aeroporto di Abidjan fu a dir poco traumatico. Ci ritrovammo immersi in un mare di Africa con qualche comparsa straniera, in un intreccio assordante di lingue incomprensibili, anche quando dovevano essere Francese. Il tutto immerso in un calore umido ed opprimente…eh sì, il Monsone della Guinea Equatoriale. “C’est lui la, oui lui la”. Riconobbi la sua voce e lo vidi gesticolare con un poliziotto facendo segno nella nostra direzione. In un battibaleno fummo trascinati attraverso i vari controlli, dove nessuno si interessava per la zappa a becchi o per tutte le altre cose ‘sospette’ che avevamo in valigia.

Un altro suo grande segreto per convivere armoniosamente con l’Africa, e non solo, era la sua innata attitudine di trattare tutti alla pari. Riuscendo però ad imporre automaticamente la sua autorità.

Non penso che, anche se lo avesse voluto, avrebbe potuto comportarsi in modo arrogante verso qualcuno, solo perché questi era di un’altra nazionalità, razza o colore. Qualità che purtroppo non era comune a troppi intrusi. Rimanemmo due giorni nella capitale, quanto bastava per toccare brevemente ‘con mano’ le disuguaglianze e le ingiustizie di questa società modellata dalle mani degli intrusi, dove pochi importanti nativi venivano tollerati ai vertici per poter essere strumentalizzati. Una sera, per darci il benvenuto, qualcuno organizzò una festa nel giardino di una villa sovrastante la città. Un gruppo variopinto di importanti e di avventurieri, ‘studiati’ ed ignoranti, ricchi ed altri che cercavano di diventarlo: Il Direttore dell’Agenzia ANSA che sovvenzionava progetti di Boroni in cambio di nozioni sui popoli africani per il suo libro. L’avventuriero senza arte né parte con la moglie aspirante pittrice. Il Vice-Ambasciatore del Belgio e sua moglie. Lei un esempio di generosità senza limiti, che però, a detta di Boroni, aveva un grande difetto: “Non sa cucinare…” diceva lui con un’espressione rassegnata. Ci tirò in disparte sull’orlo del giardino, da dove si sovrastava tutta la città illuminata. “Vedete giù a destra è il quartiere di Treichville dove ogni giorno nascono 30 bambini ed altrettanti ne muoiono di ‘povertà’ e qualche sguardo più a sinistra il centro moderno con i grattacieli, le cattedrali del potere e della criminalità. Come vedete c’è di tutto a disposizione per agire, per cercare di cambiare: Disperazione, speranza ed opportunità. Basta decidere di far qualcosa, ma soprattutto di FARE. Ma anche cosa fare”. Sì, fare. Questa una sua massima di vita, come anche: ‘pensare più alla semina che al raccolto’. Massima che si accompagnava alla sua ‘richiesta’ che la condivisione dei beni e delle risorse di questo ‘unico’ mondo, fosse compresa come processo di evoluzione basato sul rispetto reciproco e non come un’elemosina elargita a discrezione del donatore.


Dogon

A tutt’oggi le aziende che operano sul territorio per lo sfruttamento delle risorse, la loro lavorazione e commercializzazione, appartengono a gruppi stranieri, per lo più Francesi e Belgi. La partecipazione di forze locali è minima e sotto controllo degli stranieri che garantiscono in cambio la stabilità politica e sociale. L’unico vantaggio per la popolazione è la possibilità di lavoro dipendente, praticamente senza protezione di nessun tipo. Questo modulo di sfruttamento ed incomprensione tiene volutamente lontane le due parti, evitando così una possibile inclusione”.

Durante il nostro viaggio di circa tre settimane, abbiamo avuto l’occasione di toccare con mano le realtà più diverse di questa convivenza basata su due realtà diametralmente opposte: sfruttamento di tipo prettamente coloniale per raggiungere il massimo profitto da una parte e la disperata incapacità di controbattere, che porta alla rassegnazione, dall’altra. All’inizio del nostro viaggio, in direzione Nord, Boroni volle assolutamente fare una brevissima tappa a Yamossoukro, la capitale amministrativa. Un colosso fuori dal mondo, anche geograficamente, come buttato lì sopra una palude, per ferma volontà del Presidente, perché nativo di questi posti, e sponsorizzato dal capitale straniero, vero padrone dell’economia, per accattivarsene la benevolenza ed influenzarne le decisioni. Un’economia basata principalmente sull’agricoltura, con grande produzione di caffe, cacao e banane. Prodotti quindi destinati in gran parte all’esportazione. Su questi prodotti si sono basati da sempre i maggiori investimenti (controllati dalle aziende straniere), penalizzando prodotti come l’igname, base fondamentale per il nutrimento della popolazione. Anche geograficamente le ‘attenzioni’ delle aziende si sono concentrate sulle zone subequatoriali con un clima favorevole a queste culture, trascurando la savana, più arida ma non meno importante come fonte di nutrimento per la popolazione: Pastorizia, frumento ed ortaggi, facilmente coltivabili, se supportati da un sistema di irrigazione.

“L’acqua è a pochi metri nel sottosuolo, basta volerla trovare ed usare, il che non porterebbe solo vantaggi per l’agricoltura e la pastorizia a livello locale, ma costituirebbe un favoloso mezzo per combattere l’avanzamento da nord della desertificazione. Più acqua ed irrigazione favoriscono automaticamente il mantenimento della vegetazione con il relativo equilibrio climatico. Ma i foresti sembrano non volerlo capire. Neanche i miei colleghi. La Brousse (Savana) ha pochi abitanti. Non proprio un target per poter infoltire l’esercito degli evangelizzati. La miopia e l’avidità dei potenti: Bianchi e Neri, Cristiani e Mussulmani è il vero freno allo sviluppo di questo continente, che potrebbe diventare il GRANAIO del MONDO”

Per passare dalla Costa d’Avorio all’Alto Volta (oggi Burkina Faso) Boroni scelse un valico poco frequentato per evitare interminabili attese. In effetti, solo avvicinandosi, lungo una pista fiancheggiata da alta vegetazione, si scopriva una casetta con un palo davanti, da cui pendeva ‘annoiata’ una bandiera dell’Alto Volta. Altrettanto annoiato un poliziotto in ‘alta uniforme’ seduto dietro uno sportello. Alla vista di tre bianchi, di cui uno decisamente donna, bionda e giovane, il poliziotto quasi scattò in piedi, per poi ricomporsi e richiedere i nostri passaporti. Mentre lui annotava gli estremi del nostro passaggio di frontiera sui passaporti, un altro uomo, giovane e non in divisa uscì dalla penombra della casetta e ci chiese a bruciapelo in Francese chi fosse il marito della donna. “Sono io, perché?” risposi piuttosto irritato. Senza mezzi termini mi disse che voleva mia moglie in cambio di 30 capi di bestiame. Credendo ad uno scherzo, stavo rispondendo che mi dispiaceva, ma avevo prenotato solo due posti in aereo, per il ritorno, quando Boroni mi spinse da parte e cominciò a parlare con l’uomo in Koulango. Si notava che l’uomo era molto agitato e quasi offeso e ci volle tutta la capacità diplomatica di Boroni per calmarlo e poter così proseguire il viaggio. Ci spiegò poi che il giovane era il figlio del capo villaggio e la sua non era una proposta scherzosa, ma molto di più una richiesta senza possibilità di rifiuto.


Yamossoukro

“Lo sbaglio più grande e fatale che fanno gli intrusi nei rapporti con i nativi è non rispettare le loro regole di vita. Questa mancanza di rispetto rende difficile, a volte impossibile, una comunicazione su basi positive e costruttive, per poter raggiungere accordi importanti sulla cooperazione economica e sociale. I nativi hanno purtroppo imparato ad essere scettici sulle intenzioni degli intrusi, per le ripetute brutte esperienze vissute in passato. Devono semplicemente essere considerati alla pari. Quando si sentono rispettati sono pronti a trattare, e se necessario, anche a riconoscere altre autorità”.

Il tratto che porta dall’Alto Volta al Mali e poi la parte sud dello stesso, fino a Mopti sulle sponde del Niger, fa parte del Sahel, quella fascia di Africa cha va dal Senegal all’Etiopia, a cuscinetto fra il deserto e la Zona fertile subequatoriale. Africa e riscaldamento globale, emblema delle disuguaglianze della nostra epoca: Sono i paesi ricchi a produrre gran parte dei gas serra, mentre è l’Africa - soprattutto quella sub-sahariana, e il poverissimo Sahel a subirne le conseguenze più gravi.

Già ai tempi del nostro viaggio il paesaggio, ancora verde e piacevole al confine tra i due paesi, si impoveriva -di colori e di vita- man mano che si avanzava verso nord. Niente più campi coltivati a grano o mais, e neanche mandrie di bovini al pascolo, ma cartelli di improvvisati ristoranti all’aperto che offrivano il loro menu: Igname o riso con ‘Viande de Brousse’, ossia ragù di carne della Savana; Grandi topi di campagna che venivano offerti anche lungo la strada appena catturati e macellati. Da portare a casa, pronti per la cottura. Oramai questa zona è diventata incoltivabile, ed è sparita anche la Viande de Brousse. Un intervento tempestivo, con un programma di irrigazione e fertilizzazione, usando l’acqua, che allora era a pochi metri nel sottosuolo avrebbe salvato questa regione. Così come i Paesi Dogon, la meta più a nord del nostro viaggio, che sì hanno una struttura territoriale più rocciosa, ma anche numerose vene d’acqua provenienti dal Niger, che scorre poche decine di chilometri più a Nord. Qui ai piedi delle altissime pareti di roccia a cui si aggrappavano i villaggi, la popolazione coltivava piccoli appezzamenti di terreno a ortaggi, soprattutto cipolle.

Per dare acqua camminavano lungo la fila di piante con un secchio d’acqua in mano, in cui inzuppavano uno straccio, che veniva poi strizzato accanto alle piantine. L’acqua veniva attinta da piccoli laghetti, che solo 6 anni dopo il nostro viaggio si sarebbero inesorabilmente prosciugati. Durante il viaggio di ritorno verso l’Alto Volta’, dopo una seconda tappa a Mopti, Boroni diventa sempre più pensieroso, quasi preoccupato, lui di solito sempre ottimista.

“L’amicizia con l’Unione Sovietica non ha portato svantaggi al Mali, ma questa amicizia è basata quasi esclusivamente su un rapporto di ’gestione’ come per esempio la realizzazione di un buon sistema sanitario, ma niente di strutturale per lo sviluppo di una nuova economia, che non sia il commercio nomade e fluviale oppure lo sfruttamento dei giacimenti minerari di Agacher, tra l’altro in disputa con l’Alto Volta”

La tappa per il pernottamento era fissata Bobo Dioulasso, nell’Ovest del paese. Per la prima volta durante tutto il viaggio Boroni aveva scelto di stare in un albergo, invece delle solite Missioni o al massimo ‘Campements’. Boroni aveva un appuntamento per la sera con un certo Arsen. Di più non sapevamo e sembrava proprio che Boroni ne volesse fare un mistero. Comunque, per la prima volta, scaricò un borsone verde che era tutto il viaggio nel fondo della fedele R4. Seduti nel Bar dell’albergo, a sorseggiare una birra fredda, aspettando Arsen, io mi ritrovai immerso in un mondo di celluloide visto e rivisto, insomma un po’ come sospeso fra ‘Casablanca’ e ‘Der Legionär’ con personaggi inverosimili che andavano e venivano. Molti in divise militari, con tanto di pistola alla cintola e magari anche un mitragliatore appeso alla spalla. Gran parte Europei, soprattutto Belgi. Gli altri uomini in borghese, sia bianchi che neri, avevano quasi tutti l’aspetto di ‘sabotatori del futuro’ con occhi e pensieri puntati sulle prede, certamente di natura materiale: Affari di ogni tipo, contrabbando di ogni genere di materiali, compravendite di permessi e licenze di sfruttamento di beni comuni. Quelle poche carnali (prede) sedevano annoiate al bancone del bar. Era ancora presto per i giochi dei gesti e delle occhiate, così paradossalmente ridicoli. Quasi non ci accorgemmo che Arsen era arrivato e stava in piedi vicino a noi fissando Boroni. Era piccolo, magro con una barbetta incolta e due occhi da faina, e visibilmente nervoso. Si salutarono e Boroni ce lo presentò quasi di passaggio, dicendo poi “Dobbiamo parlare un momento” prima di andarsene con lui. Mia moglie ed io rimanemmo a finire la nostra birra e a speculare su Arsen e la situazione.

“Dovevo dargli il borsone. Si scusa di non aver tempo per fermarsi con noi, ma deve tornare a Tendo prima che sia notte fonda. Nel borsone ci sono medicinali. Arsen, che è Armeno, è arrivato qui come parte di un gruppo di ‘operatori di sviluppo’ sovietici ed è rimasto ufficialmente attivo come operatore sanitario fino a quando i militari hanno preso il potere. Potere che viene esercitato anche usando diversi gruppi di Legionari stranieri. Francesi e Belgi, che non vanno molto per la sottile e sono così bastardi da bloccare i medicinali destinati agli ambulatori del territorio, per poi farseli pagare dagli stessi. Arsen non sta al gioco e ha fondato una piccola rete di sanitari indipendenti che aiutano le popolazioni in zone piuttosto ‘perse’ e senza strutture di assistenza. I medicinali se li procurano con ogni mezzo. Quelli del borsone sono donazioni di benefattori europei che li mandano tramite la Costa d’Avorio per essere sicuri che arrivino a destinazione. Come lo ho conosciuto? Ha bussato un giorno alla porta della missione. Mi ha raccontato la sua storia ed io ci ho creduto”.

Il ritorno in Costa d’Avorio, nella zona climaticamente temperata di Bondoukou, dove si trova la Missione, ci diede la possibilità di riordinare i pensieri e rilassare il fisico. Non più perennemente in balia dell’Armatan che ci entrava fin sotto la pelle e la faceva da padrone sui nostri umori. Il mercato della cittadina offriva una varietà di frutta e verdura esotica, sintomo di un certo ‘benessere’ condiviso e di una realtà sociale abbastanza equilibrata anche a livello di religioni, dove l’Islam comunque la faceva da padrone. Due giorni per setacciare le impressioni immagazzinate durante il viaggio. Prima del tocco finale di Abidjan, con le pugnalate emotive di Treichville e la schiuma bianca dell’Atlantico sulle spiagge deserte di Mohamé, ad arricchire l’album di punti interrogativi mai più riordinato. Perché solo il suo caos può mantenere viva la discussione. Rivedremo Boroni tre anni dopo in Ticino, durante la sua triennale ‘vacanza’ in Europa, ad un incontro con alcuni suoi ‘sponsor’ della zona. È lì che conierà quella frase che ancora adesso contiene una verità semplice ed assoluta:

“Voi dovete cooperare con questi popoli. Aiutarli nello sfruttamento delle loro risorse e condividerle con loro. Così, trattati alla pari, saranno vostri alleati, pronti a cooperare. Altrimenti un giorno verranno a cercarvi. Sempre più numerosi e pretenderanno la loro fetta di vita”.

Paolo Bianco

 

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