Il grande imbroglio del ventesimo secolo... Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Il grande imbroglio del ventesimo secolo: la destra e la sinistra
Com’è stato deviato e snaturato il conflitto

 Da tanta parti, di fronte al crollo elettorale e alla manifesta asfissia politica e ideale dei partiti etichettati come di sinistra, si va predicando il superamento degli steccati ereditati dal passato e si auspica una sorta di pacificazione ideologica che pare la riedizione riveduta del vecchio interclassismo. 

Sarò esplicito: se è vero, com’è vero, che la divisione fra destra e sinistra è ora come è stata per tutto il secolo scorso un artificio utile per imbrigliare la volontà popolare, è anche vero che la pretesa di eliminare contrapposizioni e conflitti è un imbroglio perpetrato col medesimo fine da quelli stessi che quella divisione avevano creato e sostenuto.


Il problema, infatti, non è il conflitto in sé o la contrapposizione in quanto tale. Il problema è che finora ci hanno impedito di riconoscere i compagni e gli avversari. Perché credere che la società civile sia una grande e concorde famiglia nella quale interessi e aspirazioni si compongono spontaneamente è una suprema sciocchezza. Una sciocchezza teorica ma una furbata pratica perché torna utile per giustificare il mantenimento dello statu quo; come dire: i giochi sono fatti una volta per tutte, chi ha dato ha dato e chi ha preso si tiene quello che si è preso. 

Riconoscere i compagni e gli avversari significa acquisire consapevolezza dei propri interessi e dei propri diritti e sapersi organizzare con quanti li condividono. È veramente aberrante che in Italia per tanti anni operai, impiegati, insegnanti, artigiani e piccoli commercianti si siano identificati nello stesso partito di grands commis di Stato, di banchieri, di bancarottieri, di industriali che invece di produrre ricchezza la succhiano al Paese. E questo vale non solo sul piano concreto degli interessi materiali: quelli di un operaio di non perdere il lavoro o di guadagnare di più o di un bottegaio di non essere stritolato dalla grande distribuzione collidono con quelli dell’industriale grande o piccolo che delocalizza la produzione o quelli delle cooperative legate al Pd che per sopravvivere devono continuare a espandersi e fare terra bruciata; vale anche per gli atteggiamenti, il modo di intendere la quotidianità, il quadro assiologico di riferimento.


Le contraddizioni nelle categorie destra-sinistra

Com’è stato possibile mettere insieme la serietà, il senso della famiglia e il pudore dell’operaio con la licenziosità, la disinvoltura e l’esibizionismo della jet society; l’omofobia di un vecchio contadino con le lobby gay; il razzismo  e la xenofobia purtroppo mai sopiti nel nostro Paese con l’ecumenismo e la religione dell’accoglienza sarà un rompicapo per gli storici del futuro. Eppure è successo. Il Pd organizza l’invasione mentre il suo elettore è terrorizzato dall’uomo nero, genitori e insegnanti schierati a sinistra  vogliono le scuole aperte e multicolori ma le scansano come la peste, il compagno vuole il parcheggio sottocasa ma non vuole macchine nel centro storico; la sinistra è quella dei centri sociali e delle parrocchie, della trasgressione e della bigotteria, di misoneisti e fantascienziati; non c’è un filo che unisca e dia un senso  a quello che dovrebbe essere il popolo della sinistra. Perché, semplicemente, un popolo della sinistra non esiste, è solo« un idolo o una falsa nozione fissata nell’intelletto umano» (Francis Bacon, Novum Organum).


Una realtà fittizia, rispetto alla quale, simmetricamente, o, piuttosto, fichtianamente, come nemico da battere e ostacolo da superare, si pone la destra, della quale per altro esistono due versioni, corrispondenti a due punti di vista complementari. La prima versione è quella che scaturisce dalla sinistra che conosce se stessa in rapporto al suo contrario: il bene contro il male, la solidarietà contro l’egoismo, l’apertura contro la chiusura e così via. È la destra connotata negativamente: reazionaria, come si diceva una volta. L’altra versione è quella auto percepita, negativamente come rifiuto dell’abbraccio della sinistra e del paradigma del collettivo in nome della irriducibilità dell’individuo, positivamente  intorno alla difesa di valori condivisi come la patria, la tradizione, la dignità della persona. E in entrambi i casi si ritrovano, volenti o nolenti, unificati all’interno di un’unica categoria interessi materiali divergenti o addirittura opposti e atteggiamenti in aperto contrasto fra di loro. Il patriottismo, per esempio, come ieri era quello monarchico e sabaudo ma era anche quello fascista e repubblicano, può oggi essere un retaggio sentimentale, un topos letterario o coscienza identitaria, è insieme autoritario e anarcoide e si ritrova nello studioso del risorgimento come nel borgataro romano, nell’adunata degli alpini e nelle conventicole di Forza nuova. E la destra, comunque e dovunque venga identificata, non è né progressista né conservatrice, né borghese né proletaria, né acculturata né incolta. Quando a sinistra si accusa la destra di razzismo è facile obiettare che il più ottuso e sordido razzismo alligna proprio fra gli elettori di sinistra mentre fra quelli di destra prevale una naturale indifferenza verso la nazionalità e il colore della pelle, senza le forzature e l’enfasi sospetta dei salotti, e chi ha buona memoria o è bene informato sa quanto gli ascari siano stati fedeli alla bandiera e ricorda le note di faccetta nera. E chi è rimasto allo stereotipo della destra “clericale” veda un po’ se i frequentatori più assidui delle funzioni religiose sono più vicini al Pd che alla Lega o a Casapound. Lo stesso indifferentismo religioso, radicato fra gli elettori e i militanti della destra, li rende più distaccati nei confronti dell’islam e più disponibili a riconoscere gli aspetti positivi della storia e della cultura islamica. Il bel romanzo di Buttafuoco, Le uova del drago, ne è un esempio.


Una nuova organizzazione del conflitto

Se si bada alla forza dei fattori di aggregazione, esistono dei comuni denominatori di classe e sovrastrutturali potenzialmente in grado di organizzare il conflitto fra due o più gruppi contrapposti. Il punto è che non coincidono per niente con le attuali formazioni politiche, con le cosiddette ideologie o con le categorie sinistra-destra. Semplificando al massimo: scontenti che pretendono un cambiamento e benestanti che si sforzano di impedirlo, redditi fissi contro lavoratori autonomi, dipendenti pubblici contro dipendenti privati, impiegati contro dirigenti, credenti contro agnostici e liberi pensatori, conservatori contro innovatori. Alcuni di questi fattori di aggregazione conducono ad una polverizzazione sociale  e vanno relegati fra gli atteggiamenti individuali. Altri invece hanno in sé un potenziale rivoluzionario che i partiti storici si sono adoperati e si adoperano per neutralizzare. 


Trovo estremamente significative le reazioni spesso isteriche all’interno del cosiddetto centrodestra nei confronti della grande alleanza lega -movimento Cinquestelle.  Avrebbe potuto e dovuto essere l’alleanza fra coalizione di centrodestra e movimento Cinquestelle. Non lo è stato e il motivo va cercato proprio in quelle reazioni isteriche. Il voto del 4 marzo si è infatti svincolato dalla gabbia sinistra-destra: il 70% degli elettori ha votato contro il sistema, che non è solo la sinistra e il Pd ma è soprattutto il luogo in cui ha senso la contrapposizione fra destra, centro e sinistra, il luogo della compattazione degli interessi di pochi contro i diritti e i bisogni di molti. Quel voto ha spazzato via col sistema le categorie politiche interne al sistema. E mentre nel Pd allo sbando si dice tutto e il suo contrario, è proprio nell’area di centrodestra che si nega l’evidenza di un voto omogeneo equamente distribuito fra le due forze che erano in grado di intercettarlo, ci  si sforza di scoprire una differenza di interessi e di atteggiamenti all’interno di quel voto e si finisce per appropriarsi indebitamente di una quota di elettorato ritenuta propria lasciando una Lega minoritaria a collaborare e confrontarsi col movimento Cinquestelle in condizioni di inferiorità. Tutto per negare l’evidenza che i giochi sono cambiati: che non esistono una parte moderata che si riconosce in Forza Italia e una destra nostalgica di Fratelli d’Italia; tutto per mantenere in vita una destra, o centrodestra, che legittima la sinistra proprio ora che la maschera della sinistra è caduta e il grande imbroglio è stato scoperto. Non c’è più sinistra e non c’è più destra, quella destra: c’è il sistema e ci sono quelli che lo vogliono abbattere, che hanno votato per abbatterlo, c’è l’Europa franco-tedesca e ci sono quelli che ne pretendono una diversa che sia soprattutto italiana, ci sono i poteri sovranazionali e la finanza globale e ci sono quelli che intendono difendere il lavoro e l’economia nazionale, ci sono i responsabili dell’invasione e ci sono quelli che la combattono. Le rendite di potere connesse con la vecchia politica sono in pericolo. E se da una parte Martina minaccia, Romano promette un’opposizione dura «dentro e fuori dal parlamento» (e qualcuno dovrebbe metterlo alle strette e fargli sputare fuori che cosa intende), la Mussolini perde la trebisonda, i vassalli e le vassalle del Cavaliere si apprestano a chinarsi per aiutarlo a rimettersi in sella e sui fogli berlusconiani si dimentica che Salvini non è lui il nemico. Per pudore non dico niente di Sgarbi, quello che si firma «Vittorio, come un figlio» in calce alla lettera in cui invita Berlusconi a sabotare Salvini e inveisce contro la c... della maggioranza che si appresta a guidare il Paese.


Però ci sono anche le parole di Fassina, che invita a rispettare sempre e comunque la volontà popolare, e soprattutto di Rizzo, che dichiara apertamente che le olgettine e lo spread furono le armi con cui il medesimo establishment che ora cerca di sbarrare la strada a Salvini affondò Berlusconi,  parole incompatibili con gli schemi mentali della sinistra italiana; e sono proprio queste parole e questa incompatibilità che indicano la strada. Non sono in gioco solo il Pd e le sue effimere gemmazioni. L’uno e le altre potrebbero essere deformazioni contingenti di una pianta comunque solida e vitale che solo in Italia è degenerata, ma non è così. È proprio l’impianto storico e culturale della sinistra (dellaizquierdacome della gauche) che è ormai del tutto fradicio e non produce più frutti. È la fine dell’ideologia senza idee, della ubriacatura di massa, del sonno della ragione. E se ascoltando le parole di due che si considerano comunisti pensi che il loro luogo naturale sia la Lega o il movimento Cinquestelle vuol dire che un sentiero è stato tracciato. 

Prendiamo il caso dei no-Tav e, mi spingo a dire, degli stessi antagonisti. Se immaginiamo di depurarli dalle infiltrazioni della sinistra istituzionale, se li liberiamo dal controllo del Pd ed eliminiamo dal loro interno figli di papà, psicopatici e sociopatici, siamo sicuri che il loro modo di sentire, la molla delle loro azioni e le loro aspirazioni siano diverse da quelle dei militanti di CasaPound? Lungi da me la voglia di cadere nella banalità degli estremi che si toccano. A parte il fatto che l’alternativa al cosiddetto estremismo è il moderatume, l’ambiguità, il dominio dei sepolcri imbiancati, concettualmente e metaforicamente non si tratta di due estremi che si allontanano fino a incontrarsi lungo la retta in una superficie sferica ma del convergere verso il medesimo centro, quello nel quale si prende coscienza di ciò che si è e si vuole, per esempio la tutela dell’ambiente, ci si riconosce nell’altro, si trasforma in progetto politico la condivisione della stessa condizione esistenziale, della stessa insofferenza,  dello stesso bisogno di credere in qualcosa. Quindi non è l’esasperazione di un settarismo partigiano ma, al contrario, la riflessione che aiuterà quei ragazzi a lacerare il velo di Maia e a vedere quali sono i compagni nella strada che devono percorrere.

L’astuzia della ragione ha dato a Salvini e a Di Maio il compito di imboccarla quella strada. Non devia né a destra né a sinistra ma è la strada della derecha, la strada dritta che porta allo scontro con chi pretende di assoggettare le masse al potere oscuro della finanza globale e alle lobby che ne sono espressione. Lo scontro con tutto il sistema che controlla il mondo dello spettacolo, i mass media e la cultura di massa, la grande industria, i potentati locali e i partiti. Lo scontro con chi cerca di sciogliere l’individuo nell’acido del consumo e gli Stati in quello della globalizzazione.


E come nei paraggi della sinistra, anche e soprattutto della sinistra radicale, chi è in buona fede e disinteressato finisce per scoprirsi più affine a quelli che gli sono stati imposti come avversari, così il benestante, il piccolo industriale che con la sua condotta imprenditoriale invera la lettura letterale di Marx e la teoria del plusvalore, il professionista evasore o il dirigente super pagato che si ritenevano naturaliter di destra si accorgono che la maggior parte dei loro omologhi costituiscono lo zoccolo duro del Pd e della sinistra, e una volta che ne abbiano preso piena coscienza ne trarranno le conseguenze. Del resto all’apice di Forza Italia e del Pd ci sono le stesse facce, gli stessi personaggi, con le stesse frequentazioni gli stessi stili di vita e spesso stretti legami di parentela. Per difendere la loro posizione, le loro rendite di potere, dovranno compattarsi, smettere di fingere di farsi la guerra e coalizzarsi contro il comune avversario: il popolo sovrano.

E quando questo accadrà non avrà più senso la distinzione fra Lega e Cinquestelle, destinati a liquefarsi in una Lega Nazionale. Ma non avrà nemmeno più senso l’estremismo rosso mentre le formazioni di estrema destra, liquidato a sinistra l’antifascismo privo delle sue truppe cammellate, per contraccolpo dovranno rinunciare a guardare indietro e a cercare nel passato la loro identità. Quel che ne resterà sarà il laboratorio per dare a quella Lega Nazionale una strategia “pedagogica” e un personale politico di nuovo modello. 

Rispondo ad una obiezione che mi si potrebbe muovere: tutto questo non ha niente di nuovo, è un ritorno alla pretesa fascista e mussoliniana di superare i partiti e la democrazia parlamentare. È esattamente il contrario: il Duce pretendeva di eliminare il conflitto, di mettere d’accordo industriali e proletari, di realizzare l’apologo di Menenio Agrippa. Ma nello Stato il conflitto non si compone: è solo tenuto a bada. Oggi il problema è quello di riorganizzare il conflitto, non di eluderlo. Servirsi, come fa Diego Fusaro, di una rilettura di Marx porta fuori strada: i filosofi razionalizzano il presente e interpretano il passato. Per organizzare il futuro non ci sono categorie già belle e pronte, ci vuole il coraggio di entrare in un territorio inesplorato e la capacità di trovare nel presente gli indicatori per progettare il futuro. Ma senza un leader la vedo dura.

      Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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