La strada è aperta: ma saranno in grado ... Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
La strada è aperta:
ma saranno in grado di percorrerla?

Dovrei essere soddisfatto per il tonfo del Pd e per la dura lezione che gli elettori hanno dato alle ambizioni dell’orribile duo Grasso-Boldrini e in effetti sono convinto che la scomparsa della sinistra sia il prerequisito per rimettere in carreggiata il Paese. Ma non mi sento tranquillo. Non per le sciocchezze che si leggono sui giornali e si sentono alla televisione: gli opinionisti nostrani non solo non ne azzeccano una ma sono in cattiva fede, non dicono quello che pensano ma quello che pensano possa tornare utile ai loro committenti. Sono rimasti spiazzati dalla fulminea soluzione del falso problema delle presidenze di Camera e Senato, ora vanno predicando che i tempi per la formazione dell’esecutivo saranno lunghi, lunghissimi, che la legislatura durerà pochi mesi, che il Pd è l’ago della bilancia, che si va verso un nuovo bipolarismo e via farneticando. Sugli schermi televisivi impongono la faccia di Minniti, mentre i media agitano la minaccia islamica e il pericolo di attentati, che, se vengono sventati il merito è del nostro apparato di sicurezza, se ce ne scappa qualcuno l’emergenza richiede che si stringano i ranghi e si mettano da parte i verdetti elettorali. Insomma, una buona alternativa alla strategia della tensione.


Ma non è questo che mi impensierisce. Il trucco di allungare i tempi per rimettere in gioco i compagni con qualche espediente non riuscirà. Sono anche convinto che Berlusconi finirà per mollare la presa dopo aver ricevuto garanzie per i suoi affari e qualche riconoscimento che soddisfi il suo narcisismo; penso che le impuntature di Di Maio siano rivolte a rassicurare i suoi accoliti, i suoi accoliti, non i suoi elettori che sono una cosa più seria; vedo con soddisfazione che Salvini sa tenere dritta la barra e, grazie anche al viatico di Grillo, sta facendo breccia nella base pentastellata. Il fronte Lega-Cinquestelle mi pare ormai cosa fatta e irreversibile. Ma non sono tranquillo. Non lo sono perché le sole personalità di Salvini e, per chi se ne fida, di Di Maio non bastano a garantire che la nuova strada sia percorsa fino in fondo e senza sbandare.


Bisogna fare i conti con la drammatica insipienza della grande maggioranza degli eletti, che in parte riflette lo smottamento culturale del Paese, in parte è imputabile all’assenza di una selezione all’interno di partiti che o non esistono più come organizzazioni strutturate o, come il Pd, non sono più in grado di filtrare e formare i propri quadri. Ma la responsabilità maggiore  è della scuola e dello stato comatoso in cui si trova l’università, in particolare nelle facoltà dell’area umanistica (faccio fatica a chiamarla così) e antropologica. L’ignoranza imbarazzante e l’assoluta mancanza di preparazione politica dei grillini non è incompatibile con la massiccia presenza di laureati al loro interno.  I corsi di laurea in scienza della comunicazione, sociologia, psicologia declinata in tutte le direzioni e perfino, mi duole dirlo, in filosofia sono fabbriche di sprovveduti, al cui confronto i più malandati licei sono formidabili strumenti di formazione.


 Il problema è aggravato dal fatto che non esiste più in parlamento una netta distinzione fra capi e gregari, il che, in teoria, potrebbe essere un bene. Qualche decina d’anni fa sarebbe stato impensabile che uno dei peones, si chiamavano così, andasse in televisione o alla radio o sulla carta stampata a parlare in nome del partito. Ora te li trovi di tutti i partiti, dal Pd a Forza Italia, dalla Lega ai Cinquestelle passando per Fratelli d’Italia, a recitare la lezioncina quando va bene e, se va male, a azzardare qualcosa di proprio creando confusione e sconcerto fra i poveri elettori. Come quando la Borgonzoni, di solito cauta, si è spinta fino a dare per scontato che la Lega insisterà sulla flat tax, per la quale, dice c’è la copertura finanziaria. Non si è chiesta la gentile signora come mai Salvini, prima durante e dopo la campagna elettorale, ha sempre parlato di abbassare le tasse lasciando che sulla flat tax si esponesse Berlusconi. E, riguardo alla copertura, che non c’è, quand’anche ci fosse dipenderebbe dalla circostanza che il 90% del gettito fiscale è prelevato dalle tasche dei lavoratori dipendenti a reddito medio-basso. Da un punto di vista strettamente contabile si potrebbe anche decidere che i titolari di redditi da 500.000 euro in su siano esentati dall’Irpef, tanto rappresentano appena l’uno per cento dei contribuenti e basterebbe un piccolo ulteriore prelievo sui miserabili 20, 30 o 40.000 euro del cosiddetto ceto medio per pareggiare i conti. Ma la Borgonzoni, neoeletta in Parlamento, tanti problemi non se li pone, forse pensa al vantaggio che ne deriverebbe per se stessa. Mentre scrivo sento la voce di  uno sconosciuto esponente di Fratelli d’Italia, buoni quelli!, che mentre si trova d’accordo, bontà sua, sulla eliminazione dei vitalizi da sostituire con fondi pensione si pone la questione della differenza di trattamento fra vecchi e nuovi parlamentari: non sarebbe giusto, secondo lui, che si venisse a creare un divario eccessivo fra la condizione di questi e di quelli. Come dire: il confronto non si fa con i comuni cittadini ma con i privilegi dei parlamentari del passato. Ti cascano le braccia. 


 Tutti questi giovanotti senz’arte né parte toccati dalla fortuna possono rappresentare un pericolo serio per il Paese, e non mi riferisco solo ai Cinquestelle. Perché non nuocciano bisogna che se ne stiano zitti e in disparte, che rinuncino a pensare con la loro povera testa e si dispongano all’ascolto degli elettori ai quali debbono essere grati. Elettori che chiedono poche cose ma vitali: che si liberi il Paese dai clandestini, che si riduca la pressione fiscale su redditi che consentono un’esistenza appena decente, che si restituisca agli italiani lo Stato sociale.

Poi, se e quando ci saranno tempi migliori, il numero dei parlamentari dovrà essere quanto meno dimezzato e i loro emolumenti azzerati: a quel punto la politica non sarà più un ascensore sociale ma servizio. E ne seguirà non solo un rivolgimento antropologico ma anche e soprattutto il ritorno al principio della rappresentanza. 

  Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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