Campioni di snobismo e maestri del.... Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Campioni di snobismo
e maestri del pensiero unico

 In una cittadina di provincia una ragazzina alle due di notte esce dalla discoteca ubriaca, accetta, o chiede, di essere accompagnata da un maghrebino che la porta in un bosco, la stupra e l’abbandona seminuda e in stato confusionale. Un episodio drammatico, aggravato, non sminuito dal ripetersi di episodi analoghi, che creano nell’opinione pubblica un comprensibile allarme e sollecitano interventi sui locali frequentati dai giovani, sul consumo di alcolici, sugli orari, sulla sicurezza e la presenza di soggetti pericolosi.

Un’altra adolescente si è svegliata seminuda in un vagone della stazione di Bologna dopo essere stata stuprata e rapinata. Aveva passato la serata nella zona di piazza Verdi, centro dello sballo frequentato da ragazzi e da gente della peggiore risma, aveva bevuto e assunto roba fino a stordirsi e anche lei aveva accettato l’aiuto di un giovane marocchino, che dopo la violenza aveva pensato bene di portarle via la borsa.


Commentando quest’ultima amara vicenda, un prete si è sentito in dovere di richiamare le famiglie alle proprie responsabilità e ha stigmatizzato il fatto che un’adolescente si possa trovare in piena notte senza alcuna tutela in locali dove si beve di tutto e circolano liberamente droghe leggere e pesanti. Lo ha fatto in un social riservato, con toni duri, come quelli con cui una volta epigoni di Savonarola fustigavano dal pulpito i costumi di parrocchiani e parrocchiane inclini a lasciarsi un po’ andare. E, per una volta che un prete fa un intervento coerente col suo ruolo, si è scatenato il finimondo. Non interessa l’assenza di controlli sui luoghi frequentati dai nostri giovani, si sorvola sulla violenza, tanto più che se compiuta da uno straniero rischia di alimentare la diceria che gli stranieri delinquono; ma che un prete si permetta di obiettare che non è tanto normale che a diciassette anni ci si ubriachi in discoteca o in una piazza, no, questo non è tollerabile.


E il guru del politicamente corretto, il gran maestro dei radical chic, si è alzato dalla sua amaca per sentenziare: “non ha attenuanti quel prete di Bologna che alla ragazza abusata in una notte di alcol e di degrado ha rivolto parole di condanna piuttosto che di soccorso. Ha sprecato un'occasione, da uomo e da prete. Tirare l'alba bevendo come spugne non è una 'colpa', come lascia intendere la rozza reprimenda di quel prete contro quella ragazza, che ha vissuto un risveglio di umiliazione dopo una notte balorda. Ma non è neanche un destino inevitabile, una congiura di forze oscure, una costrizione che non dà scampo. Bere, drogarsi, farsi del male devono tornare, per tutti, a essere una scelta. Una scelta da rivendicare oppure da maledire: ma una scelta”. Confesso che ho dovuto leggere due volte prima di riconoscere che il guru aveva scritto davvero “una scelta”. Scelta! Se io, padre, mi trovassi nella condizione che mia figlia, che a diciassette anni è ancora una bambina, ma ne avesse pure trenta, nel novero delle scelte che la vita ci impone, comprendesse quella di passare la notte a drogarsi e bere come una spugna, penserei che qualcosa fosse andato storto all’interno della mia famiglia e nell’esercizio del mio ruolo. Le scelte, buone o cattive, sono un’altra cosa. Ubriacarsi o drogarsi non hanno la dignità della scelta: sono non-scelte, sono solo lasciarsi andare, scivolare per mancanza di autostima, per imitazione, per essere accettati, semplicemente per stupidità. E l’adulto che assolve, che capisce, che giustifica è un corrotto, un imbecille, un irresponsabile, uno che nasconde la testa sotto la sabbia. Resta inteso che se l’adulto, i genitori, la comunità tutta hanno il dovere di sanzionare condotte che cessano di appartenere alla sfera privata nel momento in cui comportano danni per la persona e costi sociali, il crimine di chi ha commesso la violenza non viene per questo attenuato ma piuttosto aggravato, perché commesso ai danni di una persona non in grado di difendersi e reagire. Nessuno, insomma, può dire “se l’è cercata” ma questo non autorizza a considerare lo sballo come una scelta né a mettere in secondo piano lo stupratore. Quando poi a farlo è uno di quelli che sostengono attivamente la crociata di attrici e attricette molestate da chi ha spianato loro la carriera viene da chiedersi se esistono ancora unità di misura o se si creano a seconda delle convenienze.


Ma c’è anche il maître à penser che ogni mattina sorseggia un dolciastro caffè sul foglio della buona borghesia milanese. Lui esordisce parafrasando con sarcasmo il prete: “Ma se ti ubriachi e ti allontani con un magrebino, cosa aspetti che ti succeda?, scrive il parroco don Lorenzo Guidotti a una ragazzina stuprata alla stazione di Bologna, mietendo applausi sul web. Ciò che più sconvolge, in questa esibizione brutale di senso comune, è la mancanza di solidarietà umana. Per le persone “di buonsenso”, l’imprudenza è diventata un peccato più grave della violenza. Si dà per scontato che il male non sia arginabile. E chi per ingenuità o sottovalutazione si ostina a frequentarlo, come ha detto il prete (il prete!), non merita nessuna pietà”. Anche in questo caso, confondendo i piani, quello del fatto e quello delle circostanze che l’hanno reso possibile, si finisce per commettere il peccato che viene rimproverato agli altri: quello di perdere di vista l’aggressore (per forza, dico io, è uno straniero). Il rimprovero alla ragazzina sventata e la condanna dello stupratore non si situano sullo stesso piano. E l’atteggiamento nei confronti della prima non è questione di pietà, che sa di autoassoluzione da parte dell’adulto distratto, ma della volontà di non rinunciare a mantenere la barra a dritta e della capacità di sanzionare comportamenti moralmente e socialmente inaccettabili senza per questo cessare di amare i nostri figli. Sicuramente non li ama chi giustifica, lascia correre, se ne lava le mani. Poi c’è la violenza ed è su questa, non sul prete, che si deve esercitare la nostra indignazione e la nostra legittima vindicatio. E, a questo proposito, i campioni del pensiero unico come quello sdraiato sull’amaca e quello che sorseggia il caffè non vengano a dire, per sminuire la colpa degli stranieri, che gli stupratori di Catania erano italiani, che sarebbe come ammettere che gli stranieri, poverini, sradicati, vittime delle loro pulsioni o semplicemente all’oscuro del nostro codice etico e abituati a considerare la donna come un oggetto, sono irresponsabili, comunque meno colpevoli. Proprio perché stranieri, rifugiati, ospitati, spesso mantenuti, la loro colpa è più grave e più giustificata la nostra rabbia.


L’ipocrisia del pensiero unico ha avuto in queste settimane molte occasioni per fare bella mostra di sé. Non solo con la reprimenda per il prete fuori del coro, non solo col silenzio – come dicono i compagni “assordante” – sulla sconcia sentenza che ha condannato a 16 anni (sedici, che si dimezzeranno per buona condotta) una delle belve di Rimini, che hanno distrutto il fisico e la mente della povera ragazza polacca, ma col clamore cosmico che ha sollevato sulla testata del burino romano (ma essere un burino non è un reato) fatto passare per “affiliato al clan” (ma che vuol dire affiliato al clan? È la sacra corona unita o l’onorata società o una loggia o la Giovine Italia?) perché il fratello è un pregiudicato (abbiamo avuto un ministro del lavoro col figlio brigatista rosso), e per fascista (ci risiamo), perché forse ha votato per Casa Pound (ma il voto non è più libero e soprattutto segreto?), un clamore seguito da un’ondata di proteste a tutti i livelli quale non si era vista per la bocca spaccata del Cavaliere o per i giornalisti picchiati dagli affaristi dell’accoglienza. Personalmente mi sento di esprimere tutta la solidarietà umana al malcapitato inviato della Rai ma nessuno ha il diritto di importunare un comune cittadino, uno che non riveste alcuna carica, che non è né un politico né un uomo dello spettacolo né un giocatore di pallone, uno insomma che non è assurto alla dignità di personaggio pubblico, che insieme ai vantaggi comporta qualche inconveniente.


Ma il moralismo (immorale) della political correctness attinge vette sublimi quando si tratta di del piagnisteo delle ragazzotte tardivamente pentite per aver conseguito il loro obiettivo grazie alla scorciatoia della camera dal letto. Il mondo del cinema e dello spettacolo, in Italia come negli Stati Uniti, è un letamaio da cui pochi escono puliti, ma non solo per i ricatti di chi detiene posizioni di potere, anche, e soprattutto, per la volontà di avere la meglio su rivali pericolosi/e. Chi vuole, insomma, dice di no ma rischia di rimanere al palo. Non mi sembra che si possano mescolare queste miserie con i drammi di chi subisce violenze vere. Gli alfieri del pensiero unico non la pensano così e hanno scoperto che su questo terreno si possono offrire al manovratore strumenti formidabili per sbarazzarsi dell’avversario di turno. Con una escort si fece fuori il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, contro Berlusconi agitarono come una clava il corpo di Ruby rubacuori; ora però rischiano un effetto domino che finisce per colpire in maniera indiscriminata anche chi non dovrebbe essere toccato e bisognerà che corrano ai ripari.

La realtà è più complessa del pensiero unico. Non è solo questione di malafede, che pure c’è; è soprattutto questione di intelligenza, di senso critico, di capacità di reggere le contraddizioni dell’esistenza, nella quale non è mai tutto bianco o tutto nero. Il pensiero unico ha coniato l’espressione “onestà intellettuale” ma ne rappresenta l’esatto contrario. Il pensiero libero si guarda dai vecchi pregiudizi e stereotipi senza crearne di nuovi, bada più alla singolarità del caso che alle generalizzazioni, tiene sempre in conto posizioni diverse; gli psicologi dell’apprendimento lo chiamano pensiero divergente, quello aborrito dalle parti della sinistra, dove si sta al sicuro sotto le proprie certezze e le parole d’ordine condivise con la propria gente. Il pensiero unico deve negare le differenze di genere o di razza perché non concepisce che esse non compromettono la stessa identica dignità dei generi e delle razze; non riesce ad ammettere che la mercificazione del sesso e del corpo della donna va imputata tanto alle donne quanto agli uomini; non capisce che il senso della comune appartenenza all’umanità si situa ad un livello diverso rispetto al sentimento di appartenenza ad una nazione e che i due livelli non sono piani rigidamente fissati ma in ogni momento possono coincidere per poi tornare a separarsi. Per il pensiero unico non si può essere orgogliosamente italiani senza rinunciare ad essere semplicemente uomini.


Quando rimane invischiato nelle contraddizioni sue e della realtà il pensiero unico si affloscia, degrada nel relativismo e fa ancora più danni. Legittima la droga, banalizza la sessualità, stempera la corruzione, scioglie i vincoli della decenza, della cultura, dell’onestà, di tutte le convenzioni sovrastrutturali che danno un po’ di senso al nostro cammino. E allora non ci si scandalizza più se ai vertici di un’istituzione basilare come Bankitalia ci sta, in buona compagnia, una signora senza uno straccio di laurea (e non infierisco sul ministro della pubblica istruzione, che non ha neppure un diploma di maturità), come non ci scandalizza se i giornalisti Rai o Mediaset parlano un italiano “basic”, tanto il senso si capisce lo stesso, e sono passati indenni dai banchi di scuola, impermeabili alla conoscenza più di uno scafandro all’acqua di mare. È un mistero gaudioso il criterio con cui vengono scelti. E non si avverte lo sconcio di far passare per politica le schermaglie fra qualche decina di persone prive di qualsiasi comunicazione con la società ma in compenso organicamente connesse con qualche altra decina di famiglie che, in Italia e fuori di Italia, coltivano i loro privati interessi sulle spalle di tutti noi.

Il pensiero unico detesta la retorica perché è imbevuto di retorica; detesta i luoghi comuni ma procede per frasi fatte; è corrosivo e dissacrante per quanto è untuoso e reverente. Il pensiero unico è laico ma ha un gran rispetto per il papa argentino, un rispetto che sconfina nella devozione. Alle sue uscite riconosce la dignità e l’autorevolezza del Verbo. Però il suo predecessore può essere rappresentato con l’uniforme delle SS e se appena apriva bocca le sue parole evocavano oscurantismo e intolleranza. Il pensiero unico ha bisogno di bersagli ma guai sfiorare gli Intoccabili: si accanisce contro Trump ma si prostra davanti alla Clinton, deride Theresa May per quanto ha soggezione di Angela Merkel, davanti alla quale, come capita al dottor Stranamore, rischiano di scattare braccio teso e un secco “Heil Angela!”.

 Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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