Dalla mattanza all’antifascismo permanente Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Dalla mattanza all’antifascismo permanente

 Con l’armistizio di Cassibile e la successiva resa senza condizioni dell’8 settembre 1943 l’Italia virtualmente usciva dal conflitto mondiale, che si sarebbe protratto per più di un anno e mezzo. Usciva dal conflitto e si spezzava in due tronconi: il Regno al sud occupato dagli americani, in formale continuità istituzionale, e la repubblica al nord occupato dai tedeschi. Due Stati a sovranità limitata che continueranno a combattere su fronti avversi: il Regno a fianco degli alleati angloamericani, che non gli riconoscono neppure fittiziamente alcuna autorità; la Repubblica a fianco dell’alleato tedesco, in una posizione solo formalmente paritaria. Il regime fascista aveva cessato di esistere con il voto del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 che restituiva al Re, come Capo dello Stato, il comando delle forze armate e di fatto gli offriva il destro per un colpo di Stato mascherato con le dimissioni di Mussolini, seguite dal suo arresto. Il nuovo governo retto dal maresciallo Badoglio non aveva alcuna parvenza di autorità oltre i territori occupati dalle truppe alleate: al centro e al nord, come alternativa ad un governatorato militare germanico si costituì per volontà di Hitler, che a questo scopo fece liberare Mussolini, un governo sulla base giuridica della continuità col regime fascista e della decadenza della monarchia, consegnatasi agli angloamericani.


Entrambi gli Stati si negavano a vicenda la legittimità ed entrambi vantavano la sovranità sull’intero territorio italiano. Il partito nazionale fascista, il cui organo supremo aveva valenza costituzionale, appena si diffuse la notizia dell’ammutinamento dei gerarchi, semplicemente si dissolse, senza traumi, a dimostrazione del fatto che un regime fascista senza l’autorità personale del Duce non era mai esistito. Il mezzogiorno d’Italia non conobbe una resa di conti fra italiani - la stessa presenza di sparuti gruppi rimasti fedeli al partito non creò lacerazioni nel tessuto sociale -, ma dové affrontare una difficile convivenza con le autorità militari e gli eserciti alleati che si comportarono come truppe di occupazione e non come alleati o liberatori. Esemplare, a questo proposito, il caso delle violenze perpetrate dall’armata gollista del generale Juin. Problemi simmetrici si verificarono al nord con le rappresaglie tedesche ai danni della popolazione civile. Ma nell’autunno del 43 non accadde al sud niente di paragonabile a ciò che sarebbe accaduto al nord nella primavera del 45, dopo la capitolazione della Repubblica sociale, la resa della Germania e la fine della guerra. In Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, nelle Venezie, a guerra finita, fra gli ultimi giorni di aprile e il giugno 1945 e con uno stillicidio durato fino al 1949, furono ammazzate 50.000 persone; il 26 aprile a piazzale Loreto si era consumato lo spettacolo sconcio dell’oltraggio ai cadaveri di Mussolini, della donna che aveva voluto seguirlo e di quanti erano stati sommariamente giustiziati il giorno prima, una macchia indelebile per Milano e i milanesi, che solo poche settimane prima avevano affollato il teatro lirico per l’ultimo discorso de Duce.


Se le cifre significano qualcosa, ricordo che nei 600 giorni di guerriglia erano caduti 30.000 fra partigiani e forze repubblicane, per la precisione 17.000 e 13.000 rispettivamente. Uomini e donne morti con le armi in mano, vittime comunque della brutalità della guerra. Ma a guerra finita niente poteva giustificare l’assassinio di militari, di funzionari, di gente comune accusata di simpatia per il fascismo, in un Paese in cui il fascismo aveva goduto di un consenso plebiscitario, senza dire delle atrocità, degli stupri, del massacro di bambini. Come niente giustifica la corsa affannosa per catturare il Capo del governo in fuga per impedire che cada nelle mani degli alleati e non si possa consumare la vendetta comunista. Ma, si dice, le sofferenze patite durante la guerra, i morti, le distruzioni, l’angoscia di mesi e anni terribili giustificano l’esplosione di rabbia collettiva e pareggiano il conto dei 50.000 morti ammazzati. A parte la circostanza che, tolto l’episodio abominevole di Milano, le stragi furono perpetrate da un numero irrisorio di persone, tutte inquadrate o contigue con le formazioni partigiane comuniste, ingrossate enormemente a guerra finita, si impone una riflessione che non fa comunque onore al nostro Paese.

L’Italia ha pagato alla guerra un doloroso tributo di sangue: 300.000 militari e 130.000 civili vittime dei bombardamenti angloamericani. Un tributo di sangue doloroso ma paragonabile a quello di Francia e Gran Bretagna mentre la Germania ha subito perdite quindici volte superiori, il Giappone ha perso due milioni di uomini senza contare le conseguenze devastanti dell’arma atomica testata sulle sue città. Con le stesse motivazioni il mikado avrebbe dovuto essere stato fatto a pezzi e i gerarchi nazisti non sarebbero arrivati vivi al tribunale di Norimberga, imbastito dagli americani, non dai tedeschi. Gli spagnoli stessi, che si sono distinti per ferocia fratricida durante la guerra civile e per la dura repressione che seguì la vittoria dei nacionales, hanno finito per piangere insieme tutti i loro morti, li hanno riuniti in un unico sacrario e hanno imboccato la strada della conciliazione. In Italia no. E a non voler dimenticare sono proprio i protagonisti degli eccidi e i loro eredi, che hanno voluto perpetuare l’odio.

 


Il fatto è che quella mattanza non è stata la conseguenza dell’esplosione di una incontrollata rabbia popolare (il popolo ne è stato spettatore impotente e spaventato) e non può neppure essere imputata alla situazione di anomia, di arbitrio generalizzato, di latitanza delle istituzioni o ridotta alla volontà di distruggere ogni segno del passato, volontà che pure ci fu e dura tuttora. La mattanza fu soprattutto l’inizio di una rivoluzione orchestrata all’interno del partito comunista, che il partito condusse in modo ambiguo e contraddittorio in primo luogo perché Togliatti, al quale non difettava la lucidità, sapeva bene che sarebbe fallita per la mancanza di sostegno popolare al nord e l’ostilità attiva nel mezzogiorno, che avrebbero convinto gli occupanti a prendere posizione, e in secondo luogo perché all’operazione mancava il placet di Stalin.

Al quale faceva più comodo una quinta colonna nel cuore dell’alleanza atlantica, un partito bifronte, per un verso legale e impegnato nella dialettica parlamentare e per un altro clandestino, pronto, in caso di conflitto a intervenire nei porti del nord e sulla dorsale appenninica. Di questa vocazione militare ed eversiva della sinistra sono via via affiorate le testimonianze, nei ritrovamenti di armi, nei sussulti si piazza, nel terrorismo brigatista, nella cura con cui si è tenuto in caldo il pericolo fascista e con cui si continuano ad allevare i centri sociali. Del resto fino a pochi anni fa si sentiva tranquillamente definire la resistenza come una rivoluzione mancata e un politologo molto attivo negli anni Settanta, Giorgio Galli, dalle colonne di Panorama ripeteva il mantra di un partito, quello comunista, che non aveva avuto il “coraggio” di andare fino in fondo con le epurazioni. Evidentemente 50.000 morti gli sembravano pochi.

La disinformazione sulla storia del novecento italiano è impressionante ma non è frutto del caso. Per decenni chi sapeva, chi era stato testimone, si è portato dentro la grande paura e ha taciuto lasciando libero il campo al travisamento della storia, alle omissioni, ai falsi, alla sistematica sostituzione dei fatti con le opinioni e le verità di comodo. La scuola non solo non ha contrastato questo travisamento ma lo ha ufficializzato con la complicità di insegnanti sprovveduti o interessati, acritici tramiti di testi indecenti, come quello monumentale di De Bernardi-Guarracino che in 800 pagine dedicate al Novecento non spende una parola sul triangolo della morte, la collusione fra partigiani comunisti e invasori slavi, la tragedia di quelle che erano state le “terre irredente” e la mattanza iniziata nella primavera del 1945 e protrattasi per più di quattro anni dopo la fine della guerra. Gli italiani vittime dell’imbonimento di regime sanno di stragi perpetrate dal regime fascista, di una feroce tirannia ventennale, di una guerra scatenata da Mussolini, di “milioni” di partigiani morti per la libertà (commento di un lettore di Repubblica) e ancora di milioni di vittime della guerra fascista, unico responsabile il tiranno giustamente punito dalla giustizia popolare. Peccato che dentro la tirannia fascista ci sguazzassero allegramente i più prestigiosi leader del Pci, a cominciare da Pietro Ingrao, in compagnia di tutta l’intellighenzia che nel dopoguerra si mise al servizio del partito della classe operaia, peccato che quando il re promulgò le infami leggi che allontanavano gli ebrei dall’insegnamento e dagli uffici statali i compagni non fecero un fiato, peccato che non fu Benedetto Croce ma Giovanni Gentile a spendersi per gli ebrei, peccato che la guerra l’hanno voluta francesi e inglesi da una parte e tedeschi dall’altra e non certo il Duce.

E ai responsabili della nostra storiografia ad uso scolastico andrebbero ricordati i buoni rapporti fra Urss e regime fascista, le lodi di Lenin a Gentile, la miracolosa cessazione dell’antifascismo dei fuoriusciti al tempo del patto Ribbentrop-Molotov. Sarebbe troppo ricordare che nei mesi e nelle settimane che precedettero il crollo della Repubblica del nord molti, a cominciare dall’arcivescovo di Milano, si adoperarono per una pacificazione nazionale che non solo ponesse termine ad una guerra fratricida ma consentisse al Paese di riprendersi; sarebbe troppo ricordare che i comunisti perseguivano un loro disegno eversivo di distruzione dell’Italia, che, tutta o in parte, doveva entrare a far parte del blocco sovietico; un disegno in forza del quale le divisioni dovevano essere esacerbate, Mussolini doveva essere ammazzato e doveva avere inizio la mattanza. Quel disegno fu almeno in parte bloccato nel 48 dal voto degli italiani ma il veleno sparso nel 1945 ha continuato ad agire nel corpo del Paese e se ne avvertono ora gli effetti nell’indebolimento del sentimento nazionale stretto fra localismo e europeismo; con la complicità degli eredi del partito di De Gasperi e della Chiesa postconciliare si è inventato un inesistente pericolo di destra scotomizzando il reale pericolo comunista, quinta colonna addestrata e sovvenzionata in piena guerra fredda dall’Urss fino alla sua implosione. Dalle federazioni comuniste, dalle organizzazioni degli ex partigiani restii a stare con le mani in mano, dal sindacato all’inizio del 1949 uscirono le volanti rosse: la caccia al fascista doveva continuare. Perché? Solo per soddisfare l’odio e il desiderio di vendetta personale? O per impedire una pacata rivisitazione del passato, il formarsi di una memoria comune, di una comune pietà per i caduti in buona fede da entrambe le parti, per i caduti per l’Italia e non contro l’Italia?


Non è un caso che l’antifascismo sia andato di pari passo con la distruzione del mito del Risorgimento, la demolizione di quanto poteva inorgoglire gli italiani e alimentarne il senso di appartenenza. Col pretesto di una scuola più vicina al popolo i compagni condussero una tenace campagna per togliere dalle scuole lo studio del latino, per imporre il ridimensionamento dei grandi autori del passato a favore di un minimalismo e regionalismo che togliesse humus ad un sentire comune e impedisse il radicarsi un sapere condiviso e connotato emotivamente; si sono impegnati a cancellare ogni traccia di patriottismo dalla formazione dei giovani per fare dell’Italia il ventre molliccio dell’Europa, l’avamposto

Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

 

 

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