Ius soli e dintorni Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Ius soli e dintorni

Non conosco Diego Fusaro e mi fa un po’ sorridere il fatto che si presenti e si faccia presentare come “filosofo”. Da quello che ho letto di lui ho tratto l’impressione che cerchi di nobilitare l’ossessione bertinottiana per le “politiche neoliberiste” e di dare una rinfrescatina al veteromarxismo. Però lo fa con intelligenza e coerenza, merce rara nei lidi della sinistra, e questo me lo rende simpatico.


Ed è coerente non solo con la concezione marxiana della lotta di classe ma con quella hegeliana dello Stato, come dimostra l’appassionata difesa che fa del nesso che unisce il cittadino non all’universo mondo ma alle istituzioni che da lui ottengono la loro legittimazione. Lo stesso proclama che chiude il Manifesto. “Proletari di tutto il mondo unitevi” non è il segno di una deriva anarchica e utopistica del pensiero di Marx, che ha la sua specificità proprio nel suo essere profondamente storicizzato sia nel metodo che nei contenuti: la lotta politica ha senso per quanto è condotta all’interno del sistema, non fuori di esso e il sincronismo in Paesi diversi della lotta proletaria allo Stato borghese, cioè allo Stato alienato di cui il proletario si deve riappropriare, non implica sradicamento, che farebbe il .gioco del capitale, ma la necessità di concentrare il fuoco contro il comune obiettivo.

Uscire fuori del terreno dei conflitti di lavoro, perdere di vista il sistema produttivo, subordinare le rivendicazioni salariali alla tenuta del sistema, ignorare i problemi connessi con la delocalizzazione e la presenza di un sistema di vasi comunicanti e di sbarramenti che mettono al riparo i profitti ed espongono la forza lavoro ad un confronto dal quale esce distrutta, nascondere la presenza invasiva di un capitale finanziario sovranazionale di cui la politica aperta e mondialista è il docile strumento, significa stravolgere il senso della dialettica politica. E mentre sostituire ai contenuti concreti e materiali dei diritti alla salute, alla formazione, alla libertà dal bisogno, alla sicurezza, all’esercizio della sovranità, che in questo precisamente consiste la cittadinanza, con l’ipocrisia di un buonismo di risulta, di principi umanitari astratti e mistificati rappresenta un tradimento del mandato ricevuto dagli elettori, pretendere che la cittadinanza non sia il fondamento su cui poggia lo Stato ma un beneficio che lo Stato, o meglio la parte politica, oltretutto minoritaria nel Paese, distribuisce graziosamente per i propri malcelati interessi è uno stravolgimento di tutta la nostra tradizione giuridica.

 

 Questa può essere declinata in modi diversi e almeno apparentemente opposti, da Hobbes a Locke, da Rousseau a Hegel fino, appunto, a Marx ma sempre mantenendo fermo il principio per cui si è cittadini – polìtes -. all’interno della politèia, lo Stato, fuori del quale non si hanno né doveri da rispettare né diritti da rivendicare: l’espressione “cittadino extracomunitario” è un ossimoro. E quando i governanti, il despota ieri e la sinistra oggi, si arrogano la facoltà di dispensare a loro piacimento la cittadinanza il loro intento è quello di depotenziarla, di svincolare il loro potere da quelli dai quali l’hanno ricevuto perché lo esercitassero in loro nome e nel loro interesse, di cercare altrove la propria legittimazione. Unti dal Signore (sarà forse Soros, il vicario del dio denaro?) si schermano dietro i grandi valori, la fratellanza universale (già, quella), e fingono di vivere in un mondo globalizzato, senza frontiere, senza confini, il mondo dei diritti tanto universali quanto evanescenti, il mondo della cittadinanza universale, dell’uomo nuovo, multietnico, multiculturale, svuotato di ogni specificità culturale e storica, senza memoria e senza riferimenti che non siano quelli della Narrazione Edificante, dell’ossequio bigotto e intransigente ai dogmi del Pensiero Unico.


Bene, tutto questo è chiaro al giovane studioso e conferenziere, che insisto a non chiamare filosofo per non accomunarlo ai sedicenti filosofi che hanno imprudentemente firmato il manifesto in difesa di una legge inutile, pasticciata, scopertamente pensata per riempire i vuoti elettorali della sinistra, sulla quale i più avveduti commentatori politici – quindi non Calabresi– si augurano che sia stata posta una pietra tombale e che al di là dell’inopportunità è considerata da un magistrato come Nordio un aborto giuridico.

Il sociologo De Masi, con una buona dose di ingenuità, rivela il piano dell’establishment mondiale: abbassare i salari e ridurre le popolazioni europee ad un livello di sussistenza: riducendo i dislivelli fra aree limitrofe il problema della pressione demografica si risolverà da solo come in un sistema di vasi comunicanti. Lo scenario è raccapricciante: un’aristocrazia apolide con un centro di superprivilegiati, una sorta di istituzionalizzazione e cristallizzazione della jet society, e tante periferie di privilegiati locali organicamente collegate con quel centro a formare l’impalcatura del sistema. Impoverendo le masse, sostiene De Masi, il confronto con l’Africa, una volta si diceva il terzo mondo, diventerà sostenibile. Tot capita tot sententia, e la libertà di espressione mi guardo bene da metterla in discussione per il fatto che qualcuno la esercita per sostenere delle castronerie. Il problema è semmai il non casuale riferimento che il sociologo fa ai valori cristiani e all’attuale pontefice. C’è una singolare simmetria fra le Ong che invece di adoperarsi per alleviare le sofferenze di chi sta veramente male e sporcarsi le mani in mezzo alla miseria vera preferisce il mestiere lucroso di traghettatore e la chiesa cattolica che rinuncia a predicare il vangelo perché sarebbe una provocazione, guarda compiaciuta all’edificazione di nuove moschee e invita i fratelli africani, e musulmani, a trasferirsi in Italia.


Le categorizzazioni sono indispensabili per il funzionamento del pensiero ma sono anche causa della sua debolezza e fonte di errori e pregiudizi. Ai quali non sfugge il nostro sociologo quando divide il mondo fra opulenza e povertà e contrappone i Paesi ricchi, fra cui ovviamente l’Italia, a quelli poveri, primi fra tutti gli africani. Dimentica che nel mondo opulento, e in particolare in Italia, il 10% della popolazione detiene l’80% della ricchezza, che la classe media si può permettere di mettere insieme il pranzo con la cena e di restituire allo Stato in bollette, imposte e tasse il 70% di quello che guadagna, che il 40% dei giovani non ha prospettive per il futuro, che ogni anno 150.000 di loro sono costretti a lasciare il proprio Paese, non per andare a farsi mantenere ma per portare altrove il frutto delle proprie competenze e la loro voglia di fare. E la vada a raccontare ai 4 milioni che vivono sotto la soglia della povertà la storiella che loro sono i penultimi e che devono dividere il nulla che hanno con gli ultimi venuti da fuori.

Intanto è veramente orribile espellere concettualmente il povero italiano dal sistema che lo ha reso tale, confinarlo fra i poveri del mondo e cercare di persuaderlo a non prestarsi ad una guerra fra poveri. Non è lo spirito di carità cristiano che può risolvere il problema della povertà assoluta e relativa di casa nostra ma sono la lotta politica e la battaglia contro una sinistra che ha disinnescato il conflitto sociale con la complicità dei sindacati. Una sinistra che vuol far credere che il proprio popolo, come si dice da quelle parti, i lavoratori a basso reddito, i cassintegrati, i disoccupati, i pensionati che arrancano per sopravvivere, abbia una priorità irrinunciabile: lo ius soli. In un Paese alla deriva, impoverito, insicuro, con un sistema bancario allo sfascio, la sanità collassata, la scuola nelle mani di una che afferma che tutti gli insegnanti italiani devono conoscere l’inglese, come se l’italiano fosse una parlata locale, un governo incapace di far fronte con un minimo di decoro alle emergenze, con le casette per i terremotati che dopo un anno non si vedono ancora e le macerie ancora lì, con un territorio in fiamme dal nord al mezzogiorno alle isole e una sconcertante dimostrazione di incapacità di prevenire e di intervenire prontamente, con tutto questo, secondo i compagni, il Pd e le sue gemmazioni, il problema sono l’integrazione di tutti quelli che arrivano dall’Africa e l’approvazione di una legge che renda più celere e più estesa la cittadinanza: così non ci saranno più clandestini né profughi né migranti economici o climatici ma cittadini.

E così mentre riconoscono che abbiamo un problema, mentre accusano ipocritamente l’Europa di averci lasciato soli, mentre mentendo e sapendo di mentire accusano i Paesi dell’Est - della Francia di Macron hanno paura – di disattendere agli impegni assunti chiudendo le loro frontiere, e mentono perché gli impegni riguardavano e riguardano profughi, che sono solo e soltanto i siriani a cui i bombardieri americani e dei loro alleati hanno distrutto le case, non i poveri o presunti tali del pianeta, mentre, come ha confessato la Bonino, si sono presi il malloppo per poi tentare di rifilare il pacco agli altri, continuano ad attrarre altra gente in nome della carità cristiana e di un ipotetico diritto universale delle genti, ben sapendo che i migranti, come diceva un “intellettuale” d’area, sono “pepite d’oro” E se la Bonino, sulla quale non voglio infierire, suggeriva il rilascio di permessi di soggiorno per farli uscire dall’imbuto che si è creato in Italia una volta che il loro valore monetario (base 1200 euro mensili pro capite) sia esaurito, un provvedimento, che, appena ventilato, sono stati costretti a rimangiarsi dall’alto là austriaco, i furbacchioni avevano pronto l’asso nella manica. Con la cittadinanza italiana, cioè comunitaria, nessun Paese europeo potrebbe più impedirne l’ingresso a meno che l’Europa non voglia stendere sulla penisola un cordone sanitario, estromettendoci politicamente e geograficamente dal continente e impedendo ad ogni cittadino italiano di oltrepassare i confini del Bel Paese. Che sarebbe obiettivamente troppo.


Intendiamoci: io non credo che gli scenari apocalittici preconizzati dal Di Masi o temuti da Tremonti si realizzeranno. Potrà anche essere che 220 milioni di africani intendano riversarsi sull’Europa. Per molto meno nella storia ci sono state guerre micidiali e, se proprio si vogliono fare previsioni, è assai meno attendibile l’africanizzazione dell’Europa rispetto alla soluzione della crisi demografica africana. L’Italia, questa Italia in mano agli eredi del Pci e a una classe politica deprimente, non è l’ombelico del mondo né dell’Europa. In Europa si sono create delle enclave pericolose come effetto secondario di politiche coloniali o perché faceva comodo importare mano d’opera. Ma non esiste un Paese europeo in cui governo e forze politiche di maggioranza o di opposizione siano così spudoratamente schierati contro gli interessi nazionali come la sinistra italiana. Già ne fornirono una drammatica dimostrazione quando, con in testa Giorgio Napolitano, tirarono per i capelli (la battuta è involontaria) Berlusconi costringendolo a tradire il vecchio e prezioso alleato. Ora i compagni, fidando nel fluire della memoria collettiva, hanno la faccia tosta di attribuire al Cavaliere l’iniziativa di quella operazione sciagurata, diretta contro l’Italia prima che contro Gheddafi, ma allora gli rimproveravano la titubanza, le incertezze, il ritardo nel mettere a disposizione degli anglofrancesi le nostre basi. Ma, ora come allora, francesi, tedeschi, inglesi, come tutti gli altri Paesi europei, dentro o fuori i trattati europei, dentro o fuori l’euro, perseguono i propri interessi nazionali e se sono entrati nella Comunità lo hanno fatto per trarne dei vantaggi non per calarsi le brache. Sicché si può scommettere che se in un futuro prossimo o remoto l’Africa cercherà di sommergere l’Europa sarà l’Africa ad essere sommersa. Il problema è se in quell’Europa ci sarà ancora l’Italia o in quali condizioni ci sarà. Sicuramente questo governo e questo parlamento abusivi, impopolari e antipopolari, riceveranno il benservito dagli elettori. Sicuramente la sinistra sarà spazzata via ma sarà possibile porre rimedio ai guasti che ha combinato? Ci ha lasciato un’eredità di almeno un milione di persone che non potranno né essere deportate né essere mantenute all’infinito, tantomeno inserite in un sistema produttivo che non esiste. Un illustre politologo non di destra disse qualche tempo fa che abbiamo in casa una bomba ad orologeria. Lo diceva sorridendo, ma era un sorriso amaro; quando scoppierà cosa diranno di noi i nostri figli e i nostri nipoti?

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

 

 

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