Il senso della vita e l’accettazione della morte Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

 Il senso della vita e l’accettazione della morte

Note a margine del disegno di legge sul testamento biologico

«Laudato si’ mio Signore per sora nostra morte corporale»; le parole di Francesco, quello vero, hanno un suono dolce e malinconico che contrasta col grido disperato del poeta: «Non esser mai! Più nulla ma meno morte che non esser più». Se Pascoli avrebbe voluto non esser nato piuttosto che affrontare la prospettiva del “non esser più”, il santo di Assisi il suggello della vita non le toglie significato ma, al contrario, lo esalta, come dono, come opportunità e non solo come prova o passaggio per il cristiano ma come bene in sé per tutto quello di mirabile che è in sé la vita. «Ricordati che qui tu non sei altro che l’attore di un dramma, che sarà breve o lungo secondo la volontà dell’autore», scriveva Epitteto, col tacito invito a recitare bene la parte che ci è stata assegnata. Nel momento stesso in cui il dramma si mette in scena l’azione è volta al suo compimento: per Freud l’esistenza è una navigazione verso la morte e la morte è continuamente sottesa alla vita contagiandola e in qualche misura “deprimendola”. Ma uno dei maggiori, forse il maggiore fra i filosofi del Novecento, Martin Heidegger, partendo dalla medesima premessa, la consapevolezza della morte, la propria morte, ne ricava il sentimento della serietà della vita, della sua “autenticità”. Chiaramente il filosofo non intendeva che la morte dovesse essere un’idea fissa, che è un segno di disagio psichico, ma che la coscienza della propria unicità e della unicità del proprio percorso esistenziale ne rinvigorisse il senso, esattamente come accade con Epitteto, con lo stoicismo e l’epicureismo nel mondo classico e con il cristianesimo di Francesco, che un altro filosofo tedesco, Nietzsche, commette il grave errore di misconoscere considerando in blocco la religione come rifiuto della vita e i preti come predicatori di morte. C’è insomma un’intersezione fra pensiero religioso e pensiero laico nella quale la vita è un dono o, se vogliamo, un prestito, qualcosa che non ci viene tolto ma che quando viene il momento va restituito.

 
San Francesco e Epitteto

La vita è un dono in sé. Il modo in cui l’esistenza si svolge ne declina la fruizione ma non ne altera l’essenza, che è l’irruzione dello spirito e della luce nell’opacità della materia. Un lampo di luce, un prodigio di cui gioire senza l’ansia del buio che quel lampo ha rischiarato. La vita, che nell’uomo si esprime nella sua forma più alta, è sempre degna di essere vissuta, non come un peso né come un pegno da pagare per andare da un’altra parte ma per ciò che essa è e per come si presenta. Perché ciò che giudichiamo brutto, deforme o sgradevole riguarda le forme esteriori, la materia, l’apparenza dietro la quale si nasconde il senso vero della vita, l’anima, lo spirito, la psiche o come altro vogliamo chiamare quella luce che dà senso alle cose. Dentro il Sileno si nasconde il dio, come dice Platone.

La bruttezza nel mondo antico è essenzialmente morale prima che fisica. Con tutto che l’ethos fosse costruito intorno all’armonia delle forme e che tutto lo stile di vita fosse permeato dal senso estetico, gli antichi vedevano nel vecchio la saggezza e l’autorevolezza prima del declino fisico, rispettavano l’infermo e non lo rimuovevano come un guastafeste e, per quanto compenetrati nella natura e amanti della vita, o forse proprio per questo, accettavano la morte come un evento naturale. Ma è nell’elaborazione del lutto, nell’atteggiamento verso i propri morti, che è maggiore la distanza fra la nostra società e il mondo antico. Nella nostra cultura, erede del medioevo cristiano, è radicato il dualismo terra-cielo, immanenza-trascendenza, vita-oltre vita, e con questo la convinzione che il defunto non è più tra noi, appartiene a un altro mondo, si è liberato dai vincoli terreni. Come conseguenza, una volta superato il dualismo, riportati il cielo sulla terra o la terra in cielo, negata la trascendenza e persa la fede nella vita oltre la vita, il defunto si annichilisce, semplicemente non è più, perché se prima era in cielo e ora non c’è più cielo lui non è più da nessuna parte. Ma nella cultura classica l’idea di una qualche sopravvivenza è scarsamente rappresentata, è confinata nelle arti magiche, nelle favole popolari ed è comunque un permanere umbratile e indistinto. La vera presenza del defunto è riposta nel ricordo dei superstiti, nel culto dovuto a chi ci ha preceduto, nella coscienza della continuità familiare. La pietas antica si esprime infatti in due direzioni complementari: le forze della natura che proteggono il raccolto, tengono lontane malattie e calamità, e i lari che custodiscono la casa, il focolare domestico e ne fanno un luogo rassicurante e accogliente.


Accettazione della morte e culto della memoria sono aspetti di un medesimo atteggiamento che comporta anche rispetto per la vecchiaia, per il decadimento fisico e mentale, per la fragilità del corpo, per la malattia e l’invalidità. La nostra cultura ha trasformato questo atteggiamento in un precetto fondato sul dogma, lo ha inglobato nella morale cristiana, col risultato che la secolarizzazione spazzando via la soggezione verso un’autorità esterna, dissacrando il rito e affermando la libertà e l’autonomia individuali ha finito per smarrire quei valori, che sono in sé indipendenti dal credo religioso e rappresentano il discrimine fra la civiltà e la barbarie, e l’ha fatto in nome di altri valori, espressione dell’edonè. L’edonismo non è in sé un male, semmai il male è in una visione cupa e amara dell’esistenza; ma altra cosa è l’edonismo autentico che è il sostrato del Cantico delle creature e l’edonismo di cartapesta, mercificato, indotto, risolto non nel contentus suis rebus ma nella ricerca di emozioni, di novità, di cose. Questo tipo di edonismo non integra la prospettiva della morte e si deve sbarazzare al più presto della perdita, di fronte alla quale oscilla fra rimozione e disperazione; nella carta patinata in cui si rispecchia non possono essere rappresentate l’infermità, la sofferenza, la deformità, la morte. Per gli antichi un individuo turpe non è mai bello; nella nostra cultura la bellezza copre le peggiori turpitudini, la bassezza morale, la stupidità e l’ignoranza. Ma in realtà si è sostituito alla bellezza il feticcio opaco di una bellezza senza luce, senza anima senza senso. Di fronte a questo feticcio il vecchio è un’anomalia come lo sono tutte quelle manifestazioni della fragilità umana che, senza bisogno di morali eteronome come quella religiosa, non richiedono la compassione che il forte magnanimamente riserba al disgraziato ma sono un richiamo alla coscienza della nostra comune debolezza, della nostra precarietà, del nostro, appunto, essere umani.

  

Deridere lo scemo del villaggio è segno di stupida malvagità. Ma rimuoverlo, anche linguisticamente, nasconderne la presenza dietro il paravento di espressioni che depotenziano la realtà – fino all’umoristico “diversamente abile” – è l’altra faccia di quella stessa stupida malvagità, che allontana da sé quello che in realtà ci appartiene, è in tutti noi, perché è ciò che potremmo essere o potremmo diventare ed è comunque profondamente umano, molto più umano del feticcio della bellezza, della forza, della salute. Ma il politicamente corretto impone un numero esagerato di parcheggi riservati ai disabili, e sai quanti di loro girano in automobile, impone che non si metta in discussione l’integrazione scolastica, che non si chiami cieco il cieco o sordo il sordo e in questo modo scarica all’esterno la cattiva coscienza di chi schifa il diverso se lo trova al ristorante o preferisce un cane al down come vicino di ombrellone. È la cattiva coscienza di chi prova ribrezzo per il lungodegente, per il vecchio obnubilato, incontinente, incapace di badare a se stesso e di chi si ferma all’inutilità, al peso per i familiari, ai costi per la collettività del corpo che continua a vivere collegato ad una macchina.

 

Posta in astratto la questione dell’accanimento terapeutico parrebbe priva di senso. Non ho notizia di malati terminali o in stato preagonico dei quali i medici si affannino a prolungare l’agonia. Il medico prende atto delle condizioni del malato, le comunica ai familiari e sta a loro decidere se riportarlo a casa per farlo morire nel suo letto o, quando il caso lo consente, ricorrere alle cure palliative, che non hanno niente a che vedere con l’accanimento terapeutico. Semmai la cronaca negli ultimi anni ha visto replicarsi la figura del “dottor morte” nei panni di medici o infermieri (uso il maschile in ossequio alla grammatica) che hanno spedito al Creatore persone che avevano ancora una speranza di vita, per non dire dell’attesa impaziente di équipe pronte all’espianto non appena si ha notizia incidenti. Il problema si pone in modo diverso per i casi coma prolungato e per quelli di gravissima infermità che di per sé non comporta compromissione delle funzioni vitali. Nel primo caso si tratta di persone che senza il ricorso ad eccezionali presidi terapeutici non potrebbero sopravvivere e per le quali è scientificamente escluso un recupero anche solo parziale. In condizioni naturali queste persone morirebbero; ma in condizioni naturali si morirebbe anche per una banale infezione: la medicina in tutti i casi si sostituisce alla natura. Quindi il nodo sta nel fatto che la scienza esclude il recupero ma, attenzione, può escludere un recupero soddisfacente, il che significa che al risveglio dovrà seguire un lungo cammino di riabilitazione dall’esito incerto e con ogni probabilità una vita segnata da gravi menomazioni. E allora si arriva a un punto cruciale, per certi versi analogo a quello nel quale si trova una donna che sa che il figlio che porta dentro di sé è vitale ma affetto da una qualche malformazione. Prendersi cura di un figlio uscito dal coma o nato con una patologia genetica rovina l’esistenza o le fornisce un significato più alto? Sono questi i due corni del dilemma. Nella prospettiva dell’edonismo di cartapesta che caratterizza la nostra società la scelta pare obbligata. L’altro caso, quello di chi vive in una condizione di grave menomazione che naturalmente non porta alla morte non ha niente a che fare con l’accanimento terapeutico. È una condizione terribile per i familiari e per chi ne soffre e se per quest’ultimo risulta intollerabile nessuno dall’esterno deve permettersi di esibire le proprie convinzioni morali o religiose. Sta comunque al medico fornire tutti i provvedimenti che ne allevino il dolore fisico e psicologico e, senza bisogno di spettacolarizzazioni disgustose o di interventi legislativi, assecondarne la volontà. L’importante è non scambiare i costi sociali o le difficoltà dei familiari per l’interesse del malato e non pretendere di sostituirsi a lui nel giudicare la sostenibilità della sua esistenza.


A questo proposito mi risuonano con fastidio le parole di falsa pietà di tanti che trovandosi di fronte un ragazzo sospinto su una carrozzina con le gambe flaccide, i movimenti scoordinati delle braccia, la testa reclinata e la bocca semiaperta sentenziano che per lui sarebbe stato meglio non nascere e, dal momento che ormai c’è, dovrebbe andarsene il più presto possibile. Terribile. Prova di come si sia smarrito il senso della vita, il miracolo che rappresenta e la ricchezza che deriva dal prendersi cura. E prova del carattere appiccicaticcio e formalistico della morale religiosa, più incline a favorire la superstizione che a forgiare coscienze. Perché la pietas, non la pietà, ha una radice laica, tutta terrena, nutrita non di precettistica ma di un sentire autonomo, tutto terreno e razionale. E c’è un fil rouge che collega quella falsa pietà che nasconde il fastidio verso l’handicap con la ripugnanza nei confronti del malato, del demente, del paziente in stato vegetativo. Quanto meno gli spartani che abbandonavano sul monte Taigeto i neonati malformati avevano tutte le attenuanti riservate a società militari con una economia di sussistenza.

Il legislatore entra in questa materia delicata come un elefante in una cristalleria. Dove non dovrebbe entrare, la politica la fa da padrona col suo pensiero unico, debole, debolissimo, un non-pensiero che spaccia per diritti politici e giuridici le garanzie e la riservatezza dovute alla sfera privata e incoraggia l’omosessualità, impone la famiglia alternativa, fa sue le farneticazioni sessantottine sull’aborto come conquista e si fa banditore dell’eutanasia, trasformata anch’essa in diritto. Non potendo imporre per legge il suicidio, s’intende assistito, si deve limitare ad affrettare il fine vita imponendo ai medici di interrompere le pratiche che garantiscono la sopravvivenza. Perché, si dice, è il malato stesso che lo richiede, non sono i suoi familiari che se ne vogliono liberare o la sanità pubblica che ha ben altre priorità, e non dico quali. E si tira fuori dal cilindro la carta vincente: il testamento biologico, che darebbe la certezza della volontà del malato di essere liberato dal giogo della vita. In casi che hanno per anni occupato le cronache abbiamo dovuto sopportare genitori che testimoniavano come una volta a tavola il figlio, che ora vive in quel sonno forse privo di coscienza che è il coma, avrebbe detto che in una situazione del genere si sarebbe dovuto staccare la spina. Col testamento si metterà nero su bianco, non saranno più conversazioni riportate, parole in libertà, ma scelte meditate. Come se le convinzioni di uno giovane e sano restassero tali e quali nel vecchio o nel malato, come se da sani non si fosse influenzati dalle opinioni correnti, tanto più quando sono ammantate di progressismo, quando sono à la page come la dieta vegana. Ma, per evitare che ci si soffermi sui nodi inestricabili della volontà ora imperscrutabile del malato e del suo interesse reale, l’attenzione si sposta sul medico al quale viene assegnata la parte del “dottor morte”, e a noi non resta che sperare che non si ripetano gli inconvenienti creati dall’aborto di Stato che ha fatto del concepimento una malattia e ha trasformato un dramma personale in un intervento di routine, meno cruento di un’estrazione dentaria (ma il dente è il feto estratto a pezzi, è una vita, una vita in atto, il rinnovarsi di quella che per Leopardi è «cosa arcana e stupenda»).

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

Share/Save/Bookmark
 
Prego registrarsi o autenticarsi per aggiungere un commento a questo articolo.

Per rendere il nostro sito più facile ed intuitivo impieghiamo i cookie. Chiudendo questa notifica o navigando sul sito acconsenti al nostro utilizzo dei cookie
We use cookies to improve your experience on this website. By continuing to browse our site you agree to our use of cookies. privacy policy.

EU Cookie Directive Module Information