L’indignazione a corrente alternata Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
L’indignazione a corrente alternata

 Sulla brutalità della polizia americana so quello che viene raccontato dai media e posso ricavare dalla finzione cinematografica: un po’ poco per esserne certo ma non ho motivi per dubitarne e la do per scontata. Che ci sia al suo interno un’avversione preconcetta nei confronti degli afroamericani in quanto tali cozza con la circostanza che una buona parte dei poliziotti, soprattutto di quelli che stanno sulle strade, sono proprio afroamericani, neri. Riguardo agli episodi che confermano quella brutalità non ho nulla da obbiettare se viene data loro una risonanza che supera i confini degli States; mi pare giusto che se in una parte del mondo capita qualcosa che offende la dignità della persona l’opinione pubblica mondiale ne sia scossa e manifesti la propria riprovazione: almeno questo di buono, fra tante nefandezze, la globalizzazione ce l’ha portato. Purché s’intende, l’opinione pubblica non sia incanalata artificiosamente e non si muova a comando e in un’unica direzione.


Detto questo, fingo di non sapere che la vicenda di George Floyd  è stata gonfiata oltre ogni limite e usata contro Trump nell’una e nell’altra sponda dell’atlantico; considero irrilevante che la vittima non fosse uno stinco di santo, non mi interessa di sapere se era armato o avesse reagito all’arresto; so che era a terra impotente ed è stato soffocato per un’eccessiva e brutale manovra di contenimento: tutto il mio disgusto, che, del resto, non risparmio nemmeno alle forze dell’ordine di casa nostra quando, com’è accaduto, fanno il tiro al bersaglio sulle persone o inseguono con i droni il nottambulo podista solitario che viola il coprifuoco. Pertanto, bene le veglie di preghiera, le fiaccolate, le esternazioni, le prime pagine dei giornali e il martellamento televisivo; meno bene, ma sono affari interni degli americani e dei loro governanti, le violenze, i vandalismi, la caccia all’uomo bianco che ne sono seguiti. 

Poi nei giorni scorsi succede che a due passi da noi, in un paesino nella douce France, nella banlieu parigina, un professore di scuola media - in Francia ce ne sono ancora insegnanti maschi - viene aggredito per strada al grido di Allah akbar, sgozzato e decapitato, con la testa che rotola sull’asfalto ripresa e diffusa sui servizi sociali di rete. L’assassino, un diciottenne ceceno richiedente asilo viene intercettato dalla polizia francese e freddato a colpi di pistola.


Il Paese transalpino è sconvolto, quotidiani, televisioni, la rete danno alla notizia il massimo risalto e senza alcun infingimento: nessuno dice che è un gesto isolato o  il gesto di un folletutti, al contrario, denunciano l’ultimo di una terribile serie di attacchi islamici, o, se si preferisce, islamisti al cuore dell’Europa. Non si è sottratto il presidente (quello francese, of course, il nostro soffre di afasia intermittente) Macron, che, detto per inciso, ultimamente ha guadagnato parecchi punti per quanti ne hanno persi i governanti italiani, si è immediatamente unito al coro di indignazione e alla richiesta di giustizia - di vendetta - del suo popolo. Lo stesso Macron che si può appuntare sul petto diverse medaglie, compreso quella per la liberazione dei nostri ostaggi, liberazione manu militari, non mettendo mano al portafoglio.

E in Italia? A parte il macabro dibattito mediatico sull’opportunità di far vedere la testa mozza, un silenzio, per restare sul funebre, tombale. Niente preghiere, niente veglie, niente fiaccolate, nessuna dichiarazione dall’olimpo della politica di regime, latitanza di tuttologi e commentatori di professione. In Europa, nella libera e civile Europa, un insegnante rischia la vita se appena appena quello che dice nella sua classe risulta sgradito ai musulmani, e non c’è problema, tutto va bene, il problema è il virus, il problema sono gli ungheresi che non vogliono clandestini, il problema è Lukašenko, colpevole di aver vinto le elezioni per la sesta volta in modo plebiscitario.


Macron

Da noi non fa specie che un insegnante perda la vita solo per aver esercitato il proprio dovere in difesa della libertà di pensiero e di espressione, corollario della laicità dello Stato ma considerata evidentemente un optional che deve sottostare ai dettami del pensiero unico e della opportunità. E i compagni evidentemente sono convinti che in un Paese come la Francia, dove i musulmani sono una cospicua minoranza e le città pullulano di clandestini e richiedenti custodi della parola del profeta, il laicismo debba essere riposto nel cassetto soprattutto a scuola. Si sa, sono suscettibili, è bene non irritarli se no prendono fuoco e fanno una strage.

Si dà poi il caso che a segnare il destino del povero Samuel Paty sia stata un’alunna della sua classe che si è affrettata a riferire ai suoi familiari come il professore durante una lezione  in difesa della libertà di espressione avesse rievocato la strage di Charlie Hebdo. Il padre della ragazza infuriato ne ha prima chiesto alla preside il licenziamento per poi innescare la protesta delle comunità nordafricane e filo palestinesi e di tutto l’islamismo radicale di cui il ceceno è stato il braccio armato.


Tutto, quindi, è nato dentro la scuola, fra gli allievi della sua classe, durante e in conseguenza della sua missione di formatore, perché è nella scuola e grazie alla scuola che si diventa cittadini a pieno titolo, partecipi della storia e della cultura del proprio Paese, come ha ribadito la moglie di Macron, che ha voluto opportunamente far sentire la sua voce e la sua condanna senza appello.  Ma l’Europa sta allevando un serpe nel proprio seno. La scuola, infatti, assolve alla sua funzione nei confronti della comunità che in essa si riconosce: senza questa adesione a priori succede inevitabilmente che nella classe non ci sono alunni ma microfoni spia, presenze aliene e ostili espressione di gruppi sociali che pretendono di imporsi e non hanno alcuna intenzione di integrarsi. 

I compagni, se non sono completamente fuori di testa, lo sanno bene. Lo sanno tanto bene che, col tacito consenso della Chiesa, tolgono il crocefisso dalle aule e vogliono sostituire il Natale con la festa dell’Inverno, Sanno bene che non è con la frequenza scolastica che lo straniero impara a tollerare le differenze e a rispettare costumi, tradizioni e cultura del Paese che lo ha accolto. Eppure non perdono occasione per riproporre lo ius culturae, per il quale qualche anno di frequenza scolastica diventa il viatico per la cittadinanza. E il loquace Zingaretti, che della cittadinanza agli immigrati illegali è strenuo e indefesso sostenitore, chissà come mai in questa circostanza ha mantenuto un rigoroso riserbo.


Erdogan e Orban

E allora non diamo troppo risalto a quella testa mozzata, non parliamo della vittima, del suo passato, della sua famiglia, se aveva figli e non stiamo nemmeno a indagare su cosa veramente ha detto in classe che ha fatto infuriare i fedeli

La difesa accorata della libertà di espressione vale solo quando a minacciarla sono gli avversari di turno: ieri  Erdogan e Al-Sisi, poi Orbán ora Lukašenko - ma il vero obbiettivo è Putin. Se sono islamici a impedirla, e per di più installati illegalmente in mezzo a noi, tutti zitti. È veramente triste dover constatare la distanza abissale che ci separa non solo dai cugini francesi ma da tutto il resto dell’Europa sul terreno della civiltà della democrazia e delle libertà. Ci fanno il lavaggio del cervello perché in Bielorussia l’opposizione è imbavagliata (una cosa che collide con le manifestazioni e le dichiarazioni che ci vengono mostrate dagli stessi media) dimenticando in Italia esiste ormai una censura non strisciante e sotterranea ma spudoratamente esplicita. Ai giornalisti viene imposto un decalogo con argomenti che non si possono trattare, verità da non mettere in discussione, parole che vanno cancellate; una riedizione della congregazione dell’indice sono gli osservatòri attenti a scovare tracce di omofobia, di suprematismo bianco, di fascismo. Non abbiamo niente da invidiare al regime di Lukashenko ma reggiamo bene il confronto con la Cina.

 Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

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