Italiani senza diritto alla patria Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Italiani senza diritto alla patria

 Ci sono affetti e valori tanto universalmente diffusi da potersi considerare come “naturali” anche se vengono modellati dalla cultura. Così è per il legame che unisce i genitori ai figli o i figli ai genitori, che non toglie che vi siano figli che nutrono un sordo rancore verso i genitori, madri che abbandonano il neonato e padri che non sopportano la convivenza col figlio. Sono casi tutt’altro che eccezionali, all’interno dei quali di tanto in tanto l’insofferenza supera il livello di guardia e trova sfogo nel gesto criminale (per deformazione professionale mi torna in mente la triste vicenda familiare che segnò la vita di Giosue Carducci). 

A questo genere di affetti, tesi fra l’istinto e l’educazione, appartiene l’attaccamento alla propria terra, quella patria “madre benigna e pia che copre l’uno e l’altro mio parente”, per usare le parole del Poeta. Ed è il comune attaccamento al proprio Paese che crea il senso di identità nazionale e fa riconoscere sé nell’altro quando ci si ritrova in una terra straniera; e di nuovo mi soccorre un altro grande nostro poeta: “O mantovano io son Sordello della tua terra, e l’un l’altro abbracciava”. È la patria comune, “una d’arme, di lingua, di memoria di sangue e di cor”, e mi perdonerà il mite Alessandro se ho espunto l’altare, del quale faccio volentieri a meno.


Ma come non tutti i figli amano i loro genitori o tutti i genitori i propri figli, nessuno perché nato in Italia e cittadino italiano è tenuto ad avvertire questo come un privilegio da difendere orgogliosamente e puntigliosamente. Il radicamento nella propria terra ci lega al luogo dove si è nati e cresciuti, alla piccola patria che ci portiamo dentro e che trova la sua collocazione nell’unità della grande patria italiana; se questo legame non fosse più avvertito dalla generalità degli italiani a quel punto veramente l’Italia sarebbe solo il nome di una penisola, una mera espressione geografica. Per fortuna non è così, il sentimento nazionale è un fiume carsico che nei momenti decisivi esce prepotentemente alla luce, come nelle parole di Quattrocchi al quale qualche miserabile politicante da strapazzo ha impedito che si intitolasse una strada: “vi faccio vedere come muore un italiano”, dette mentre la sciabola dell’assassino stava per staccargli la testa dal collo.


Certo quel legame non lo avvertivano i partigiani rossi (pressoché tutti) che combattevano a fianco delle truppe slave che dopo aver devastato Trieste (Trst  je naš!, gridavano) intendevano marciare verso Udine. Né lo avvertono ora gli innamorati dell’Europa, che quella sì è solo un’espressione geografica, perché noi siamo parte di una civiltà, quella occidentale, che non ci rende più vicini ai danesi più di quanto non lo siamo ai messicani o ai canadesi. Un’Europa che si vorrebbe politicamente unita quando fino a pochi anni fa si voleva estendere fino alla Turchia (!), un’Europa dalla quale ora si è tirato fuori il Regno unito e che pregiudizialmente ha escluso la Russia. Un‘Europa in cui sopravvivono antiche rivalità, diffidenza, scoperta ostilità nonostante tutti i gemellaggi, gli scambi culturali, i programmi Erasmus tanto enfatizzati. Voler tenere insieme realtà diverse non attenua ma esaspera le diversità, pretendere che si crei artificialmente un sentimento di appartenenza è una follia. Quel che è certo è che quanti siedono a tavola nella grande mangiatoia dell’euroburocrazia, compresi quelli ai quali vengono tirati gli avanzi, hanno trovato nella greppia la loro patria ideale: si abbracciano, si sbaciucchiano, si complimentano l’uno con l’altro, consci della fortuna che li accomuna. Il loro europeismo è più che giustificato; un po’ meno lo è quello dei compagni nostrani che sguazzano nella retorica europeista, che poi si fa terzomondista, mondialista, ecumenica in un guazzabuglio pretesco, veteromarxista, globalista e iperliberista. Con questi è difficile, e forse inutile, confrontarsi. Guardano all’Italia con l’occhio dei francesi o dei tedeschi, godono per l’eccidio di Dogali, si fregano le mani pensando agli italiani impantanati sulle montagne albanesi, sono fanatici dell’8 settembre, tifano per gli abissini, per gli austroungarici, per i greci, per i russi, per i croati e gli sloveni, vogliono un’Italia piccina piccina, minuscola, buona solo a reggere la coda ai potenti di turno e a fare la pattumiera dell’Europa, meta dell’africano,  del bengalese o del peruviano che scappa dal lavoro, per il quale però non c’è Europa che tenga, perché per lui le frontiere italiche sono tanto spalancate in entrata quanto sigillate in uscita.


E fin qui sono affari loro, dei compagni, che per fortuna sono una minoranza. Ma oggi le minoranze pretendono di soffocare la maggioranza. Lo fanno le lobby gay, lo fa la casta dei parassiti di Stato, lo fa la nuova aristocrazia cialtrona di stretta osservanza piddina, lo fanno i nuovi cittadini del mondo, gli apolidi per scelta e ovviamente gli euromani, nel senso sia dell’euro che dell’Europa. Minoranze che controllano e drogano l’informazione, impongono la censura, alterano o differiscono le notizie, impongono che ci si arrovelli intorno a falsi problemi che coprono i problemi reali. Metto fra parentesi l’emergenza coronavirus, esplosa proprio nel momento in cui Conte con incredibile sicumera affermava che l’Italia ne sarebbe rimasta indenne grazie all’eccellenza del nostro sistema di prevenzione; che il nostro Paese sia il fanalino di coda dell’Europa potrebbe anche lasciare indifferente l’uomo della strada se non fosse che è anche quello in cui la forbice fra la minoranza dei più poveri e la minoranza dei più ricchi è la più ampia e continua ad aumentare, è quello in cui il ceto medio funzionale (impiegati, insegnanti, tecnici, medici ospedalieri) è semplicemente scomparso come ceto medio sociale, tanto che in un suo inciso, come cosa ormai ovvia, una titolata sociologa esternava le sue preoccupazioni per il “nuovo ceto medio”, quello con un reddito fra cento e duecentomila euro di reddito annuo. Come dire che ufficialmente in Italia il fior fiore delle persone competenti, istruite, depositarie del know-how, in pratica, la spina dorsale del Paese (e uso consapevolmente un’espressione affermatasi in tempi migliori), è costituita da disgraziati. Ma se è così questa è una catastrofe sociale, che si manifesta nell’assenza di una tutela sindacale, nel totale stravolgimento della piramide sociale, nella coesistenza di appiattimento e stratificazione, nello scollamento fra ruolo e status. Se a parità di anzianità e con gli stessi titoli di studio un magistrato guadagna cinque volte più di un professore di liceo e tre volte più di un chirurgo vuol dire che siamo precipitati nel terzo mondo. Per non dire della povertà assoluta, quella che Di Maio aveva dichiarato sconfitta col reddito di cittadinanza, che non solo è finito nelle mani sbagliate ma non ha raggiunto chi avrebbe dovuto beneficiarne e continua ad arrancare per arrivare a fine mese, a lesinare sui beni di prima necessità o a dormire in macchina. In queste condizioni, con una disoccupazione giovanile paurosa, anziani estromessi dal mercato del lavoro senza alcuna possibilità di rientrarvi, prospettive economiche allarmanti con o senza coronavirus, si continua allegramente a far sbarcare torme di africani violando spudoratamente le leggi dello Stato e calpestando il buonsenso, con l’aggravante  di tenerne nascosto il costo sociale e finanziario e di mettere in giro, l’ha fatto recentemente Emma Bonino, con la sicumera di chi è al corrente di informazioni riservate,  la bufala allucinante che gli invasori sbarcati illegalmente sulle nostre coste sono una garanzia per il nostro futuro. Al papa che invita alla solidarietà potremmo rispondere che non ce la possiamo permettere, posto anche il caso che la meritassero, ma alla Bonino che sostiene che è un affare cosa possiamo replicare? Una torta in faccia, direbbe qualcuno digiuno di galateo.


Gli euroburocrati

Che dire poi di un’altra, subdola, emergenza che affligge l’Italia: non più la crisi ma il collasso di tutto il nostro sistema dell’istruzione. Sentiamo luminari superpagati incapaci di parlare per un minuto senza incorrere  in strafalcioni, storici di chiara fama che confondono date e avvenimenti, economisti che scambiano milioni con miliardi. Proprio nel momento in cui scrivo, la giornalista della televisione di Stato  sposta Pescara nel Veneto: visto che si tratta del coronavirus l’avrà fatto per partigianeria o per crassa ignoranza? Se tanto mi dà tanto si spiegano anche i dietro front, le contraddizioni, i reciproci contrasti fra biologi, virologi, epidemiologi: quando la scuola non funziona i guasti si avvertono a distanza di tempo e non sono guasti riparabili. 

Insomma: comunque si guardi al nostro Paese  sono tante e incancrenite le piaghe che lo affliggono. Ma qual è l’emergenza da affrontare secondo le anime candide che aleggiano nei territori della sinistra? Il fascismo che torna sotto le mentite spoglie del sovranismo e col svranismo il populismo, il razzismo, l’antisemitismo, attestato dalle tremolanti scritte di qualche ragazzotto molto probabilmente rampollo di clandestini o di nuovi italiani, se non ispirato dai centri sociali filo palestinesi. E non si venga a tirare in ballo le formazioni radicali di destra che non hanno alcun interesse o alcun motivo per innescare una polemica con Israele o con gli ebrei, che, come ho più volte ribadito, non sono più, purtroppo, una presenza significativa nel nostro Paese. Invece di guardare a quegli scarabocchi, innocui nella loro stupidità e di dubbia origine, si registri quel che succede quando alle commemorazioni del 25 aprile sfila la brigata ebraica: da che parte vengono le contestazioni?

Non è una novità. La nostra storia è stata pesantemente segnata dalla presenza della Chiesa e da una sinistra antinazionale. L’una e l’altra hanno ostacolato il processo di unificazione, si sono adoperate per ridicolizzare il risorgimento, hanno fomentato l’odio verso lo Stato e quando hanno rinunciato ad attaccarlo frontalmente si sono insinuate al suo interno per infettarlo. Ogni volta che il Paese ha attraversato momenti difficili ha dovuto fare i conti con minoranze antipatriottiche che da Dogali ad Adua, da Caporetto a Guadalajara, dalla Grecia al Don, festeggiavano le nostre perdite, esultavano per le nostre sconfitte come le donne palestinesi alla notizia del crollo delle torri gemelle. Dimenticando che le decisioni dei governi possono e qualche volta debbono essere contestate ma quando i nostri ragazzi in divisa combattono per il tricolore il loro sacrificio deve essere ripagato con l’abbraccio di tutta la nazione. Avrei voluto vedere se un solo francese o un solo tedesco fosse rimasto indifferente di fronte allo scempio che gli abissini avessero fatto dei propri soldati caduti nelle loro mani ed esercitarsi nell’accusa al proprio esercito di usare i gas o i proiettili dum dum;  ma il disfattista che parteggiava per il nemico guardava lontano,  al regno dei cieli o al sol dell’avvenire, era lì la sua vera patria. 

 La foga antinazionale fa perdere la trebisonda e provoca scivoloni storici anche a chi non se li potrebbe permettere: la Venezia Giulia, al pari dell’Istria e della Dalmazia erano e restano terre italianissime,  strappate alla Patria per rendere omaggio a Tito, e chi intende legittimarne la perdita come una restituzione del maltolto, come se fossero state occupate dall’imperialismo italiano, dovrebbe sapere che non sono mai state terre slave:  slavi erano gli invasori incoraggiati dall’Austria - e prima, con altri intenti, da Venezia -, venuti da est come migranti economici per coltivare le terre incolte e istallati a ridosso delle città marinare, molti dei quali si erano felicemente integrati  con gli italiani. Ricordo, a questo proposito, che Niccolò Tommaseo, tanto italiano da essere autore del primo e più autorevole vocabolario della nostra lingua, era il simbolo vivente, lui figlio di un dalmata italiano di antico lignaggio ma con madre di seppur remota origine slava, Chessevich si chiamava, di quella integrazione; integrazione degli slavi, i nuovi venuti, con gli italiani e non viceversa. 

I russi si sono liberati del comunismo ma non rinnegano la loro storia. Francesi inglesi o belgi non si sognano nemmeno di condannare il loro secolare passato colonialista, fatto di stragi, deportazioni, riduzione in schiavitù, condito con la teorizzazione della superiorità non della civiltà ma della razza bianca e della inferiorità, al limite del subumano, delle altre razze. Gobineau, detto per inciso, non era tedesco ed era nato qualche anno prima di Hitler. 

Noi ci dovremmo flagellare per aver cercato di contenere la pressione anglofrancese sul mediterraneo, ci dovremmo flagellare perché con tutto il mondo in fiamme anche l’Italia fu coinvolta nella guerra che non per niente si dice mondiale, ci dovremmo flagellare perché quella guerra l’abbiamo persa, ma guai se si fosse vinta, ci dovremmo flagellare perché il nostro debito pubblico è insopportabile ma nessuno si chiede chi ne ha beneficiato, e non sono certo gli insegnanti o i medici o gli operai peggio pagati d’Europa. 

E mentre i tedeschi glissano  sul loro passato nazionalsocialista e quando attaccano la destra nostalgica parlano di “Faschismus” (!), i cechi scherzano sul comunismo che pure ha schiacciato il loro Paese con un tallone di ferro e tollerano tranquillamente l’esistenza di locali nei quali senza pudore si celebrano lo stalinismo e i collaborazionisti, con tanto di gigantografia di Antonin Novotny, agli italiani  si impone di rimuovere un ventennio della loro storia che, a ben vedere, ha segnato il picco della cultura, dell’arte, della scienza e della tecnologia italiane nel mondo. Il povero giocatore di calcio che dopo aver letto il passaggio di un discorso in cui il Duce, un secolo fa, paventava che i cinesi avrebbero sommerso l’occidente con prodotti a basso costo e con epidemie aveva twittato la sua ammirazione per la sua preveggenza, è finito nella bufera come se avesse profanato il sancta sanctorum della democrazia.

E mentre belgi, lussemburghesi, danesi perseguono il loro interesse, la Merkel, ora imbambolata, per oltre un decennio ha imposto sull’Europa l’egemonia tedesca portando a compimento il progetto di Adolf, Macron, secondo una vecchia consuetudine, cerca di coprire il disastro della sua politica interna col protagonismo in quella estera, mentre gli inglesi hanno recuperato la loro insularità, noi, figli di un dio minore, dobbiamo vergognarci della nostra miserabile patria, dobbiamo spogliarci della nostra identità, ci dobbiamo struggere per la grande madre europea altrimenti siamo “sovranisti”, che brutta cosa, che parola odiosa. Anche la grande stampa francese o tedesca accenna con disgusto al sovranismo e a chi lo rappresenterebbe, Salvini in testa, perché la sovranità appartiene alla Francia, appartiene alla Germania, appartiene anche al Lussemburgo o al principato di Andorra ma all’Italia no e chi in Italia si azzarda a rivendicarla è un maledetto sovranista. 


Mi chiedo come si sia potuti arrivare a questo punto. Preti e comunisti sono l’infezione che guasta il corpo del Paese, ma i suoi anticorpi l’avevano contenuta finché non sono intervenuti l’Europa e la globalizzazione a renderla più virulenta. Molti comunisti in un passato ormai lontano erano sinceramente patrioti e così come soffrivano la soggezione a Mosca avrebbero ben volentieri messo una pietra sopra il protrarsi della lacerazione del Paese che i Custodi della Resistenza volevano e vogliono perpetuare, e, dal canto loro, i vecchi democristiani non erano contaminati dall’integralismo cattolico e dall’ecumenismo. Basta per i primi ricordare Violante e, quanto ai secondi, senza scomodare De Gasperi, non si può negare a uomini come Gronchi o Ciampi - mi si passi il campanilismo toscano - al di là della ridondanza retorica, senso dello Stato e amore per la Patria, nonostante la loro formazione cattolica e la militanza Dc.

Ha perfettamente ragione Diego Fusaro, che magari non sarà un vero filosofo ma è indubbiamente un uomo intelligente e non intruppabile: perché il popolo possa essere sovrano, occorre che lo Stato stesso sia sovrano sul piano economico, monetario, politico, geopolitico e militare; se si sopprime la sovranità dello Stato, si annulla la sovranità nello Stato. Non ho messo le virgolette perché faccio mie queste parole e vorrei che fossero condivise e fatte proprie da tutti gli uomini di buona volontà del nostro come degli altri Paesi.

 

Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 

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