Dello scrivere locale Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Dello scrivere locale
 Noi piccoli scrittori della domenica siamo tutti disperati. Nel senso letterale del termine: senza speranza. Gettiamo la nostra Opera Immortale nel grande marasma della carta stampata senza nulla pretendere, se non una piccola notorietà condominiale. 

Quando ci capita che il salumiere ci riconosca come scrittori, noi si resta un po’ terdocchi, sorpresi, spiazzati. Ma anche molto inorgogliti. È perché non ce lo aspettiamo.


 

Talvolta incontriamo persone gentili, preziose, che ci trattano con un riguardo non comune. È accaduto a me, or non è molto, quando una ex collega di lavoro che dice di leggere con profitto tutto quello che scrivo (ciao Carmen) mi ha detto di aver donato di sua volontà una copia di un mio libro alla Civica Biblioteca Cittadina. Cosa l’abbia spinta a questo atto mi sfugge. Non posso che esserne commosso. Io stesso non l’avevo ancora fatto. Mi ripromettevo di perpetrare la mia preziosa opera con una donazione, ma rimandavo, temporeggiando, non sapendo bene se fosse o meno il caso di presentarsi al bibliotecario con un libro da inventariare, raccogliere commenti e ringraziamenti; oppure spedirlo semplicemente, distrattamente, come se l’Opera fosse un attributo pervenuto di sua volontà in biblioteca. Insomma, pensavo: mi si nota di più se ci vado o se non ci vado, parafrasando il mitico Moretti.

Sono poi capitato in biblioteca, per altre faccende (non è vero: ci sono andato apposta a vedere se ero in catalogo) e ho curiosato distrattamente (non è vero: ero concentratissimo) tra le varie novità. E che ti vedo su un espositore alto e ben visibile? Addirittura la mia Opera. Ah, che soddisfazione! Prendo il libro, lo guardo. È stato rifasciato con una pellicola trasparente, come suole. Evidentemente sanno che l’alto numero di lettori condurrà presto il volume ad un’usura inguaribile: tanto vale prevenire, mi pare giusto.

 


 

Osservo pure il numero di catalogazione e mi attira una sigla, prima del numero. 

“Narrativa LOCALE”, come dire sì, vabbè, sarà pure un bel libro eh, per carità… Però, sai, si tratta di uno di quegli autori disperati, uno di quegli scribacchini a tempo perso: operai, carpentieri e panettieri di cui le librerie locali abbondano, letti quasi solo da salumieri e colleghi di lavoro che, disperati, non possono esimersi. Insomma, roba locale, come dire roba dell’orto, nostrana, buona eh, perlamordiddio, però rustica, ruspante, semplice, cui occorre essere un po’ abboccati per non bruciarsi, come certe melette un po’ selvatiche, dure e lucide che manco i bachi le corrompono. O certo vino, ricavato da uve non proprio al massimo grado della loro possibilità di maturazione, capace, quel vino, di alzarti un pelo ispido sulla lingua e solcarti l’esofago inesorabilmente. Ecco, roba così. 

Va bene, va bene tutto. Va bene che una persona veicoli un mio libro in biblioteca, va bene che lo accolgano, va bene (grazie tante) che venga anche messo il bella evidenza. E va bene anche, per parte mia, di scherzarci un po’ sopra, che non è senz’altro questione importante o che importi a qualcuno.

Però una riflessione seria, ora, devo farla. 

 


 

Esiste una Storia Locale. Essa è la storia dei luoghi periferici, dei borghi, delle valli. O anche di una cittadina in particolare. Lo storico locale affonda la sua perizia come una vanga, in profondità. Conosce ogni minuzia, ogni briciola pure trascurabile di quel tale posto. Questo è un esercizio meno disperato di quello meramente narrativo. Chi fa Storia Locale sa di lasciare una traccia che verrà, prima o poi, ricercata, rivista, ridiscussa, citata da chiunque in futuro parlerà ancora di quel borgo, di quella chiesa, di quella vallata. 

Non esiste una matematica locale, una geografia locale, una fisica locale, una ragioneria locale, un solfeggio, un astronomia, una medicina locali.

La narrativa è, o non è tale. Mi si può dire che la narrativa locale è quella che dipana vicende all’interno di un teatro locale, di un territorio in particolare. Come dire che quella faccenda dei due sposi su quel ramo del lago è da considerarsi locale? Come se le vicende del nobile arrampicato per la vita sugli alberi fosse anch’essa locale? Con questo non vorrei mai e poi mai sottendere che un mio scritto sia assimilabile altro che per la forma materiale, con uno degli scritti degli appena nominati. Ma vorrei far notare che non esiste la narrativa locale. Al massimo si può distinguere in bella e brutta (al di là e al di sopra della distinzione in generi: giallo, storico, filosofico, pornografico o quant’altro). 

La questione è tutt’altro che chiusa e determinata: come dovrà catalogare le opere dei narratori locali la locale biblioteca? Ecco, già qui si profila una possibile soluzione: il narratore è locale, non il narrato. La casa editrice è locale, non l’edito. In ogni caso andate a cercare i miei libri in biblioteca, pensate che sono gratis, accessibilissimi, che ci sono persone gentili e simpatiche che possono aiutarvi a scegliere un buon libro, locale o meno. Basta che sia mio. 

     ALESSANDRO MARENCO

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