Costruire orologi, scacchiere e pianoforti Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Costruire orologi, scacchiere e pianoforti

 Mi sorprendono e mi donano grande piacere i fiori nati fuori dalle aiuole. Succede a volte che nonostante il giardiniere coltivi con precisione e dedizione quel tale appezzamento, il caso (un colpo di vento, un animale, una caduta accidentale) faccia sì che a tempo debito si veda risplendere un fiore dove non dovrebbe esserci. E proprio perché fuori dal previsto, appare ancora più bello e prezioso. Così accade spesso nella vita: una cena fra amici raffazzonata con quel che c’è in casa (pochi avanzi) ma tanto calorosa nei sentimenti da restare memorabile e donare buon sapore anche a piatti miseri. Oppure l’incontro fortuito con un animale che ci degna della sua attenzione: un cane simpatico, un gatto coccoloso, uno scoiattolo curioso. O anche come quando si va in ferie: ci si programma un percorso e un orario, poi, per un contrattempo, salta tutto per aria, e si scoprono involontariamente cose e persone magnifiche, indimenticabili. Pare fosse John Lennon a dire che la vita è tutto quel che ti capita mentre sei impegnato a programmarla, o una cosa simile.

 


Ultimamente ho ripensato alla scuola dove mi sono diplomato in meccanica industriale. A suo tempo ci chiedevamo come mai il piano di studi di una scuola tecnica comprendesse così tante ore di letteratura italiana. Perché era così assiduo l’Alighieri e gli altri nomi noti? Perché il Manzoni? Siamo qui per imparare modi e tempi dell’industria, macchine e diagrammi ferro/carbonio, e non le belle lettere. Perché perdere tempo con la letteratura e la storia?

Questa domanda andavamo ripetendocela tra di noi, non sufficientemente coraggiosi per sottoporla al nostro professore d’italiano, Ernesto Billò, rigido docente preparatissimo e instancabile educatore. Potevamo però portarcela dietro in officina. Le quattro ore settimanali di OMU (Officina Macchine Utensili) erano le più gradite a noi tutti. Sia perché si usciva dall’aula; sia perché si stava in una vera officina ricca di macchine e di spazio, dove ognuno era responsabile del suo tornio e del pezzo che vi stava serrato; sia perché il professore di officina (Gasco) e l’assistente (Pollano) erano persone ragionevoli e tolleranti, e lasciavano a noi il tempo per fare e per sbagliare, e anche per studiare altre materie, fosse stato il caso. Pollano, in particolar modo, era un piccoletto burbero, senza un occhio, duro nelle espressioni e nelle raccomandazioni, sempre in piemontese. Lavorava spesso ad un suo tornio personale, il migliore dell’aula. Quando lo si chiamava borbottava, ma sempre interveniva, sosteneva, spiegava, dilungandosi il più possibile sulle operazioni, sulle macchine, sui metalli. Non ne avevamo paura, ma sicuramente lo tenevamo in riguardo. Ci pareva, a noi studentelli, come un arcaico rappresentante di una classe di operai ormai estinta, che avesse letteralmente costruito tutto quello che era venuto dopo di loro. In effetti, il nostro Pollano, era stato stampista (lui, con un colpo di calembour, diceva in dialetto: “Mi sun sta ‘npista, cume ‘na Ferrari!”, cioè: io sono ‘stato in pista’, come una Ferrari) alla Fiat, poi l’incidente, l’invalidità e il lavoro tranquillo in un’aula scolastica. Pareva un uomo semplice, casa e lavoro, sobrio, grigio, quasi indifferente o apatico. Salvo poi scoprire che costruiva e riparava di tutto, costruiva scacchi e scacchiere, comprava vecchi pianoforti scassati, li smontava, li riassemblava e li suonava, per il gusto di suonarli. Era dunque una persona che non ci si aspetta di trovare. Non da meno era il professor Gasco, rettore dell’officina. Uomo di grandissima preparazione teorica e matematica, conosceva variabili, coefficienti e tolleranze a memoria. Ma tutti speravano non capitasse mai che il professore mettesse le sue mani sul pezzo in lavorazione! Non si sarebbe salvato il pezzo, l’utensile e talvolta l’intera torretta o il mandrino del tornio.


Uomo di discreta mole e di età più che matura, disposto all’ascolto, al riso e al compromesso, se ti coglieva (come sempre ci coglieva) a fumare fra i torni, si limitava a puntarci contro un indice e a fare “bum” con la bocca, esclamando poi: “Beccato!”. Noi mettevamo via le sigarette e tutto finiva lì. Gasco era sempre disposto a darci retta e a stupirsi di quel che gli si andava raccontando. Pareva, ad un primo sguardo, anche lui un tipo piatto e tranquillo. Dopo pochi mesi eravamo venuti a sapere delle sue passioni prepotenti: gli orologi dei campanili (ne aveva ricostruito uno in garage) e i telescopi, di conseguenza l’osservazione del cielo nelle sue varie espressioni. Si narrava che avesse sottratto nottetempo al frigorifero di casa il cassetto di plastica per la verdura, che si adattava perfettamente ad un meccanismo ad orologeria da lui assemblato in giardino e che non avrebbe dovuto prendere l’umidità della notte. Tutto di nascosto dalla signora Gasco, che non s’era data una spiegazione per quella mancanza. O forse sì, visto che se l’era sposato.

Proprio a Gasco avevamo chiesto ragione di questo enorme dispendio di tempo scolastico per studiare i classici ed esercitarsi nella lingua. Lui s’era stupito (come sempre, d’altra parte) e ci aveva tenuto un breve sermone, molto utile, chiaro e ragionevole, come sempre, che io qui cercherò di riassumere:

“Secondo voi qual è la materia scolastica più importante che si insegna qui all’ITIS?”

Alcuni dissero meccanica, altri macchine a fluido, altri matematica, altri il disegno tecnico.


 “Si, va bene, tutte materie importanti. Ma la materia principale è l’italiano. Quando uscirete di qui cercherete un lavoro. Bene, se farete un concorso la prima prova sarà il tema d’italiano. Se non sapete fare quello, neanche vi chiamano agli orali o alle prove tecniche. Se invece andrete a un colloquio verrete giudicati anche per le conoscenze tecniche (ma quelle lo sanno tutti che le imparerete sul campo), ma più che altro per la capacità di capire e di farsi capire, cioè di parlare compiutamente la lingua italiana. E se vorrete andare a lavorare all’estero, per imparare una lingua sufficientemente, dovete prima conoscere bene quello che volete dire nella vostra. Studiate tutto, dovete studiare tutto. Ma l’italiano è la materia che dovete studiare meglio, perché vi servirà sempre, anche dopo che avete trovato lavoro, per saper leggere un giornale, un contratto da firmare, una lettera. Il resto delle materie, se non lo imparate ora, avrete modo e tempo di approfondirle. l’italiano no, dovete impararlo adesso, e migliorarlo sempre”.

La settimana seguente era tornato alla carica, aveva ancora qualcosa da dire su questa storia: “A voi piace – ci aveva detto prima di cominciare la lezione – sentire i discorsi di officina, di montaggi, di bulloni e flange, di ingranaggi e cuscinetti. E allora vi do un consiglio di lettura. Da qualche anno è uscito un libro che è un omaggio a tutti i meccanici militanti, si chiama: “La chiave a stella” ed è di Primo Levi, quello che è stato ad Auschwitz e ha scritto “Se questo è un uomo”. Ma questo libro è diverso dal precedente. Provate un po’, vedrete che vi piacerà”.


Non provammo, in verità. Poiché la maturità ci pressava da vicino e tutti parlavano di Pirandello e di Silone. Passata la scuola, finito l’esame, ci perdemmo di vista. Ognuno di noi studenti se la sbrigò a suo modo con l’anno di naja, la ricerca di un lavoro, o altre sventure.

Sei o sette anni dopo capitai in una libreria. Leggevo distrattamente i titoli delle costole dei libri. Per caso lessi: “La chiave a stella”. Toh, pensai, guarda qua Gasco. Solo per affetto e buona memoria verso il professore me lo portai a casa. Non lo presi seriamente: leggevo pochissimo e di malavoglia. Le parole sulle pagine erano pesanti e rivolte a qualcun altro che non ero io. Ma questo libro era diverso! Parlava a me, proprio a me, conoscevo i personaggi, conoscevo in qualche modo l’emozione del costruire, del realizzare a partire da un piano, da un progetto. Io da totale neofita, sia chiaro. Faussone (il protagonista) da scafato costruttore di tralicci e torri di condensazione. Ma era il modo di narrare che mi aveva colpito: quelle parole scorrevano bene, come un carroponte, senza intoppi e salti. Occorreva nutrirsi di altre parole della stessa fonte. Non mi fermai finché non ebbi concluso tutto quello che era possibile trovare di Primo Levi. Svegliata (o risvegliata) la curiosità e la fame di storie e di parole non mi sono più fermato. Ma questa è un’altra storia.


Quello che mi rimane chiaro, vivido e affettuoso, è il ricordo di Gasco e Pollano, due docenti incaricati dell’insegnamento più squisitamente materiale, fisico e tangibile, erano riusciti a trasmettermi (e pure a distanza) alcuni insegnamenti, fondamentali nella mia modesta esistenza.

Sì, la lingua italiana mi è servita, sempre, come a tutti i miei compagni. Più della meccanica o del disegno tecnico (che gl’ingegneri mi perdonino). Sì, bisogna coltivare passioni nella vita, come guardare le stelle o comprendere gli orologi. Sì, bisogna suonare un pianoforte, o un altro strumento, non tanto per essere dei veri musicisti, quanto per impegnare la propria mente in qualcosa di altamente creativo e scarsamente produttivo. Ed è perlomeno curioso che io, oggi, ricordi con tanta chiarezza l’insegnamento di due persone neppure laureate (come invece erano tutti gli altri docenti di quella scuola) che amministravano una materia sicuramente secondaria, o ritenuta tale. Insegnamento che non riguardava neppure strenuamente la loro materia, ma buoni consigli di vita, dati con l’esempio e con poche parole piane e chiare, che mi appaiono oggi splendide, come un fiore nato fuori da un’aiuola.

         ALESSANDRO MARENCO

 

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