In veglia, per il bene della memoria Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
In veglia, per il bene della memoria

 C’erano numerosi vantaggi a passare l’estate con mia nonna, a Giusvalla. Intanto s’era alcuni cugini coetanei, poi ci si ritrovava allo stato brado: poco seguiti, poco lavati e poco vestiti, tutte cose che i ragazzini apprezzano da sempre. Con i nonni, si sa, si possono fare cose straordinarie, memorabili, avvitate profondamente in qualche recesso della memoria, ricordi attivati da gusti, odori, sensazioni, misteriosamente scomparse. 

I campi sono luoghi perfetti per i bambini. Non fanno danni e non possono farsi danni. E infatti un antico adagio di questi boschi recita: “Fiòi e liam stan ben ed ma en ti campi” (bambini e letame stanno bene solo nei campi). I prati, oltre ad essere un evidente ottimo campo gara per corse, agguati, partitelle di calcio o di palla in genere, sono uno spazio didattico fondamentale: un formicaio fornisce un’occasione singolare per l’osservazione del mondo degli insetti, dove, tra l’altro, si può sperimentare la reazione delle formiche a vari eventi esterni. La presenza di briciole (sottratte generosamente alla marenda) causava un repentino accumulo di terra di scavo, provocato da un improvviso allargamento dei magazzini ipogei. Ci si può fermare a guardare, affascinati, una formichina che trasporta una enorme ala di libellula, con dura fatica e pena. Ma il prato tutto, si scopre, è percorso da movimenti, fili d’erba  e piante diverse, zone umide o secche. Si trovano frutti spontanei, funghi, erbe buone da masticare e sputare lontano.


Il fiume è ancora più affascinante: pesci da pescare (rigorosamente a mano), bisce da inseguire, sassi da lanciare e soprattutto divieto di bagnarsi da infrangere, per cui si pensa tutto il tempo a causare un’emergenza con la quale giustificare il bagno nel fiume fuori del tempo prescritto.

Più tardi si può consumare la cena di fuori, sulle scale, con l’ultimo sole estivo e l’aria immobile. A quei tempi (pare poco, ma son passati una quarantina d’anni) era impossibile mangiare senza che fosse passato qualcuno, anche in aperta campagna. L’etichetta imponeva che a chiunque venisse posta la stessa domanda: “Te ne fa piacere?”. Di solito il chiunque rifiutava gentilmente, dicendo che stava per andare pure lui a tavola. Ma guai, guai a non offrire, e soprattutto con la formula arcinota. Mia nonna aveva un suo modo di porgere, per cui a un conterraneo la formula veniva bene in dialetto (“Ut na’n fa piascì?”) ma ad un estraneo cittadino andava un antico “voi” (“Ve ne fa piacere?”) e se fossero stati in due un ancor più arcaico e commovente “loro” (“A loro ne fa piacere?”).

Stanchi, impolverati, con le ginocchia sbucciate e la pelle ustionata che veniva via a larghe falde, dopo cena, veniva il momento più bello e intimo. Non c’era televisione e la nonna aveva il dovere preciso di intrattenere i fanciulli. Immagino il sollievo di quella donna quando alla porta, appena sceso il buio, arrivava in veglia Dorina, o Linardin, o Sistin, o Giuseppe, o Dovardo, o Bacicin, o Delaidina, o Pierino, o Giulia, o Pallina. Chi, sempre a piedi, poteva raggiungere la casa vicina l’avrebbe fatto, aspettando il ricambio della visita.


Si creava un’atmosfera magica, rarefatta e indescrivibile. Le parole che volavano nella penombra erano sempre parole buone, si adagiavano sul fondo della stanza e nelle nostre coscienze con la buona creanza di un pellegrino in chiesa. Anche quando erano racconti di terrore, di spiriti, di orchi. Perché alla fine dell’orrore c’era sempre un sorriso, una battuta dissacrante, un ridimensionare l’abisso, in vista del prossimo sonno.

Tutta quella gente in casa con noi (o talvolta noi, in casa da loro) avevano davvero visto eventi memorabili, su varie dimensioni: due guerre mondiali, l’emigrazione, l’influenza spagnola, il fascismo, i nazisti, l’arrivo della democrazia, le fabbriche con le loro malattie e il loro benessere. Allo stesso tempo erano vissuti in ere memorabili, in cui si trovavano bolate di funghi colossali, si pescavano facilmente pesci enormi, si trovavano cannoni pieni di oro, abbandonati nei boschi a suo tempo dai francesi. Avevano vissuto una vita grama, di fame e fatica, ma ogni tanto, misteriosamente, si ritrovavano al cospetto dell’evento miracoloso, rappresentato più di sovente da un apporto alimentare cospicuo, sopraffino e irripetibile. Ma anche da un salvamento più precisamente dovuto a un’intercessione divina, per cui non si contavano i fanciulli salvati dal pozzo, dal dirupo, dal morso di serpente. O gli adulti che se l’erano cavata dal rovesciamento del carro, da una bestia imbizzarrita, da un morso di cane rabbioso.

Ora che lo so, riconosco anche un altro fatto: lo sapevano raccontare. Ogni sera si andava in scena con queste storie già sentite, patrimonio ormai di tutti, ma che valeva sempre la pena riascoltare. Il narratore, la narratrice, esordivano avvisando: “Ve l’ho mai contata quella di…”, e noi, tutti, ci si guardava stupiti, annunciando che no (bugiardi), non ce l’avevano mai contata. Il narratore evocava dunque luoghi, tempi e persone non mai conosciute direttamente, ma imparentate, legate alla nostra terra, a terze persone conosciute. Poi passavano all’interpretazione: ora si alzava il volume, ora si commentava sottovoce. Ora si fingeva la voce di un orco, ora la chioccia parlata di una vecchina, talvolta si accennava un ritornello di una vecchia canzone. Il silenzio si intrometteva tra una parola e l’altra, ed era un silenzio perfetto, sembrava proprio che tutta la casa, il cortile e i notturni animali del bosco fossero tutti immobili e allibiti, intenti a comprendere come sarebbe mai andata a finire quella storia arcinota e ascoltata almeno cento volte.


Nel giro di pochi anni le parole sono diventate colte, riformate dalla scuola e forse ancora più dalla televisione. Hanno assunto e continuano ad assumere forme spigolose, talvolta taglienti. Fanno fatica a farsi strada nel chiasso delle troppe parole spese, per cui devono essere urlate forte, accompagnate da altre manifestazioni estetiche.

E poi, fortunatamente, la mia generazione ed i miei contemporanei, hanno poco da raccontare. Mio nonno accennava talvolta al Carso, alla trincea. Mio padre ricordava i rastrellamenti dei tedeschi. Mia nonna ricordava il sollievo della campana suonata per annunciare la fine della guerra (la Prima). Mia madre del suo primo lavoro in paese, lontano dai boschi. E io, cosa posso avere da ricordare di mio? Lo sbarco sulla Luna? La vittoria dei mondiali di calcio? Una bomba in una stazione affollata? Però questi non sono ricordi miei, ma vicende raccontate con altro linguaggio da strumenti di informazione di massa, acculturati e precisi. Ed io non devo raccontarli a nessuno, non devo digerirli, reinterpretarli, farli miei. Sono patrimonio comune, condiviso, al sicuro dentro una memoria digitale, per cui abbiamo finito di occuparcene.

Alcuni ragazzi di vent’anni hanno perso completamente queste cognizioni, per cui i nefasti simboli della sedicente repubblica di Salò sono per loro uno sberleffo, uno scherzo crasso e coraggioso, da esporre proprio nel luogo dove la memoria di quei fatti è ancora vivida, mi riferisco a Marzabotto, e al calciatore cafone.

E così non avendo noi nulla da raccontare di nostro, non raccontandolo quasi mai, abbiamo anche perso la capacità e il culto della narrazione, dell’affabulazione, del piacere di intrattenere con una storia, talvolta anche rammendata, corretta, rimpastata con altre storie, ma che ci appartiene completamente.

Le persone che non sanno raccontarsi sono prossime a scomparire.

      ALESSANDRO MARENCO

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