Boschi, dunque natura, dunque parchi Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Boschi, dunque natura, dunque parchi

 Me l’aspettavo, dico la verità. Prima o poi qualche politico avrebbe proposto il Parco Naturale delle Valli del Bormida. Il primato va a Christian De Vecchi, vicesindaco carcarese. Pare che si darà da fare per un tavolo programmatico, sondando i pareri degli esperti in materia per realizzare il detto parco e valorizzare il territorio.


 

Come sempre parlo da incompetente, però mi fido abbastanza del mio buon senso, per cui alzo le antenne davanti a certe dichiarazioni, cercando di spogliare gli annunci dal soverchio e guardare al sodo.

Parco vuol dire vincolo, parco vuol dire fare di meno, e non fare di più. Parco (per come lo intendo io, ma suppongo anche per come lo intende la legge) vuol dire conservazione e non sfruttamento.

A quanto ne so (letto il comunicato dell’Associazione Wilderness) chi è finito, suo malgrado, a risiedere in un parco non sembra molto contento (Parco di Piana Crixia).

Qualche sera fa parlavo con un amico appassionato di Tirolo. Appena può, ci va. È affascinato dal paesaggio, dalla gente, dalla cucina, dal paesaggio sia umano che naturale. E ti credo: in effetti tutto il Tirolo è bellissimo, tanto italiano che austriaco.

Mi diceva di essere entrato in confidenza con alcuni amministratori tirolesi. Questi gli hanno illustrato il loro modo di procedere per “promuovere” il territorio. La civiltà tirolese (infinitamente più ricca di risorse che non quella della nostra povera Valbormida) è fondata sul maso chiuso. Non staremo a spiegare cos’è il maso chiuso. Chi non lo sa s’informi. Diciamo solo che “maso” equivale grossomodo a “cascina”.


L’amministratore dice dunque: se voglio proteggere e promuovere questo modello, devo assolutamente fare alcune cose, come: garantire la mobilità (strade sgombre, frequentabili, fino alle più piccole frazioni. Anche non asfaltate, ma ben fatte e larghe); garantire servizi (corrente, acqua, connessione internet); studiare leggi (regionali?) che permettano di fare attività agrituristica complessa: non tanto stanziamenti, ma possibilità di realizzare progetti con poca burocrazia e poca spesa; fare in modo di agevolare il lavoro dipendente entro i venti chilometri dal maso. Se mancano questi prerequisiti, dal maso, dai masi se ne vanno tutti. Se queste condizioni ci sono, o sono in divenire, la gente resta nel maso, lavora, coltiva, alleva, vigila sulla montagna, tiene in ordine sentieri, fonti, passeggiate, chiama turismo, la montagna è viva e utile (all’uomo). A partire da questo si può poi decidere di destinare zone specifiche allo sport, all’outdoor, o anche alla protezione naturale di una certa zona.

Le nostre “cascine” potrebbero pure ispirarsi a questi modelli. Anche se occorrerà fin da subito non farsi illusioni. Ma chissà: forse varrebbe la pensa pensarci.


Una casa sul Settepani, sul Montenotte, sul Ronco di Maglio, oggi come oggi, è praticamente un debito. Ma forse, con tutti i servizi, con le concessioni per fare ospitalità, agricoltura tradizionale, allevamento tradizionale, magari qualche famiglia potrebbe pure viverci. E sicuramente in modo più dignitoso che non con contratti precari da sei mesi, in catena di montaggio.

Non è facile eh! Ci mancherebbe. Se fosse facile l’avrei fatto io. E invece io faccio altro, e nel tempo perso commento i fatti del giorno. Altrettanto vero che a fare gli amministratori non sono stati obbligati da nessuno. Che si azionino, dunque!

“La protezione del territorio” è una definizione vaga, che può essere riempita di troppe cose. Ripopoliamo questo territorio, con poche norme chiare di protezione, basate soprattutto sul buon senso: abitare un bosco può arricchire il bosco stesso. Proteggerlo, blindarlo, può anche diventare un nodo scorsoio.

ALESSANDRO MARENCO

 

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