Urbanistica carcarese /2 Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Urbanistica carcarese /2

Sulla nuova circonvallazione di Carcare, (quella nata ANCHE per agevolare i movimenti dei grandi mezzi con la Noberasco, con gli impianti Bagnasco e con le attività produttive della Bormida di Pallare) si può assistere a una serie di visioni urbanistiche interessanti, che trovo utile sottolineare in qualche modo. Proprio di fronte a Noberasco c'era un triangolo di terra pressoché abbandonata. lo scrivente se n'era occupato tempo fa....QUI     


Nell’articolo si diceva tra l'altro che se non ci fossero state idee a riguardo, mi sarei permesso di lanciare un presuntuoso progetto, ove destinare l'area all'uso della popolazione. Un po' di parcheggi, un po' di giardini pubblici con i giochi, uno spazio per i cani a spasso con i loro padroni, magari un teatrino all'aperto, uno spazio di aggregazione. La raccomandazione di fondo era fare opere di buona qualità, ma soprattutto non troppo "pesanti" come impatto, non con la presunzione di essere eterne. Demolendo poco, versando poco cemento. Sarebbe stato bello, dicevo, conservare quel grosso salice, portatore di ombra, bello a vedersi, che da solo avrebbe potuto fare mezzo giardino. Bene, poco tempo dopo il salice è stato abbattuto, l'area recintata e abbandonata a sé stessa. Sono sicuro di non essere una delle cause di queste azioni, credo che la cosa sia avvenuta per combinazione, già programmata da tempo. Ma tutto sommato non importa: quel che conta è un area reclusa e ingombra di erbacce, che mi sarebbe piaciuto vedere diversa. Si, certo, quella è un’area privata, e il proprietario la usa come vuole. Ci mancherebbe.

Poco oltre, procedendo verso Savona, ci troviamo a sinistra un grosso condominio nuovo, armato di ponteggi. Alberga, al suo pian terreno, erbacce vecchie. Da ormai qualche anno versa in queste condizioni. Dispiace cordialmente vederlo così. Non so di chi è, non so quali sono le cause. Ma l'edificio è lì, uno scheletro di una balena spiaggiata. Poco dopo, a destra, c'è il vecchio mulino. Attualmente si è aperto un cantiere per la ristrutturazione e il recupero funzionale dello stabile. Il progetto prevede un ristorante ed un albergo. Immagino, vedendo le prime demolizioni, che si tratterà di una operazione piuttosto pesante, con delle complete ricostruzioni.

Mi è venuto da chiedermi come mai per un verso abbiamo un condominio in costruzione ormai da anni, e dall'altra parte della strada un progetto di recupero che sta procedendo a grandi falcate, non solo come edilizia, ma anche come volontà di recupero di un pezzo di storia del paese (a quanto dicono i promotori), per cui verrà salvata (a quanto pare) anche la ruota del mulino. Ma poi mi sono reso conto che è lo stesso problema che si pone poche centinaia di metri prima: il colosso Noberasco ha davanti un'area abbandonata; il mulino recuperato avrà, se continua così, un condominio abbandonato, degradante. Come detto prima, si tratta di aree private e ognuno fa quel che vuole. Ma comincio a non essere troppo d’accordo con questo tipo di liberismo.

Due riflessioni: la nostra visione del mondo è limitata dai confini fisici che ci siamo dati. Spesso, oltre il confine, non c'è niente, niente che ci riguardi. Ed è grossomodo il metodo di costruzione delle più ambite ville dei nostri paesi: bellissime, isolate da muraglioni, siepi, cancelli elettrici, antifurti, cani feroci. Fosse possibile il padrone di casa ci vedrebbe bene pure una trincea e una torretta con tanto di guardia armata. Quel che c'è fuori non lo riguarda. Il mondo è brutto e pericoloso, per cui meglio costruirsi una enclave di pulizia, ordine, diritto, benessere. Allo stesso modo i piani urbanistici consentono un recupero di una antica struttura (bene, bello, ma vedremo poi il risultato) accanto a strutture semiabbandonate. Oppure un grande magazzino di frutta secca, moderno e funzionale (un vero pugno nell’occhio a livello estetico) accanto a un recinto di erbacce e rumenta.


Credo che la prima lezione di urbanistica dovrebbe raccomandare che il borgo, il paese e anche la città, sono unità di aggregazione. Unità, vuol dire che dovrebbero essere unite, un solo oggetto caratterizzato da svariate specializzazioni, forme, caratteristiche e funzioni. Per fare in modo che resti una unità, bisogna curarsi di tutto il paesaggio, tutto il visibile. Detestabile sarebbe un paese in cui accanto ad una megavilla lussuosa, ci fossero delle baracche. La soluzione rapida e stupida è demolire le baracche e spostare i baraccati nelle baraccopoli (cosa che avviene nelle grandi città e in molte parti del mondo). La soluzione corretta e intelligente è creare le condizioni perché nessuno debba abitare nelle baracche, ovvero che queste siano un modello di abitazione non disdicevole, di uso limitato nel tempo e nello spazio.

Veniamo da anni in cui alcune fabbriche, qui in Valle, hanno potuto sversare in aria e in acqua quasi tutto quel che gli faceva comodo, e la scusa era sempre la stessa: il lavoro. Per il lavoro alcuni si sono ammalati, alcuni sono addirittura morti.

Oggi (apparentemente) non abbiamo più questo genere di problemi. Però accampando come scusa principale il lavoro ci ritroviamo a compromettere un altro patrimonio notevole: il paesaggio.

Quello che vediamo ogni giorno dalla nostra finestra, quello che vediamo (noi, e ancora di più i nostri figli) passando in auto, ci forma inevitabilmente l’esperienza. Vivere il più possibile nella bellezza non è un vezzo, una mania snob, ma un diritto di tutti i cittadini. Tutti, evidentemente, a partire da chi questi posti li abita. Dico questo perché ultimamente si sta sostituendo (raramente) la parola “turismo” alla parola “lavoro”. 

― Sai, porta un po’ di turismo. E se porta un po’ di gente va bene…

Si, per carità, va bene, certo. Ma deve andare bene prima per chi ci abita. Noi carcaresi (cairesi, cengesi, millesimesi, cosseriesi, savonesi…) abbiamo diritto ad un bel paesaggio, un bel panorama, come ad avere spazi adatti all’aggregazione, al passeggio, ai nostri animali domestici.

Il proprietario di un immobile ha senz’altro diritto di fare quel che vuole nei termini delle leggi, ma non è possibile deturpare il paesaggio per più tempo di quel che serve per realizzare il progetto. La vista sui nostri boschi, la visuale sul nostro borgo, dal nostro borgo verso le nuvole, non può essere vincolata a dei lavori indefinitamente in corso. Così come non si può realizzare un palazzo anche quando non ce n’è bisogno, occupando terra fertile, la quale, si sappia, diminuisce vertiginosamente ogni anno di più. Eh lo so: oggi non ci sono contadini, non ci serve la terra fertile. Ma ci vuol prudenza, perché la terra resta un riferimento e un patrimonio sicuro a cui ricorrere, sempre, anche nel futuro. Se tutto sarà coperto di cemento, non ci sarà terra da coltivare.

ALESSANDRO MARENCO

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