Riciclando Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Riciclando

 Legambiente ha comunicato i dati più recenti per quanto riguarda le percentuali di rumenta differenziata. In Liguria vorrei citare le prime tre, le eccellenze di questa regione, che sono Giustenice (82,6 %), Giusvalla (80,84%) e Cairo Montenotte (80,18 %). Seguono a breve distanza altri comuni valbormidesi, come Cosseria, Altare e Dego. La classifica completa si può trovare... QUI

C’è di che essere contenti. Non saprei a chi possa andare il merito per questa continua crescita della raccolta differenziata: forse alle amministrazioni locali, forse ai cittadini, forse anche a Legambiente che perora questa causa. Forse anche al metodo di raccolta predisposto dall’azienda che si occupa, in quella data zona, della raccolta differenziata.


Terminate le parole di elogio, passo alle critiche.

Chi girovaga un poco per i boschi, come lo scrivente, viene colto da sempre più frequente stranguglione di fronte al continuo, metodico, odioso, diffusissimo uso di imbelinare nel primo burrone che capita a tiro, tutta la rumenta che non abbiamo voglia di differenziare e non sappiamo dove deporre. Non c’è piazzola di sosta, non c’è strada sterrata defilata, non c’è stradiccia isolata che non diventi semplicemente una discarica a cielo aperto. Non teniamo conto dei depositi “professionali” scoperti in passato: materassi, prodotti industriali, scarti di lavorazione… Anche solo tenendo conto della rumenta domestica, il fenomeno è schifosamente allarmante. Dato che pure scendere dall’auto e scaraventare qualcosa nel bosco è faticoso, più recentemente è invalso l’uso di abbandonare delicati sacchetti colorati a bordo strada, così che animali vaganti notturni, incuriositi dell’afrore, l’incidano e li trascinino in mezzo alla via, in modo che auto e camion possano concludere l’opera, fracassando il sacchetto e disperdendo il contenuto sulla strada tutta.

Stessa sorte capita di vedere per vecchi elettrodomestici: non sai dove portare il vecchio tv? O una batteria? O un frigo? Semplice: imbelinalo giù da un rivazzo! Non ci sono telecamere, non ci sono guardie di nessun tipo, e la natura farà il suo corso, disgregando l’oggetto… Ah no? La plastica non si disgrega? Si, ma finisce coperta dai rovi e non si vede più. E quel che non si vede non esiste, giusto? E poi, andiamo… Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Il frigo nel bosco a dieci chilometri da casa che pensiero mi dà?


Amici che scaricate la rumenta nei boschi o per strada, io vorrei tanto, ma proprio tanto che gli animali selvatici si mettessero d’accordo e, a gruppi di quindici, venissero regolarmente a cagare sul vostro zerbino, tutte le notti.

Che fare per questo danno? Già si sa: educazione nelle scuole e nelle case, vigilanza (ma ci sono mezzi e uomini per vigilare sui troppi chilometri di stradine che abbiamo?), realizzazione delle isole ecologiche, dove si possa conferire la rumenta ingombrante o elettrica, o altro.

Non saprei come, ma so che bisognerebbe semplificare ancora il metodo di raccolta differenziata. Soprattutto avere un metodo condiviso per tutti, in modo che sia difficile o impossibile sbagliarsi, per chi passa da un comune all’altro. Colori identici dei bidoni per i vari prodotti, giorni di raccolta uguali dappertutto… Non saprei se è possibile.

C’è infine da farsi venire un po’ di nervoso, quando a fronte di soldi e impegno spesi per differenziare la rumenta, si nota un abuso tranquillo di chi costruisce le confezioni dei prodotti che compriamo quotidianamente: scatole composte di carta, cartone, alluminio, tutti in uno e indivisibile. Ma perché? Perché confezionare un prodotto con un blocco di plastica che pesa più del prodotto stesso? Con la scusa che si ricicla qui si produce sempre più rumenta! E questo è sbagliatissimo!! Addirittura il volantino delle offerte della Coop, azienda quanto mai attenta all’ambiente, è di carta riciclata, ma rivestito in cellophane. Che bisogno c’è di questa plastica? È un volantino, mica un fascicolo di Franco Maria Ricci…


 

Per finire, un breve episodio. Si guasta il frigo. Chiamo un amico tecnico. Viene e mi dice: è da buttare. Occhei. Dimmi, caro amico frigorista, che frigo posso comprare che sia un buon affare e duri molto? E lui: “Quel che vuoi, non ci sono differenze enormi. Tanto durano su per giù quattro o cinque anni. Se sei fortunato pure sei. È l’obsolescenza programmata”.

Ah ecco: io pago per fare la raccolta differenziata, per non inquinare, non sporcare, scelgo prodotti di un certo tipo, e poi sono praticamente obbligato a comprare un elettrodomestico (sia pure frigo, lavatrice, computer, ma anche auto o moto) che fra pochissimo tempo dovrò cambiare, per forza, che sarà (quasi) sempre solo buono da portare in discarica? Vuoi dire che io metto via, in un paio d’anni, attento e dedito, un quintale di plastica differenziata per bene, e poi arrivi tu, col tuo vecchio frigo che ha solo quattro anni, e in un botto mando all’aria le statistiche e creo un cumulo di rumenta?

Abbiamo SICURAMENTE la tecnologia per produrre elettrodomestici ben più duraturi che quelli di oggi, forse lo stato qui dovrebbe farsi sentire, ed obbligare i produttori di qualsiasi bene a introdurre la durevolezza e la riparabilità di un oggetto, prima di accettane la sua immissione sul mercato. E chissà di quanti altri prodotti o situazioni di questo tipo lo Stato si potrebbe occupare!

Olio per motori? Tessuti? Flaconi per detersivi? Bottiglie?

Noi ci dobbiamo impegnare seriamente per non inquinare, lo Stato deve obbligare necessariamente i produttori a non obbligarci a consumare.

 

 Alessandro Marenco

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