I muri del duce Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
I muri del duce

 Su riscialbate muriccia ad ogni entrar di borgo, il politico-totalitario del Merda: (« è l'aratro che scava il solco! Ma è la spada... che non lo difende un fico secco»)

Così, Carlo Emilio Gadda, il Gran Lombardo, nel “Pasticciaccio” alloca definitivamente la mania declamatoria dei regimi in generale e del fascismo in particolare. Le “riscialbate muriccia” sembrano proprio richiamare ad un vizio fariseo: quello di imbiancare a calce le pareti brutte, da destinare a sepolture.

Or non è molto, nel comune di Roccavignale, l’autorità costituita decideva che la scritta esibita sul muro di una casuccia a fil di strada, fosse da riattare. Alcuni animosi si sono addati con particolare impegno alla faccenda, riverniciando integralmente l’epigrafe.


Essa splendeva, dunque, di bianco e di nero, sotto l’italico sole, innanzi al viandante che dalla Valle Bormida ascendesse alla Langa.

Altri animosi, dopo poco, ritennero di dover correggere in alcune parti la scritta, non tanto nella sintassi o nell’ortografia, quanto nel senso vero e profondo della mussolineria. Non so bene con quale artificio, questi ultimi hanno fatto segno la scritta di svariate macchie di vernice colorata, adatte per coprire le parole, ed al contempo per dare interesse ad una questione appisolata.

I giornali ci si son buttati a pesce, avidi di qualcosa da raccontare. Le Pubbliche Istituzioni Locali hanno vibratamente condannato l’atto vandalico e richiamato l’attenzione pure del prefetto, sulla democrazia come: “Sapere difendere le idee e i diritti di tutti anche se a volte non condivisi”.

Ai giornali ha inoltre dichiarato che: “Dispiace vedere che si pensi di cambiare la storia cancellandola”, mentre un ex sindaco di Millesimo, in particolare, a cui va tutta la nostra simpatia, ha richiamato l’attenzione soprattutto sul primo atto vandalico, quello che ha generato la scritta, circa un’ottantina di anni fa.

 

Ho trovato molta confusione in questo episodio, tanto che non saprei neppure da dove incominciare. Proviamo a partire dal contesto storico: la frase è una delle celebri che si trovano sui cosiddetti: “Muri del duce”. Nel ventennio, come noto a tutti, il regime aveva cercato in ogni modo di fare propaganda. Carente l’agro di apparecchi radio (ma in rapida diffusione), mancanti ovunque di televisione (non come altri uomini politici più recenti), il fascismo s’era dedicato al cinematografo (“L’arma più potente” secondo Lui),  e alle scritte murali. Niente di nuovo: tutti i regimi hanno trovato opportuno imbrattare muri (o anche migliorarli) con motti e filosofemi vari: “Credere Obbedire Combattere” o “Hasta la revolucion, siempre”, in questo senso, hanno lo stesso valore, anche se di due segni politici opposti. Pare che in Piemonte fossero più diffusi che altrove, questi muri del duce. So di aver visto fotografie dell’interno della Ferrania con almeno uno di questi motti: “Il lavoro è la cosa più sacra”, sempre a cura dello stesso maestro elementare divenuto faro alle genti.

A me, la maestra alle elementari, aveva insegnato che: “La muraglia è la carta della canaglia”, motto che avevo ritrovato in un breve saggio di Primo Levi, in cui diceva di riconoscere una certa eroicità in chi, nottetempo, armato di secchio e pennello, rischiava la vita per una scritta su un muro contro un regime o un dittatore, ed avere in antipatia chi imbrattava con segni insensati per mezzo di una comoda bomboletta spray (Decodificazione in Lilìt, Einaudi 1981). In quanto alle scritte dettate dal potere, non possono che essere osservate con qualcosa di meno che la diffidenza, in ogni tempo e in ogni luogo.

È un fatto, poi, che ogni segno lasciato dall’uomo, volontario o meno, bello o brutto, colossale o minuto, dopo un certo numero di anni diventi un reperto, un soggetto di studio e catalogazione, una testimonianza di un tempo passato. Qualsiasi segno, senza distinzione. Anche se oggettivamente sarebbe difficile raccoglierli e proteggerli tutti. Il segno diventa così un documento, per gli storici assume pregio, in misura variabile, in funzione del tipo di reperto. Non possiamo paragonare un muro del duce alla stele di Rosetta, ma anche la scritta a calce ha la sua importanza, soprattutto nella Storia Contemporanea.

 

La Storia è la disciplina del contesto. Un oggetto, per quanto antico o prezioso o bello, cavato fuori dal suo contesto, non è più Storia, ma collezionismo, pruderie del passato, al limite antiquariato. Per questo una scritta come quella di Roccavignale è stata un reperto storico finché stava abbandonata al suo destino su un muricciolo riscialbato. A quel punto, due strade si potevano intraprendere: abbandonare la scritta al suo destino, documentandola attentamente con molte fotografie. Oppure intraprendere una seria azione di restauro e prevenzione del danno, con tettoie o fogli protettivi, ricorrendo a chi, professionalmente, sa restaurare o proteggere scritte e dipinti sui muri. Date le finanze disponibili (argomentazione arcinota) e la scarsa importanza del documento (di scritte simili ce ne sono ancora in giro e sono state fotografate e documentate direi a sufficienza) si poteva serenamente optare per la prima scelta (almeno secondo me).

Riverniciarla ex novo vuol dire, in termini di documento storico, averla definitivamente cancellata, decontestualizzata, quantomeno distorta. Mi si dice sia stata elisa la firma del mascelluto. Per la Storia, questo è un errore: non si cancella nulla, di un reperto, se tale è. Va restituito al futuro nelle stesse condizioni in cui ci è arrivato.

Un documento storico ci dovrebbe sopravvivere perché potrebbe essere studiato nel futuro. Con mezzi e tecnologie a noi sconosciute esamineranno con attenzione scritta e materiali, scoprendo magari che essa è composta da pigmenti e vernici prodotte nei primi anni del XXI secolo… Lo stesso passante contemporaneo sarebbe stupito nel vedere una scritta tanto perfetta, come appena fatta. Salvo scoprire che È stata appena fatta. Quindi? Forse che Roccavignale è un paese di nostalgici del regime? No, certamente. Anzi: è comprensibilissimo il distacco che il Primo Cittadino ha manifestato. La memoria degli avvenimenti storici (labile e fallace) viene continuamente riscritta, ridiscussa e spesso, anche giustamente, persa. Non ci ricordiamo delle campagne napoleoniche, non sappiamo quasi più nulla del passaggio degli spagnoli nel XVII secolo. La Storia si studia: non ci si può affidare a un solo reperto, ridipinto poi…


Il senso della frase è oltremodo da condannare: le spade non difendono i solchi di nessuno, a meno che non siano solchi di latifondo. Le spade, gli eserciti, difendono interessi ben determinati. Mai visto un soldato far da vigile scolta a un orto, perlomeno qui in Val Bormida. Il fascismo ha costruito una grande retorica sul mondo rurale, appropriandosi ad un mondo poco meno che dimenticato dai precedenti governanti. Quasi solo retorica, però: perché il mondo contadino è stato macellato sui fronti di mezza Europa e in Africa; perché la “Battaglia del grano”, come tutte le colture estensive e intensive, ha finito per impoverire l’agricoltura; perché ha sostenuto l’industria (segnatamente carbochimica) che ha sottratto energia alla campagna; perché ha abusato dei fertilizzanti chimici (per raggiungere le quote di grano dichiarate) impoverendo in verità la terra fertile; perché ha chiuso le “Cattedre ambulanti di agricoltura”, innovative istituzioni adatte al territorio, quasi presidi slow food ante litteram. Per questi motivi e per tutto quel che rappresenta, quella frase era ed è detestabile.

Anche l’atto vandalico sulla scritta è detestabile, poiché inutile e finisce per riportare all’attenzione una scritta e una situazione che meritava l’oblio. Ridipingere la scritta pure è un lavoro scorretto, al più: incompleto, perché, come detto prima, è una operazione insensata. Diciamo che il restauro (vero e proprio, non ridipintura) doveva essere seguito da una tabella informativa che illustrava il contesto storico in cui sono apparse queste scritte.

Personalmente non credo che tutte le idee abbiano lo stesso valore, e vadano necessariamente difese. Trovo che chi professa la supremazia di un popolo, di una classe, di una religione, di un colore sugli altri, non possa essere portatore di idee ricevibili. Trovo dunque detestabile il fascismo e il nazismo come qualsiasi altro estremismo politico o religioso, e per questo non devono avere diritto di rappresentanza, spazio nelle discussioni o nella propaganda.

Infine non è vero che la storia la scrivono i vincitori. Questo è un luogo comune, bello e buono. La Storia la scrivono gli storici, ed è un processo di continua discussione, confronto e miglioramento, in cui non contano tanto i vincitori o i vinti, ma la comprensione dei meccanismi che, ad esempio, hanno portato l’Europa dalla splendida fioritura intellettuale, artistica e tecnologica della fine dell’Ottocento, in pochissimi anni ad uno dei periodi più orribili e disastrosi mai conosciuti della storia umana

La Storia dorme (anche) nelle biblioteche, a disposizione di chi la vuole studiare. Imparare la Storia solamente dalle scritte superstiti sui muri, come solo dalle memorie personali, come solo dalle fotografie, conduce a errori, che spesso si pagano pure cari.

 Alessandro Marenco

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