Due santuari per parlar di Val Bormida Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Due santuari per parlar di Val Bormida

 Non c’è argomento dal quale non possa discendere una qualche speculazione sociale o storica, che aiuti a illustrare, a descrivere un territorio, un evento, una persona.

Così come per il passeggiatore attento: non c’è sasso, edificio, parola o mito che non dia perlomeno una suggestione di ricerca, una certa voglia di campar per aria teorie, o per lo meno visioni.

Che poi queste visioni possano servire per affrontare studi e interpretazioni più serie, è un altro discorso. Ma non bisogna farsi scoraggiare, neanche dalle idee più strampalate o più ardite. È importate saper riconoscere quando si tratta di semplici visioni o di ricerche strutturate e dotate di metodo.

La premessa mi serve per prendere le distanze dalla riflessione che qui condivido. Vorrei immaginare la Val Bormida come un unico territorio, coerente, descritto e preciso nei secoli, quasi come fosse un’isola. E questo non è, e non lo è mai stata.


il Santuario di Nostra Signora del Deserto a Millesimo

Ma, appunto un po’ per gioco, determiniamo dei limiti, quasi dei confini (non geografici) identificando la religiosità popolare come trama, come spazio definito in cui identificare la Valle.

Due sono i “poli magnetici” di queste valli boscose: il Santuario di Nostra Signora del Deserto a Millesimo, e il Santuario della Madonna delle Grazie a Cairo. Si, certo, mi si dirà che dimentico perlomeno l’Eremita a Mallare e chissà quanti altri santuari minori. Ma i due che ho citato sono, per me, più significativi per la mia riflessione.

Il “Deserto”, come viene confidenzialmente chiamato dagli indigeni, è una chiesa molto recente (XIX secolo) cresciuta sulla devozione ad una immagine dipinta su un umile muro di seccatoio da ignoto autore quattro secoli fa. Con il passare degli anni la chiesa è cresciuta e si è dotata di un grande organo, paramenti, statue. Ha una struttura ricettiva con un porticato per i pellegrini, c’è un ristorante, nei pressi. Benché si trovi nel bel mezzo di un bosco è un luogo quasi sempre frequentato, e non c’è valbormidese che non sia capitato lì guidato dalla sua devozione, o semplicemente per partecipare ad un rito religioso famigliare in cui abbia parte in causa. Appartiene alla diocesi di Mondovì.

L’altro “polo” è per me rappresentato dal Santuario della Madonna delle Grazie a Cairo Montenotte. Chiesa di pianura, antichissima. Suo malgrado rimasta incastrata tra asfalto e ferrovie, ad un passo dai vecchi insediamenti industriali.

Non abbiamo memoria di chi, di quando e del perché si sia costruita qui, questa chiesa. Nei pressi, sono stati numerosi i ritrovamenti di cocci e monete di epoca romana. Secondo alcuni si tratterebbe di un tempio pagano, riadattato progressivamente al culto cristiano. Nei secoli ha subito numerosi rifacimenti, restauri, riadattamenti. Assai notevole, in facciata, il mosaico che illustra lo sviluppo industriale dell’area, con ciminiere, funivie e colonne di fumo levarsi in cielo. Appartiene alla diocesi di Acqui.


Santuario della Madonna delle Grazie a Cairo

Il “Deserto” ha certamente maggior seguito che “Le Grazie”. Fosse solo per il luogo ameno in cui si trova, per la possanza dell’edificio, perché “sollevato”, cioè in alto, isolato e “naturale”.

Fatto sta che l’edificio più antico, quello che porta su di sé almeno 2000 anni di storia, è anche quello che si percepisce più moderno, con i suoi infissi di alluminio e i mattoncini a vista, nonché i mosaici ispirati all’industria. Mentre quello più recente è percepito come tradizionale, caratteristico, di antico splendore, con la sua cupola, i suoi archi, la pietra, il bosco e l’acqua.

Fra questi due edifici corre la storia della Val Bormida, che parte probabilmente da qualche posto di cambio e ristoro per cavalli, d’epoca romana, quando la strada trovava un guado o un luogo riparato e sicuro per la notte, prima di risalire in quota. Su quelle stesse mura si racconta oggi la storia della speranza riposta in una ciminiera, perché quando fu eseguita o commissionata, quella ciminiera doveva rappresentare un valore assoluto, da perpetrare nel tempo.

A monte, il “Deserto”, inizia con la Madonna dipinta su un muro di un seccatoio. Un muro di pietra, reso nero dalla fuliggine. Cresciuto in adorazione e nella religiosità popolare fino a diventare un santuario grande e ancora oggi oggetto di devozione.

Dal seccatoio alle ciminiere.

E oggi, quali dipinti potremmo mai commissionare a un artista, se dovessimo rappresentare l’attualità e il futuro di questa Valle?

L’ultima riflessione riguarda l’appartenenza alle diocesi: Mondovì per Millesimo; Acqui Terme per Cairo. Il tutto in provincia di Savona. La Valle ha una storia frazionata da sempre, una non-appartenenza, come fossimo figli accettati, ma non graditi, dall’uno e dall’altro potere.

 

Alessandro Marenco

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