Cinghiali in città Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Cinghiali in città
 
La notizia è di quelle che un po’ fa sorridere, un po’ fa pensare alla bellezza degli animali selvaggi e un po’ inquieta: Genova s’è svegliata affollata di cinghiali. Alcuni si sono stabiliti nel recinto o nel parco di una facoltà universitaria. Altri passeggiano indisturbati fra auto e marciapiedi.

Alcuni genovesi sono preoccupati: tutto sommato un cinghiale non è uno scoiattolo (questo non sarà sfuggito neanche ai più distratti) e se fosse nervoso o contrariato si sa che data la stazza e l’indole non avrebbe problemi a far valere le sue ragioni in modo poco ragionevole.

“Mai successo un lavoro così…” protestava una vecchina rivolta ad un giornalista locale. Ci pare straordinario, fuori serie, inconsueto, che un animale selvatico invada la nostra città, luogo della civiltà, dell’ordine umano, delle regole e della (auspicata) sicurezza. Laddove il bosco è, evidentemente, luogo selvaggio, del disordine e dell’anarchia.

Tanto per cominciare le leggi nei boschi ci sono. Sia quelle promulgate dallo Stato, sia quelle più sfumate ma inconciliabili della natura. Mentre un bosco, o comunque tutta la terra che non è urbanizzata, è figlia dei millenni di lavoro umano reversibile o di puro susseguirsi di eventi naturali, la città, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, è costituita sempre di più da manufatti alieni all’uomo e alla natura. Una congerie di vetro, cemento, ferro, alluminio e asfalto, cresciuta smisuratamente per inscatolare gli uomini e far circolare le auto. E hanno cambiato il nostro modo di pensare, tanto che non riusciamo neppure più a immaginare quanto potrebbe essere bella una via (qualunque via, non solo quelle del “salotto del centro”) senza auto accatastate o vaganti. Anzi: se a qualcuno venisse in mente di proporre una “giornata senza auto” (ma proprio senza: neanche parcheggiate) se lo mangerebbero vivo! Un mozzicone di sigaretta, una cartaccia, gettati a terra, denunciano sciatteria, maleducazione, scarso senso civico in chi compie l’atto. Non vediamo più la colata di cemento indissolubile che ci separa dalla terra, il nastro d’asfalto (idrocarburi pesanti) che ci circonda. Vediamo solo la detestabile cartaccia.


E la campagna? I boschi? Quelli sono luoghi, tutt’al più, per la domenica. Dove passeggiare giocondi e respirare finalmente l’aria buona. Dove godere del bel paesaggio naturale, osservare gli animali nel loro habitat, comprare da un superstite contadino un formaggio, non senza difficoltà: perché non è lecito, ai contadini, vendere il formaggio che fanno per sé e che mangiano da una vita: potrebbe essere non perfettamente e biologicamente sterile come certa plastica da supermercato.

Ma la nostra campagna, la nostra montagna (dico quella ligure, perlomeno) non è così naturale come sembra. Anzi: non lo sarebbe affatto. Da tempi immemorabili l’uomo su questi scoscesi campi, sulle cime, nei fondovalle, ha trovato il modo di cavare un sostentamento per sé e la sua famiglia. I boschi si tagliano, regolarmente e secondo norme antiche e leggi moderne. I prati verdi e belli come tappeti, vanno falciati e concimati con regolarità. Le piante da frutto sono innestate e potate. Le strade, i sentieri, le cunette, i solchi, vanno mantenuti e ripristinati ad ogni stagione, o ad ogni pioggia. Dalle spine, dalle robinie pseudoacacie (gaggie), dagli alianto, bisogna difendersi in qualche modo. Ma tutti questi lavori e tutti questi accidenti non valgono più la candela. Anzi: è diventato un debito avere a che fare con questa terra. Altro è l’agricoltura industriale, ricca di macchinari e contributi. Ma questa dei nostri monti, che si chiama agricoltura contadina, è sempre più destinata a morire, se non fosse per qualche eroico personaggio che per pura passione non molla, coltiva, ara, controlla acque, preleva vegetali, minerali e animali da luoghi impervi e ormai isolati. Personaggi che vivono il territorio in cui abitano, lo conoscono, ne sono figli e fratelli. Un qualunque trasferimento di una qualunque sostanza dall’ambiente naturale a loro stessi, non è un furto, una appropriazione indebita, un reato. È uno scambio che persiste e continua.


Il bosco sarà fruttuoso perché verrà tagliato con cognizione e senza abusi, evitando il taglio dei frutti selvatici. Così il prelievo della legna già secca che si trova nei torrenti, o contro le spalline dei ponticelli. Il personaggio di cui parlo conosce le api e il loro lavoro. Conosce le nuvole, la terra, le foglie. Tiene a bada il lupo e la volpe, ospita gatti e cani, cura animali selvatici feriti o soli. Uccide anche. Ma tutto quello che fa non ha per base il profitto e la cura di quest’ultimo. Certo che vorrebbe guadagnarci! Mica è un asceta! Ma mentre chi fa grande impresa con la terra, deve poi dimostrare che i numeri sono in ordine, che il fatturato cresce, che gli investimenti hanno fruttato il dovuto, il contadino bada a vivere con soddisfazione: fatica, sobrietà, ottimismo. Tiene assieme cose diverse che non starebbero assieme, fa bastare, ripara, incoraggia, allontana, coltiva, promuove, uccide e cura, cerca i vicini, ma fa da sé.

Ma è una vita troppo dura: basta avere bestie da mantenere, che ci si rende conto d’essere legati mani e piedi a quella terra. E anche le piante richiedono dei bei sacrifici. Ho visto, tempo fa, il monumento al vignaiolo che si trova alla Morra D’Alba: il viso scarno, emaciato, il corpo turgido, è circondato, annodato quasi dai tralci di vite che coltiva. Sembra quasi che la stessa vite assuma dall’uomo la forza per vivere e non il contrario.

E così, oggi, ci stupiamo di ritrovarci i cinghiali in città. Non dovremmo. Perché per i cinghiali o per qualsiasi altro animale (magari più timido del cinghiale, come il tasso e la volpe) entrare in zone urbane è normale, solo che non li vediamo. E poi perché, anche standoci attenti, produciamo un sacco di rumenta profumata, piena di ghiottonerie, per loro. E infine, e soprattutto, perché la nostra madre terra si sta stancando del fatto che noi, piccoli uomini suoi figli, la trascuriamo, non ci facciamo sentire, non l’andiamo a trovare. E allora si comporta come qualsiasi madre di campagna: si ripulisce, si pettina, mette il vestito della domenica (scuro), la borsetta buona con il fazzoletto e due caramelle, fascia una dozzina di uova e ci viene a trovare direttamente dove siamo.


Solo che nostra madre terra non è una donna, è solo una immagine che creo io adesso, quasi per gioco. Immagine che però si palesa sotto forma di cinghiali, appunto. O di volpi o tassi, come detto. Ma anche e più tragicamente sotto forma di acqua, fango, pietre e detriti. Erompe selvaggia nei piccoli rii dove non fa danno a nessuno, ma, tanto che ci viene a trovare, qui si carica di legna e pietre, e poi trova ostacoli da dove non riesce a passare, ma ormai ha preso velocità e salta oltre il ponte, scardina la via, divelle l’asfalto. E ora che ce la troviamo sulla porta, vorremmo farla passare da un accesso di servizio, da un sottopasso, un cunicolo buio. E lei non ci sta. E, sapete come sono le mamme contadine? Menano. Ma menano di brutto, a braccio teso, a manrovescio. Poi si pentono, ma lì per lì son sventole con la precisa intenzione di uccidere: “T’ho fatto e ti disfo”, sembra che dicano.

Un cinghiale che passeggia in città non è un pericolo di per sé, ma un segno di degenerazione dei tempi, essendo noi sempre più convinti che la campagna si guardi da sola, che se non rende, è giusto che nessuno la pratichi. Ma certe cose si pagano: è solo una questione di tempo.

 Alessandro Marenco

 

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