Acqua. Dalla fonte alla Casetta dell’acqua Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   
Acqua
Dalla fonte alla Casetta dell’acqua

Il savonese è ricco di acqua. È una constatazione di fatto e non un dato scientificamente misurato. Ci sono torrenti e ruscelli, fonti, zone umide. Ci sono manufatti storici che ci narrano dello sfruttamento della forza dell’acqua vecchi perlomeno di un migliaio di anni (mulini, segherie, martinetti), tanto da legare l’opera al luogo anche nel nome, anche quando l’opera sparisce del tutto.

A confermare questa deduzione ci sono anche gli speleologi, che raccontano della frequenza e ricchezza delle acque sotterranee.

  
Tutto questo è un bene: l’acqua non è preziosa, ma fondamentale. Tanto per i suoi usi primari (bere, irrigare, lavare) che per quelli secondari, cioè generare e mantenere un habitat, una nicchia ecologica, o ancor meglio una serie di nicchie ecologiche in grado di sviluppare un sistema naturale complesso, del quale, proprio a noi che ci viviamo immersi, sfugge il disegno, l’estensione, la complessità.

Dai mulini e dalle segherie l’acqua è stata quella che ha consentito lo sviluppo dell’industria nelle valli del Bormida. Addirittura la produzione di energia idroelettrica ancor oggi, per mezzo del serbatoio di Osiglia. Ragionandoci, possiamo dire che l’acqua ha partecipato dunque anche alla forma antropologica, umana, sociale di questi luoghi: siamo come siamo perché c’era questa disponibilità di acqua (tra le altre disponibilità non meno importanti: terra a basso costo, mano d’opera a basso costo, legname, contiguità alla Riviera ed ai suoi porti, contiguità con il Piemonte).

 
Le grandi industrie (soprattutto chimiche) sono tramontate, lasciando le infrastrutture vistose sui rami del fiume ferito. Anche se non si vede più, abbiamo un serbatoio davanti alla ex Montecatini, alla confluenza dei due rami di Pallare e di Mallare: un bacino quieto, ma probabilmente ancor ricco di fanghi tenuti (mi auguro) sotto controllo. Abbiamo pure un serbatoio cospicuo a Cengio, presso il tennis. Altri ancora in funzione, come la diga di Osiglia, lo sbarramento a Millesimo, le condutture fino a Cairo, la centrale, la diga di Spigno e insomma tutto quel che ancora serve egregiamente a quel che è stato progettato.

La nostra acqua è ottima anche da bere: sia da Calizzano che da Altare (Vallechiara) parte acqua imbottigliata per ogni dove.

Vien da pensare che ogni paese delle nostre valli abbia a disposizione la sua buona quantità di buona acqua. E in effetti, da che gli uomini abitano questi colli, si nota un frequente peregrinare di bottiglie, taniche o serbatoi (al seguito dei legittimi titolari) alla ricerca della fonte più pura, fresca e generosa. Non c’è motivo di credere che l’acqua “del sindaco” sia peggio di quella a cui ognuno può accedere con la sua bottiglietta. Ma tant’è… E anni e anni di pubblicità sull’acqua che fa bene, che “elimina l’acqua”, che fa diventar belli, che fa fare “tanta plin plin” (una notizia in esclusiva: qualsiasi acqua fa urinare, addirittura anche quella avvelenata), dopo tutti questi messaggi ci siamo convinti che l’acqua più buona è quella che sta nel supermercato, dentro alle bottiglie di plastica. Ci siamo convinti anche che l’acqua del rubinetto è imbevibile, che sa di cloro, che i tubi sono arrugginiti, che la manutenzione lascia a desiderare, che è meglio non rischiare, che fa venire i calcoli. Dopo anni è venuto qualche dubbio a qualcuno: forse bere acqua che viene da oltre mille chilometri e conservata nella plastica, proprio salubre potrebbe non essere. Non so come e non so da dove sono piovute anche in Val Bormida le “Case dell’acqua”, piccoli edifici che promettono erogazione di acqua liscia o gassata a prezzi convenienti, basta portarsi il contenitore da casa. C’è tanto di laboratorio che esegue analisi regolarmente affisse; si può comprare la scheda prepagata per il prelievo; la stessa casetta è comoda, in piazza o in altro luogo facilmente raggiungibile.

  
 
Sono tutte cose positive. Ma non mi piacciono.

Eh lo so: sono un criticone, uno propenso al mugugno. Se no che ligure sarei?

Il nostro rapporto con l’acqua è diventato sempre più garantito, scientifico e digitale. Siamo certi dell’ottima acqua che beviamo (tanto che venga dal supermercato, quanto venga pure dalla “Casa dell’acqua), ma facendo così perdiamo contatto con un elemento sacro, atavico della nostra vita e del nostro territorio.

Penso ai vecchi (come spesso io penso) che se incappavano in una sorgiva, soprattutto se limitrofa ad una via, un sentiero o ai margini di un campo, trovavano modo di irreggimentarla e renderla disponibile per tutti.

Alcuni spostavano grandi massi su cui scavare piccoli solchi, più recentemente si infilavano tubi e canaline, per raggiungere nel modo migliore il prezioso rigagnolo. Tutto per rendere l’acqua disponibile a tutti. Non per generosità, ma perché consapevoli che nessuno avrebbe mai potuto negare l’acqua da bere a uomini e animali. E chiunque, della fonte, aveva rispetto e cura. A volte vicino alla cannetta e al suo rigagnolo qualcuno piantava un paletto, su cui appendere un bicchiere. “Di chi è quel bicchiere?” Chiedeva il bimbo inesperto. “Di chi ha sete. Basta rimetterlo a posto”. A me sembrava una bella cosa che qualcuno affidasse al buon senso comune una sua stoviglia. E quarant’anni fa, un bicchiere, non era proprio una cosa da niente. Si risciacquava il bicchiere, si beveva l’acqua gelida della fonte, se ne lasciavano poche gocce sul fondo, da vuotar via con gesto rapido, come ho sempre visto fare dai vecchi quando bevono all’aperto. Ho scoperto, dopo anni, che anche in Africa fanno lo stesso gesto, ma loro non si sono dimenticati perché: dicono che così danno anche alla terra un poco della loro acqua, come per condividere, ringraziare. In ogni caso non la tengono tutta per sé.

 
In ogni caso il fatto stesso di dover raggiungere una fonte non troppo comoda, magari in un bosco, dopo una breve passeggiata, era già un ritrovarsi, un trovare, un contatto diretto con la terra, il fango, le pietre, le piante. E avere insieme dei bambini voleva dire far percepire a loro la provenienza dell’acqua (di tutta l’acqua potabile) e del modesto, umile e importantissimo lavoro di quell’uomo ignoto che l’aveva sistemata, resa fruibile per tutti, in cambio di niente.

Disciplinare completamente la nostra acqua non mi piace: crea una separazione, ce la rende aliena, sconosciuta, la fa diventare un prodotto come tanti, anzi: una commodities come tante.

Non abbiamo bisogno di intermediari per raggiungere l’acqua di fonte. Qualcuno dice che è rischioso per via dei batteri. Si, può essere. Vivere è molto rischioso, sempre. Ma bere ad una fonte dalla quale si attinge acqua da venti o trent’anni è qualcosa di più che bere. È affidarsi, avvicinarsi e condividere la stessa acqua con altri nostri vicini, è percepirne e apprezzarne il valore.

Forse l’unico intermediario tra noi e le nostre fontane può essere solo il nostro sindaco, referente unico e responsabile delle acque potabili. E in effetti, l’acqua degli acquedotti valbormidesi, è ottima e bevibilissima. Spesso ad inquinarla contribuiscono i nostri vecchi impianti: tubi vecchi e arrugginiti. Le differenze tra acqua del rubinetto, della casa dell’acqua o del supermercato, sono spesso consigliate da un sistema commerciale che ha sempre bisogno di venderci cose che, tutto sommato, non ci servono.

Alessandro Marenco

 

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