Santa guerra Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

SANTA GUERRA

Nel 1882 nasceva a Cengio il dinamitificio Barbieri. Due anni dopo lo stabilimento passava alla Societé Continentale Glycerines et Dynamites di Lione. Nel consiglio di amministrazione sedevano 4 francesi e due savonesi (Tardy e Ponzone). Nel 1906 diventa S.I.P.E. (Società Italiana Prodotti Esplodenti). Ma l’azienda non è florida come ci si aspetta. Quel che ci vuole è una bella guerra, proprio come quella italo-turca che inizia nel 1911, più conosciuta come “guerra di Libia”.

A seguito di questa guerra cresce esponenzialmente la richiesta di esplosivi, dando l’avvio ad un periodo di grande fermento e prosperità, per l’azienda e per il paese di Cengio.


Come se non bastasse arriva anche la Prima Guerra Mondiale. E qui le opportunità crescono ancora di più. Il conflitto, su scala ancora maggiore rispetto al precedente, macina tutto: risorse, materie prime, mano d’opera, derrate alimentari e soprattutto esplosivi e “carne da cannone”, uomini insomma.

Nel 1918 presso la S.I.P.E. di Cengio lavorano ben 6000 operai, 50 chimici laureati, 22 ingegneri, 2 architetti e 37 chimici non laureati. Il capitale sociale passa dai due milioni del 1914 ai trenta milioni nel 1918. Cresce anche l’indebitamento, poiché durante la guerra non è facile, per lo stato, saldare immediatamente i debiti: da quasi tre milioni del 1914, a ben ottantaquattro milioni del 1918.

Appresso alla grande occupazione di quegli anni, appresso alla grande mole di lavoro, sorgono problemi di ordine pubblico: la gente che si avvicina alla fabbrica per lavorare si adatta a vivere anche nelle baracche. Il piccolo paese sopporta una improvvisa, grande immigrazione. Non solo, sorgono pure i primi problemi ambientali: i comuni piemontesi lamentano i danni causati dall’acqua divenuta pestilenziale del fiume Bormida, i problemi alle colture e agli allevamenti. Immigrazione, impoverimento, ordine pubblico e, infine inquinamento dell’aria e dell’acqua sono questioni ben note a noi, nate con l’insediamento dell’industria. (Come sempre è l’economia che cambia la società, non tanto “i barconi” o una istituzione in particolare).

Questi sono i numeri, il quadro di una situazione economica e sociale, una fettina di storia di un piccolo paese, che a causa di scelte politiche internazionali, si trova nella bufera, sconvolta nel suo tessuto, nel colore dell’acqua, nell’odore dell’aria.

Molti sono i segni che questa vicenda ha lasciato nella gente, nella terra, nelle case e nelle strade. Non sempre è facile cogliere questi segni, alcuni particolarmente significativi e misconosciuti ai non residenti.

È il caso della statua di cui qui riportiamo alcune fotografie. Si trova della chiesetta di Santa Caterina, nel borgo vecchio di Cengio.

Già la statua di per sé ha qualcosa di strano: ancorché intitolata a Santa Barbara, proprio come scritto ai suoi piedi, la scultura ha alcuni attributi di Santa Caterina (ruota dentata) ed altri propri di Santa Barbara (la torre). Questo indica probabilmente la necessità di adattare una raffigurazione di Santa Caterina ad un’altra santa, più opportuna dato il contesto: ricordiamo che Santa Barbara è protettrice dei minatori, dei pompieri e di tutti coloro che maneggiano esplosivi, appunto.

Il particolare che colpisce, più di altri, è la bocca da fuoco che compare in basso a destra. Un vero e proprio cannone, presumibilmente aggiunto in un secondo tempo, proprio per indicare esplicitamente il “campo d’azione” della santa. La ruota, oggetto del supplizio di Santa Caterina, è ripresa quasi a diventare parte del cannone stesso.


Sotto l’obice si legge chiarissima la scritta: “Dono dello stabilimento 4 dicembre 1917”. A chi conosce, anche vagamente, la storia della Prima Guerra Mondiale, questa scritta non può che risvegliare nella memoria la fatidica disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) e ancor più forse le due durissime offensive austriache sul Piave, del novembre e ultima, quella del dicembre 1917, conclusasi poco prima di Natale.

Mentre lo stabilimento (le maestranze? La direzione? I dipendenti in genere?) dona questa statua alla comunità cattolica cengese, le vicende dell’esercito di Cadorna volgono al peggio. Sembra proprio che non ci sia più nulla da fare. Immaginiamo con quale spirito e quali aspettative i lavoratori ricevono notizie dal fronte. O forse sarebbe meglio dire “le lavoratrici”, visto che gli uomini validi sono quasi tutti impegnati sul fronte, ed in fabbrica rimangono le donne, gli invalidi, gli anziani, salvo qualche elemento più abile e forte, che presta il servizio in fabbrica in luogo del servizio militare. 

Al centro del basamento della statua c’è una rappresentazione dello stabilimento. Si riconosce ancora il serbatoio centrale dell’acqua, ancora oggi esistente, salvato dalla bonifica del sito industriale.

L’iscrizione è pure significativa: “Santa Barbara proteggi la nostra industria”. Un po’ come dire: “Fa che la guerra continui ancora un poco, fa che l’esercito italiano possa respingere il nemico oltre il Piave, fa che si possano bombardare adeguatamente tutti i nemici, ma soprattutto con le nostre bombe”.

Lo stabilimento di morte ha dato la vita. Ha sottratto alla miseria, alla fame, all’ignoranza più cruda migliaia di famiglie. Allo stesso modo i prodotti usciti da quella fabbrica hanno portato morte e distruzione. Ma chi era al lavoro, in quel momento, sentiva forte e chiara la necessità di una intercessione protettiva su quel luogo: capannoni, laboratori, magazzini, serbatoi, tubature. Si invoca dalla santa la protezione delle strutture, non della vita di chi ci lavora, sottoposto (anche in tempo di pace) a dei rischi altissimi. No. La protezione vada pure allo strumento, alla macchina. Noi lavoratori, lavoratrici, ci mettiamo tutto il resto, compresa la nostra vita.

Possiamo immaginare che la statua sia stata comprata e collocata (in origine pare si trovasse dentro lo stabilimento) a spese di tutti i dipendenti, dirigenti e quadri. Magnifico esempio di interclassismo militante, di sforzo comune in cui ognuno ha portato quel che poteva portare.

Le classi più povere, derubate della salute, del tempo, dell’aria e dell’acqua, potevano solo più sperare di lavorare ancora, tanto, bene, perché si potesse tirare avanti.

Sulle cause della Prima Guerra Mondiale sono state scritte molte pagine, e qui neanche ce ne vogliamo occupare. Mi par giusto ricordare che donne e uomini che hanno lavorato alla S.I.P.E. non erano poi tanto diversi da quelli che stavano in trincea. Vittime, e non colpevoli, di una carneficina messa in atto da un complicato gioco di potere.

Dal disastro della guerra sorse un nuovo mondo, pieno di ordigni tecnologici, pieno di idee rivoluzionarie, di grandi capitali in movimento a difesa di uno status quo raggiunto negli anni precedenti. Sorse soprattutto il fascismo, e quindi il nazismo. Grandi affari, purtroppo, per la fabbrica di Cengio.

ALESSANDRO MARENCO

I dati sono tratti dal libro di Andrà Zanini, "Le radici del futuro" De Ferraris, Savona 2000.

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