Vipere e lupi Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

Vipere e lupi

 Da quarant’anni sento raccontare storie incredibili sulle vipere. Una delle più frequenti riguarda il lancio di questi rettili per mezzo di elicotteri su zone non troppo abitate dei nostri monti.

Parrebbe che questi serpentelli rimangano appesi agli alberi e da lì cadano su malcapitati passanti mordendoli e cagionandone la morte. Si rilascerebbero, questi animali, per una vaga politica di ripopolamento, a cura di non specificati enti ambientalisti (di solito, a questo punto, si maledicono gli ambientalisti in genere e quelli amici dei rettili in particolare).


Altra storia, questa un po’ più interessante dal punto di vista antropologico, riguarda il “maschio della vipera”, noto in dialetto con il nome di pesurd, vespusurdu, spessur, spessore. La vulgata vuole che il “maschio della vipera” in questione sia di dimensioni ragguardevoli, dotato di una incredibile capacità velenifera, aggressivo, mordace, velocissimo. Talmente velenoso da ammorbare anche le cose che sfiora: funghi, verdure, frutta.

Tutte e due sono storie, leggende, frottole.

Non esistono programmi di ripopolamento delle vipere, prima di tutto perché la vipera non è minacciata, non che la sua specie sia proprio diffusa, ma non è a rischio di estinzione. In secondo luogo un eventuale programma di ripopolamento non passerebbe senz’altro da un eventuale lancio dall’alto: se devo liberare un animale in ambiente selvaggio meglio usare un fuoristrada. È più pratico e più economico, soprattutto per animali di piccole dimensioni come le vipere.


Il pesurd, o spessore, non esiste. Non che non esista il maschio della vipera, anzi. Però, nelle vipere, il maschio è più piccolo, e non più grande della femmina. E in genere è anche meno velenoso, nel senso che è portatore di meno veleno rispetto alla femmina. Veleno che, detto per inciso, è sempre molto tossico, più o meno come quello del cobra. Ma ne dispone di una quantità molto più bassa, in genere non mortale per l’uomo (può esserlo per un bambino o per una persona debilitata).

Ho alcuni amici frequentatori di boschi e campi, e che mi hanno riportato (per l’ennesima volta) queste storie. Ho provato a contraddirli, spiegando loro le mie ragioni, ma ho rischiato di perdere l’amicizia, perché non si lotta contro le convinzioni acquisite. Negare queste teorie di fronte alla persona che le sostiene equivale a mettere in dubbio la loro buona fede, la loro capacità di comprendere e di esprimersi. Per carità: non voglio convincere nessuno, soprattutto chi non ha intenzione di capire qualcosa in più.

Resta il fascino antropologico per certe affermazioni, e per la “forza” che queste storie hanno, per cui si trasmettono e si tramandano nel tempo, in maniera più potente che non se si scolpissero nel marmo. Lasciamo dunque agli antropologi e ai semiotici l’occuparsi dei segni dell’uomo.

Sta per diventare d’attualità un’altra storia: quella del lupo. Con i primi avvistamenti sono spuntati anche un sacco di esperti, però stavolta siamo passati dall’altra parte: il lupo è buono, è bello, è selvaggio e libero. È un animale eroico, mitico, è parente del nostro cane, per cui lo possiamo considerare un quasi-cane.


Aumentano gli avvistamenti. Addirittura anche i ritrovamenti di lupi forse uccisi accidentalmente da qualche vettura e di altri uccisi volontariamente da qualche bracconiere. Sui “social network” si moltiplicano i commenti di accusa nei confronti dell’ “assassino” che avrebbe colpito un lupo.

Intanto gli avvistamenti aumentano ancora. Fin troppo direi. Pare che succeda un po’ come con le vipere, per cui se una persona incontra un serpente o un rettile avrà bisogno di raccontare che ha visto e ucciso (e non si capisce perché) una “vipera grossa così” (forse un pesurd?); allo stesso modo ad ogni stormir di fronda si avvista un lupo, un branco di lupi, enormi, famelici, congratulandosi con sé stessi per lo scampato pericolo.

La vipera è percepita come una minaccia mortale (e non lo è) e ci fa impressione in quanto rettile. Rabbrividiamo in genere di fronte a un serpente, fosse anche un comune biacco (non provvisto di ghiandole velenifere, ma piuttosto aggressivo). Il lupo non ci par possibile possa esserlo. Si dice che il lupo non attacchi l’uomo. Che il lupo cacci in branco animali feriti destinati a morire per conto loro.

Non conosco bene l’etologia del lupo. So però che si sono registrati parecchi casi di aggressioni ad animali d’affezione (certi cagnolini troppo sedentari sono facile preda del selvatico) e ancor più a ovini. Se proteggiamo il lupo, dovremo cancellare (progressivamente) gli allevamenti di capre e pecore, il buon formaggio artigianale, favorendo solo il formaggio unificato e monoespressivo delle grandi aziende.

Sono già partite le azioni di protezione del lupo, gli osservatori finanziati da istituzioni pubbliche, le proposte di salvaguardia. Intanto il lupo si moltiplica, cresce di numero, e diventerà presto un problema imbarazzante. Non vogliamo sentire l’allarme che Franco Zunino, dell’associazione Wilderness, lancia con una certa frequenza. Noi vediamo del lupo solo il lato buono.


Dovremmo smetterla di applicare categorie morali agli animali. Essi non sono buoni o cattivi. Abbiamo l’obbligo di trovare un modo di convivere con l’ambiente naturale utilizzando il buon senso e l’esperienza di chi conosce la fauna. E invece, per il lupo come per qualsiasi altro problema si prospetti all’orizzonte, ci basiamo solo sulle nostre convinzioni, sui nostri sentimenti, al massimo sulla nostra personale esperienza. Non basta. Ammettiamo una certa ignoranza di fondo: è la base di partenza per imparare qualcosa prima di prendere un’iniziativa, quale che sia.

E in alcuni casi l’ignoranza è letale: qualche anno fa negli Stati Uniti, un bambino era riuscito a entrare nel recinto degli orsi, in un parco zoologico. Gli orsi avevano ucciso il bambino. Ma gli orsi, sia chiaro, non l’hanno fatto per cattiveria. Il fatto è che il bambino aveva degli orsi una conoscenza edulcorata e leggendaria, fra Winnie the Pooh e l’orso Yoghi. E anche la nostra conoscenza della natura che ci circonda è sempre più affidata ai cartoni animati, piuttosto che all’etologia, alla conoscenza documentata e consapevole, che dovrebbe portare a delle scelte ragionate e opportune, prima che i lupi possano diventare un problema.

Concludo dicendo due cose ovvie: 1) non possiamo lasciare il campo libero ai bracconieri o a chi pensa di regolare i suoi conti con i lupi con una fucilata. Le leggi ci sono perché dovrebbero garantire uno stato di civiltà, di diritto, per evitare che ognuno si faccia giustizia da solo. 2) non so proprio come si possa fare, ma bisogna considerare la possibilità che per tenere sotto controllo il numero dei lupi sia necessario cacciare il lupo. Possiamo pur partire con le polemiche pro-contro caccia, ma se le premesse sono la crescita smisurata del lupo, allora la conclusione credo possa essere una sola. Prima di piangere, possibilmente.

ALESSANDRO MARENCO

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