Elogio del pettegolezzo Stampa
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

Elogio del pettegolezzo

Le famiglie erano più numerose di oggi. C’era sempre uno zio o un cugino da passare a salutare, da invitare o essere invitati a pranzo o a cena. Perlomeno a prendere un caffè, mentre ci si aggiornava reciprocamente sull’andamento dei lavori agricoli, sulla legna, sulle bestie.

La mia famiglia abitava un poco più fuori zona rispetto al resto del parentado, era dunque quella che finiva per passare da tutti, tenere i collegamenti, visitare i parenti più anziani o più isolati anche nei mesi peggiori.


Da bambino scalpitavo per tutto il tempo della visita: altre faccende mi attendevano, fosse fiume, prato, amici di marachelle o fanciullina. Eppure c’era una fase, nel preciso rituale della visita, che mi divertiva ed affascinava.

Prima di tutto si scende dall’auto e si grida una frase di circostanza, sempre la stessa: “Oh della casa!” nel frattempo il cane ha cominciato ad abbaiare senza troppa convinzione, le galline starnazzano, il gatto dal fienile ha alzato la testa per valutare i nuovi arrivati, ma decide subito che non vale la pena spostarsi. Si scosta la tendina della finestra (era mia zia) e si apre la porta (era mio zio). Lui ci viene incontro, ma guarda altrove. Gli adulti parlano tra loro come se avessero appena interrotto un discorso. I bambini (com’ero io) baciano e vengono baciati sulle guance. Primo argomento obbligatorio: il tempo. Troppo freddo, troppo caldo, troppo umido, troppo asciutto, troppo ventoso, troppa bonaccia. Il tempo ci salva da tutte le responsabilità: se qualsiasi cosa non funziona era (è) evidentemente colpa del tempo. Espletata la prima formalità nel cortile si viene invitati in casa: “Su, venite dentro”. Anche se fuori si starebbe benissimo, si va in casa, mentre lo zio tiene discosta la tenda davanti alla porta e ci fa passare.

Dalla luce del giorno ci si riduce al buio della cucina, schiarita solo da un paio di finestrelle minute. Bacio e vengo baciato dalla zia, che aspetta in casa, e che mi trova sempre più bello e grasso (anche se quest’ultimo, oggi, non sarebbe più un complimento…). Anzi lei dice: grasso come un zanetto, cioè un vermicello, e nello specifico quello bianchiccio delle castagne (probabilmente da Giovanni e quindi Zuan, Zanet – Giovannino – poiché questi parassiti si palesano nella frutta proprio dopo il giorno di San Giovanni, 24 giugno).


La zia prepara il caffè. Non si chiede neppure. Il caffè è prammatica. Lo zio chiede se qualcuno gradisce vino o birra o gassosa. No, no, per carità, grazie, ci mancherebbe. La zia chiede se abbiamo mangiato e tira fuori un grosso pane e un salame appena cominciato. Ma no, figurati, sono le 3 del pomeriggio, abbiamo appena finito. Grazie. Un caffè volentieri.

Lo zio chiede notizie di altri parenti, di amici, di conoscenti. Chiede al bambino come va la scuola, se studia, se fa il bravo. Poi c’è qualche secondo di silenzio, in cui solo la caffettiera brontola. Sul tavolo le tazzine in fila (coppette) pronte a ricevere la bevanda. Si sugge, in silenzio, con lo sguardo perso lontano. Bere il caffè è sempre un’esperienza filosofica intima. Si condivide solo con persone con le quali puoi farlo, mica con tutti. Prendere il caffè al bar è un’altra cosa…

Finalmente si arriva al sodo, mio zio annuncia: “Guido s’è fatto male”.

-       Guido chi?

-       Guido della Casa Bruciata.

-       Quello che sta a Savona?

-       Ma no, quello è Guido del Bricco!

-       Ah, allora è quello che sta a Cairo.

-       Ma guarda che è sua sorella che sta a Cairo.

-       Ma guarda che sorelle non ne ha, che ha un fratello che era un bruciabaracche, che poi lo hanno messo in galera, che poi non aveva da pagare l’avvocato e se lo è fatto pagare dalla bella… dalla farmacista.

-       Ma cosa dici? Ma dai i numeri? Sua sorella non faceva mica la farmacista, lavorava in Ferrania che gliela portava Poldo al mattino e Paolino al pomeriggio, e infatti tra uno e l’altro ha dovuto smettere di lavorare…

-       Ma no, sta parlando della sorella di Guido, cosa c’entra. È da sposare e non ha mai lavorato.

-       E come ha fatto a farsi male?

-       Ma chi?

-       Eh, Guido

-       S’è rovesciato mentre scappava. Era in cima al bricco della Scorticata, lo sai cosa faceva? Spostava un termine! Ti rendi conto!!

-       Taci! Cosa ne sai di cosa faceva! Dire quelle cose lì non è giusto. Cosa ne sai tu!!

-       Eccome! Son di famiglia così: suo padre, parlandone come da vivo, era uguale. E il fratello di suo padre, Antonino, che però si chiamava Oreste, ben che è andato in America ne ha fatte di tutti i colori. E restano ancora nostri parenti!

-       Ma va? E come?

-       Eh, perché la sorella di Guido aveva sposato la figlia del nonno dei boschi, Dovardino, quello che ha fatto la guerra che poi è stato prigioniero in Austria che si sopra c’è ancora il bavule…


Insomma… Questo estratto di dialogo è giusto per dare un’impressione, un’idea dell’argomento principale di conversazione: le faccende degli altri.

Spesso ho sentito criticare questo modo di parlare. “Fatti i fatti tuoi!”, “Chi si fa i fatti suoi campa cent’anni”. Tutto vero, per carità: occorre imparare sempre a non badare alle faccende altrui. Però il pettegolezzo è proprio di un certo tipo di civiltà, e non è danneggiare gli altri il suo fine.

Il pettegolezzo non è la maldicenza: questa si mette in giro apposta per far danno, per screditare, per diffamare. È quindi una pratica detestabile e da rifiutare sempre.

Il pettegolezzo, come l’ho descritto, è la ricostruzione di un luogo, di un posto, e delle complesse relazioni che le persone hanno con questo luogo. Si ricostruiscono le dinastie famigliari, colorandole con caratteristiche, caricature, esagerazioni, proprio per renderle memorabili. Un luogo (nello specifico, il nostro Appennino) non è solo terra, boschi e prati, ma persone che qui vivono (vivevano) e lavorano (lavoravano) e quindi è un tessuto intrecciato di uomini, lavoro, commercio, affetti, reati, figli più o meno legittimi, vendette, solidarietà, fede, rivalità, e chissà quante altre cose ancora. Per certi versi mi vengono in mente le caricature che il cinema ci mostra della stessa attività snob delle buone famiglie nobili (se non sbaglio ce n’è un discreto frammento in “Il conte Max” con Sordi e De Sica) dove si discute per ore sulla relazione tra Magda di Coburgo-Lorena e Luisella di Hohenstaufen. Poi, per altro verso, mi sovviene la gloriosa scena del film “Radici”, tratto dal libro di Alex Haley, in cui il protagonista afroamericano torna in Africa alla ricerca dei propri ascendenti. Rintracciato il villaggio da cui il suo progenitore è stato rapito dagli schiavisti, chiede se si può consultare un’anagrafe, un registro delle nascite. “Certo che si”. E viene portato al cospetto del vecchio del villaggio, che ha il precipuo compito di tenere a memoria (e verosimilmente di trasmettere i suoi ricordi a un incaricato) tutta la storia e tutte le persone che hanno formato il villaggio nei secoli. Per aiutarsi canta una nenia. Ma non si può ricercare qui o là, ci si siede in circolo intorno al vecchio, si beve e si ascoltano tutti i nomi rinforzati da eventi leggendari o memorabili. A un certo punto il vecchio racconta cantando di Kunta Kinte, che si era attardato nella foresta per trovare un tronco adatto a costruire un tamburo e non era più tornato. Alex Haley, che fino a quel punto è stato a sentire quasi sopraffatto dalla noia ha un sussulto: anche lui sa quella storia, gliel’hanno raccontata da piccolo. Finalmente ha trovato i suoi antenati e viene quindi festeggiato.


Il pettegolezzo è quel che dà la forma ad un luogo, lo descrive, lo designa, lo rende memorabile e trasmissibile alle nuove generazioni. Non è sufficiente il (pure utile) catasto, non sono sufficienti i registri di anagrafe, gli stati di famiglia, così come non bastano gli atti notarili. Le persone e le loro relazioni sono totalmente analogiche, multidimensionali, non si possono inchiodare sulla carta. Per questo il pettegolezzo serve per fare un ritratto sempre nuovo, sempre aggiornato con le ultime novità, con le ultime supposizioni percepite al volo. Non per malvagità, non per cattiveria. Ma perché questo è l’unico modo per descrivere una comunità, che è fatta di relazioni e non solo di nomi certificati.

Penso infine a quanto sono diversi gli agglomerati di uomini costruiti da urbanisti spregiudicati: scatole, parallelepipedi dove ognuno finalmente si fa i fatti suoi, e dove si vive come polli d’allevamento. O come i centri commerciali e gli outlet, impersonali, anonimi, spazi ben delimitati, ma non-luoghi, tristi e vacui, uguali a loro stessi in qualsiasi punto del mondo e in ogni stagione.

ALESSANDRO MARENCO



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