La domenica pomeriggio Stampa
Scritto da Alessandro Marenco   

 La domenica pomeriggio

 Benché sia l’unico giorno di riposo, spesso la domenica diventa un motivo d’ansia: che si fa domenica? Come spendere quel pochissimo tempo che si ha a disposizione? Talvolta si fanno piani lungo tutta la settimana, per arrivare al giorno fatidico carichi di bagagli, attrezzature, guide, e scoprire dalla finestra che il previsto sole ha lasciato il posto a un repentino cambio di tempo, ed ora piove come Qualcuno la manda.

Pazienza: ci si riorganizza. Si visitano parenti improvvisamente, o si viene visitati, si guarda semplicemente la tivvù, si seguono le partite. Ma intramezzato fra queste diverse attività, soprattutto d’inverno, c’è la vera e grande risorsa del tempo libero di questi anni: il centro commerciale.

Ce ne sono aperti e chiusi, nuovi e nuovissimi, dotati di un parcheggio adiacente sempre libero, c’è il supermercato sempre aperto, ci sono ristoranti e bar, tanta gente a spasso felice, piazze chiuse dove i bambini possono scorazzare senza paura che arrivi un auto.

Tutto sommato, almeno nelle intenzioni fondamentali, il centro commerciale assomiglia dannatamente al “paese” che abbiamo conosciuto e perso, distrutto da esigenze commerciali e lavorative. Certo, questa “quiete” domenicale non è gratis: qualcosa si compra, si spende, mi sembra il minimo.

L’ultima volta non ho guardato le vetrine (in effetti non le guardo mai, se non distrattamente) ma ho voluto caparbiamente seguire le persone, i gruppi, che girovagano nei centri commerciali.

Le donne, spesso madri con bimbi al seguito, tirano come cani da slitta, abituate a correre lungo tutta la settimana, ora vorrebbero (in un’ora) vedere e confrontare tutte le offerte del centro. Al seguito hanno un marito a cui viene conferito (per l’occasione) un bambino scalmanato dotato di arma impropria, talvolta tanto infagottato e stretto da essere reso inoffensivo. L’espressione dell’uomo è eloquente: quando finisce tutto questo? Questo gruppo lo si incontra, restando fermi nello stesso punto, almeno quattro volte, perché la famiglia cammina molto in cerca di occasioni.


Ci sono i fidanzatini, in cui lei, giovine virgulto, esamina con calma serafica tutto quel che vede, ed il suo accompagnatore è Giano Bifronte. Ha due facce: quella che espone verso di lei, fatta di “Si, cara; certo cara; hai proprio ragione, cara; ti sta benissimo, cara”. Mentre dall’altro lato ricorda vagamente il “Grido” di Munch. Ci sono poi i coniugi emancipati, con o senza pargoli, per cui i due vanno ognuno al proprio spasso: chi verso le scarpe, che nel fai-da-te, si ritroveranno a tempo debito.

Non si esauriscono qui le categorie. Per brevità ho parlato solo delle principali. C’è una cosa, però, che le accomuna tutte. Tutte, anche quelle di cui non ho detto: lo sguardo è perso, come davanti a un televisore. Non siamo in un luogo pubblico: siamo da soli con noi stessi, non percepiamo gli altri. Camminiamo disfatti o eccitati, ma sempre concentrati su noi stessi. Siamo protagonisti di uno spot che tende alla nostra valorizzazione. Non sappiamo neppure più in quale punto del mondo ci troviamo: Savona, Mondovi, Cuneo, Genova, o forse anche Firenze o Campobasso, i centri commerciali si assomigliano tutti, sono un basso continuo presente in tutta la nostra possibile geografia, provengono e discendono dalla nostra memoria innestata di Paese Perfetto (parcheggio vicino, nessun rischio, tutto pulito, negozi aperti, scale mobili ed ascensori, clima costante) e dalle luci che si trovano solo nei programmi televisivi.

Ho condotto un piccolo esperimento sociologico empirico senza alcuna validità scientifica: mi sono limitato a guardare negli occhi i passanti, una domenica pomeriggio, in un centro commerciale. Sinceramente ho dovuto vincere un certo pudore, uno scrupolo che ti trasmettono fin da piccolo: guardare negli occhi significa ANCHE sfidare, oppure interessarsi, corteggiare. Avrei potuto destare reazioni incontrollabili, magari anche qualcuno che avrebbe potuto avvicinarsi per chiedermi a muso duro cosa volessi da lui. E invece non è successo niente. Dico proprio niente.

Di tutta la gente che passava (e ce n’era tanta) pochissimi ricambiavano lo sguardo, appena il tempo per stabilire che non mi conoscevano, e passavano avanti. Gli altri facevano passare i loro occhi sui miei come un refolo d’aria su un masso millenario. Non esistevo. Anzi: non esisteva nessuno. Ognuno vagava alienato, come davanti ad uno schermo, guardando vetrine e prezzi. Anche i bambini, piccini o ragazzini, avevano ormai lo stesso sguardo grigio. I miei occhi puntati negli altri occhi passanti non destavano nessuna reazione, positiva o negativa. Dopo i primi minuti mi son persino divertito, mi sentivo più libero del solito. Poi mi sono rattristato molto: siamo un po’ più soli del solito, ho pensato.


Mi ha salvato la giornata un ragazzetto non ancora maggiorenne. L’aria svagata, si guardava in giro con stupore. Aveva un passo deciso, come chi sapeva bene dove andare. L’avevo avvistato da lontano, l’ho puntato, l’ho guardato fisso negli occhi. Lui ha notato il mio sguardo (né serio, né ilare) ha rallentato il passo, ed ha aperto un grandioso, bellissimo sorriso completamente gratuito, riprendendo subito a camminare per la sua strada. Voltandosi ancora a salutarmi. Uno, uno solo aveva avuto una reazione. Ed una reazione positiva. Meno male, l’umanità era salva. E mi pare significativo e importante farvi sapere che si trattava di un ragazzo Down, l’unico che ancora in una domenica di shopping, trovasse il tempo di sorridere a uno sconosciuto. 

Alessandro Marenco

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