Cinema: La notte Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

La notte

 Titolo Originale: LA NOTTE

Regia: Michelangelo Antonioni

Interpreti: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti, Bernhard Wicki, Rosy Mazzacurati, Maria Pia Luzi,Guido A. Marsan

Durata: h 2.01

Nazionalità:  Italia, Francia 1961

Genere: drammatico

Al cinema nel Settembre 1961

Recensione di Biagio Giordano

Orso d’oro a Berlino

Giovanni Pontano (Marcello Mastroianni) scrittore milanese affermatosi nel mondo editoriale, vive un rapporto matrimoniale con la moglie Lidia (Jeanne Moreau)  difficile e  complesso. I sentimenti più profondi, pur esistendo ancora tra di loro, sembrano come soverchiati, sopraffatti da desideri altri, forse nevrotici, indubbiamente ossessivi, trasgressivi, percepenti  come fantasmi le persone da cui sono attratti.


Desideri che creano spesso dissociazioni nei modi di sentire e rapportarsi con gli altri. I loro contrasti da tempo si polarizzano sempre di più producendo senza sosta disagi. Ogni  dialogo sembra risentirne pesantemente, ma ciò che di sentimentalmente forte è stato acquisito nel passato tramite l’amore vero, relegato ormai nell’inconscio, sembra in qualche modo avere il potere di rendere il loro rapporto  inseparabile.

Film memorabile.

Subito dopo La dolce vita di Federico Fellini, film girato a Roma nel ’60,  Antonioni esce nel ’61 con la realizzazione di questo progetto filmico da tempo meditato, che tratta, come la nota opera sulla mondanità romana di Fellini, di disagi e passioni esistenziali presenti per lo più, a differenza del film La Dolce vita, nel mondo borghese milanese di allora.

Sono spaccati di vita relazionale di grande trasparenza, sostenuti qua e là da simbologie e interpretazioni particolarmente acute, frutto di uno studio di Antonioni privo di compromessi con il  mercato del cinema e sconti al falso pudore. Antonioni si cala nella mondanità di classe di quel mondo, che appare per certi aspetti isolato in quanto incapace per snobismo di comunicare con realtà sociali diverse dalle proprie, catturandone alcuni aspetti essenziali.

 

Antonioni ha trasposto le sue idee narrative nel film in modo egregio con uno stile tutto suo molto apprezzato dai critici cinematografici, confermando con questo film  di essere sempre molto lontano da ogni forma di spettacolo o artifici letterari tesi a suscitare facili emozioni   lasciando il vero nell’ombra.

Antonioni in questo film è tutto intento, come era tipico a suo tempo del grande Ingmar Bergman, a curare con la fotografia dei primi piani: i volti, gli sguardi, le pieghe del viso, le luci, e tanti altri particolari espressivi dei personaggi in relazione con l’ambiente in cui operano, aspetti catturabili con uno studio fotografico veramente sopra le righe che nulla concede all’emozione volgare, diseducata dello spettatore ma tanto dà a quella più profonda, raffinata, legata al sapere che accade nell’animo del personaggio rappresentato per immagini materializzate. E’ dalla fotografia fortemente impressionabile dei primi piani che Antonioni  svela anche diversi dettagli significativi di una crisi più generale dello sguardo borghese sul mondo.

 

Il film si spinge inoltre a sottolineare il divario esistente tra l’amore di coppia, con i suoi sentimenti autentici capaci di dare  un’identità quasi naturale, senza riserve, alle persone, e le ipocrisie e dissociazioni cui va incontro l’intellettuale borghese di successo che preso dalla frenesia della notorietà e dall’onnipotenza creatrice dimentica chi gli sta vicino e scivola inevitabilmente  verso  forme di piacere relazionale nuove, ambigue, ciniche, snobistiche, e a volte devastanti di malignità, lussuriose, che contraddicono la ricerca etica e stilistica del proprio lavoro di scrittura, notoriamente teso a donare a se  e agli altri soddisfazioni culturali, di svelamento del vero, di ricomposizione psichica, di intrattenimento  e di creatività presa però in un contesto di crescita civile.


La notte è un film sul narcisismo patologico, sulla nevrosi che esso comporta, cioè in altre parole sull’impossibilità di vivere un amore esclusivo verso se stessi. Era questo uno scivolamento nevrotico cui tendevano spesso all’epoca certi intellettuali e artisti borghesi i quali  solo tragicamente in ritardo s’avvedevano dell’importanza dell’Altro per se stessi, percependolo al crepuscolo, tra le pieghe angosciose della loro nevrosi, come fondamentale risorsa di carne e spirito.

 Biagio Giordano 

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