Cinema: I colori della passione Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

I colori della passione (The Mill and the Cross)

 
 Produzione: Polonia-Svezia-Anno 2011
 regia di Lech Majewski
con Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling

 Ottavo film del poliedrico artista polacco  Lech Majewski. Un maestro della regia che costruisce i suoi film con un linguaggio cinematografico inedito, il cui stile racchiude diversi idiomi dell’arte. Da tempo Lech Majewski sa conferire ai suoi film, armonizzando  differenti tecniche,  risultati estetici superiori.  Egli  con il cinema ha trovato il modo di mettere in pratica creativamente ciò che ha acquisito da altre esperienze  artistiche, che vanno dalla pittura alla musica, dalla poesia alla drammaturgia teatrale, dalla fotografia  allo studio delle teorie letterarie  di più di sicuro effetto per il cinema.


Questo film, Lech Majewski l’ha scritto (con Michael Francis Gibson), diretto, prodotto, fotografato, montato, musicato, ispirandosi al quadro La salita al calvario (1564) del fiammingo  Pieter Bruegel (1515-1569),  un dipinto a olio su tavola (124x170 cm)  conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Un film come questo  riesce a portare lo spettatore dentro al quadro, facendolo sentire, grazie alla illusione della tridimensionalità delle immagini, vicino a ciò che accade. Le riprese, per una sorta di misteriosa magia, sembrano essere state eseguite dentro la tela,  svelandone per il pubblico,  in virtù di una maggiore impressione di realtà dovuta al digitale, il senso più profondo. Il film è una geniale applicazione di  una forma d’arte  quale è il cinema, in un’altra  rappresentata da un  quadro, un’idea che è simile, ma solo per certi aspetti, a quelle presenti in alcuni film del recente passato, diretti da Kurosawa (Sogni), Tarkovskij, Sokurov. Rispetto a questi ultimi, l’opera di Lech Majowski  dà una profondità visiva alla tela di gran lunga superiore, in quanto non abbandona quasi mai lo sfondo del quadro, riuscendo  a fondere  magistralmente la pittura nel cinema: con risultati estetici molto apprezzabili.

Informazioni su alcuni significati della tela Salita al calvario di Pieter Bruegel

La grande tela del pittore Bruegel è ambientata nelle Fiandre del ‘600, oppresse dalla brutale  occupazione delle truppe spagnole. Al trono nel 1556 è salito  Filippo II che succede alla morte di Carlo V, il nuovo regnante conduce, agli ordini della inquisizione, una feroce, sanguinosa, repressione contro i movimenti religiosi riformistici dei Paesi Bassi, tale da suscitare  indignazioni anche negli ambienti  colti e laici:  soprattutto quelli dalle condizioni economiche più floride. Personaggi mondani di forte influenza politica  simpatizzano sempre più con le idee di Lutero o con il pensiero filosofico e teologico di Erasmo da Rotterdam che si batte per una Chiesa cattolica più ubbidiente al richiamo evangelico di fondo sulla fede.

Il film

Protagonista del film I colori della passione è il personaggio pittore Pieter Bruegel (interpretato da Rutger Hauer), che prendendo spunto dall’osservazione di un ragno che tesseva  la tela, prepara dei disegni disponendo le figure umane su un ampio cerchio simile a una ragnatela, dando vita a uno dei suoi quadri più belli: La salita al calvario. Lech Majewski dà vita a una decina dei personaggi che compongono  le scene più significative del famoso dipinto di Bruegel, lasciando attive sullo sfondo,  in dimensioni più piccole, molte altre figure delle oltre 500  rappresentate nella tela. Il paesaggio surreale del film corrisponde del tutto a quello del quadro, esso colpisce per come sia ricco di pregnanti metafore, le quali, disposte in una logica rigorosa rilasciano nell’interpretazione una vera e propria storia narrativa.

Grazie all’uso di strumenti digitali aggiornati,  Majewski riesce a tenere a fuoco sia i personaggi filmati in primo piano, che  gran parte del pullulare attivo delle figurine  dello sfondo. Majewski traendo spunto dai bellissimi contrasti cromatici del quadro di Bruegel realizza una scenografia in cui cielo e terra sono realizzati con riprese effettuate in Austria,  Polonia,  e Nuova Zelanda, avvicinandosi quindi ancora di più ai brillanti e materici colori della tela di Bruegel. Il  film, da un punto di vista strettamente contenutistico fa forti  riferimenti anche al nostro presente, in quanto  l’opera di Majewski è una potente smorfia di dolore posta dinanzi alle intolleranze religiose dei nostri giorni  e le mortificazioni dei diritti umani che ne conseguono.

 

Lech Majewski

Poeta, pittore, scrittore, compositore, regista e produttore Lech Majewski è nato a Katowice in Polonia e si è diplomato alla Scuola di Cinema di Lodz nel 1977. Dagli inizi degli anni ‘80 vive negli Stati Uniti, trasferitosi dopo aver girato giù  due film in Polonia. Ha diretto un'Odissea in teatro a Londra ricevendo ampi consensi di critica. Ama scrivere libri di sceneggiature filmiche, di poesia, e saggi su problematiche del nostro tempo.

Esordio americano

Il suo esordio americano ha luogo conFlight of The Spruce Goosenel 1985. A produrlo èMichael Hausman, produttore diAmadeuse diLa casa dei giochi. Nel 1989 giraPrisoner of Rio.

 

Non solo cinema

Majewski dirige anche una Carmen per l'Opera Nazionale Polacca, che sarà molto apprezzata dai cultori del genere. Nello stesso anno partecipa alla produzione diBasquiate nel 1996, lavora alla regia di un'opera lirica da lui stesso composta,Pokòl Saren (Generazione Saren). Nel 1997 gira in Germania una sua inedita interpretazione dello shakespearianoSogno di una notte di mezza estatee nel 1999 dirigeWojaczekche vince numerosi premi. I  suoi  numerosi riconosciuti successi di critica e pubblico, nei  vari  campi dell'arte,  faranno si che  nel  2005 a  Londra e a Buenos Aires  Mar  del  Plata gli verranno dedicate  diverse mostre.

 

L'arte sul grande schermo

Nel 2004 realizzaThe Garden of Earthly Delights (Il giardino delle delizie), ispirato al celebre trittico di Bosch, premiato a Roma ma distribuito solo all’estero, si tratta di un'altra opera dai linguaggi artistici diversi, di ricca composizione, che racconta le ultime giornate di vita di una ragazza attratta dall’arte, la quale decide di prendere dalla vita quanto di bello  le è  ancora possibile senza accettare dagli altri  facili e consolatori patetismi di maniera.  Il film mostra una ricerca sul piano estetico di straordinario impegno e una forte empatia di Majewski verso quei giovani la cui vita appare segnata troppo in anticipo dai drammi dell’esistenza

Il rapporto tra arte e cinema per Lech Majewski non è in discussione, per lui il cinema è un’arte al pari delle più tradizionalmente riconosciute, il regista polacco a proposito ama spesso dire come in Italia abbia avuto di ciò una conferma nei film diFederico Fellini. Il regista italiano è stato uno dei  modelli di riferimento per la formazione cinematografica di Lech Majewski , in quanto  ha trovato nelle sue opere  analogie proprio con alcune tele di Bruegel:  in termini sia di stile narrativo che di modi di rappresentare i personaggi.

 



Da I colori della passione si evince come il regista polacco ammiri molto Bruegel, di lui ama dire: “Di fronte alle sue opere, rimani letteralmente ipnotizzato dalla sua arte e dalla sua psicologia. Sa perfettamente come farti entrare dentro il quadro, che è sempre composto da molti livelli: prima viene il racconto, poi il linguaggio dei simboli, abilmente nascosti, e poi in fondo la sua filosofia. Nessun altro nella storia dell’arte e della pittura faceva quel che faceva lui, nascondere i protagonisti del suo quadro. C’è una grande saggezza in questo: illumina in questo modo la miopia dell’agire umano, della nostra capacità di osservazione.”(Fonte attendibile ricavata da blog di cinema)

Il tema dell’osservazione è centrale per Majewski, che ritiene che “viviamo in un’epoca di cecità. Facciamo tutto e possiamo fare tutto, ma non guardiamo più, non lo sappiamo più fare. Non cogliamo più il senso, i simboli. Ma se guardi attentamente una mela, a lungo, allora quella mela di appare qualcosa di più, di più profondo. A quei tempi c’era invece abitudine a guardare e contemplare. E quando dipingevi la mela succedeva qualcosa di più complesso di una semplice riproduzione. È per questo che le opere di Bruegel possiedono una tale complessità, e quelle di oggi sono così insignificanti. Il saggista Michael Gibson, con cui ho collaborato per il film basandomi sul suo testo monografico sulla “Salita al calvario” mi ha confessato che potrebbe ancora scrivere centinaia di pagine su quel quadro, mentre io, quando ne devo stilare 30 su un pezzo di arte contemporanea, sono costretto a menare il can per l’aia, a parlare di nulla retoricamente. Perché oggi non ho più nulla a cui aggrapparmi.” (Fonte attendibile ricavata da blog di cinema)

Dopo Bruegel,Lech Majewski si occuperà di Dante, e per motivi analoghi. “Sto portando avanti un lavoro che lo riguarda, perché anche in questo caso sono davvero affascinato dalla densità concettuale della sua opera, da come avesse la capacità di contenere davvero tutto, l’intero suo mondo contemporaneo fisico, filosofico e metafisico in un’opera relativamente breve.”(Fonte attendibile ricavata  da blog di cinema)

 Biagio Giordano         6/5/16

     
   

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